MARIA D’ENGHIEN: UNA CONTESSA PIU’ FORTE DEL DESTINO

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VITO TELESCA

Con la figura di Sichelgaita abbiamo avuto modo di scoprire quelli che da lì  in poi governarono il sud Italia riunendolo sotto un’unica insegna: i Normanni . Il loro potere toccò l’apice sia con Ruggero II che con suo nipote: l’imperatore Federico II di Svevia. Esso divenne la perfetta sintesi tra imperiali tedeschi e i normanni d’Italia. Dopo Federico i normanno-svevi persero il controllo del regno a discapito degli Angioini. La battaglia decisiva che segnò la sconfitta di Corradino di Svevia e la definitiva affermazione di Carlo I d’Angiò nel regno di Sicilia, venne combattuta il 23 agosto 1268 in una contrada situata a est di Tagliacozzo (in Abruzzo). Da quel giorno il sud Italia non conobbe solo nuovi regnanti, ma anche una nuova feudalità di stampo provenzale ( come visto nel dossier sulle famiglia feudali, “i Del Balzo” pubblicato su Talenti LucanI il primo febbraio 2022, il 12, il 21 febbraio e l’8 marzo 2022). Il sud Italia venne così “spartito” in tanti feudi. Uno di questi, la Contea di Lecce, passò prima nelle mani dei Brienne e poi dei D’Enghien. Figura chiave del passaggio fu quella di Maria D’Enghien, contessa, regina, guerriera, mecenate e astuta amministratrice, nonché personalità attenta alla cultura e all’arte pittorica in particolare. La sua figura fu quindi il nodo tra i Brienne e i D’Enghien perché era la nipote di Isabella di Brienne e figlia di Giovanni d’Enghien, conte di Lecce, e di Sancia Del Balzo dei duchi d’Andria. A 17 anni per la morte del fratello Pietro divenne Contessa di Lecce e da subito mostrò un carattere deciso e battagliero. Schieratasi contro il re Carlo III d’Angiò Durazzo, appoggiò Luigi I d’Angiò, Re di Francia, che volle darla in sposa ad un suo alleato. Il progetto del Re si concretizzò nel 1385, quando Maria sposò Raimondo Orsini Del Balzo (Raimondello) Principe di Taranto. L’unione tra i due diede vita non solo a quattro figli (Maria, Caterina, Giovanni Antonio e Gabriele) ma anche ad uno dei più grandi territori del regno e inaugurò quella che anni dopo divenne la Provincia di Terra d’Otranto, unendo in pratica tutto il Salento.

Maria rimase vedova a 39 anni per la morte di Raimondello. Subito dopo, con precisione scientifica, subì l’assedio posto dal re di Napoli Ladislao I d’Angiò, detto il Magnanimo. Maria organizzò la resistenza di Taranto. Di quei momenti ci sono stati tramandate alcuni fotogrammi poetici, poiché pare che durante l’assedio la contessa “si aggirava per le strade di Taranto scortata dai famosi cavalieri leccesi”. Il Ferrari la descriveva “armata di una pansiera d’argento, tutta ornata di gioie con un elmo del medesimo metallo sopra un gran corsiere.. seguita da duecento cavalieri”.

La resistenza tarantina non durò molto perché due mesi dopo Maria accettò la proposta di matrimonio di Ladislao, che sposò nel 1407 nella cappella di San Leonardo all’interno del castello aragonese non senza timori da parte del principato. Ladislao infatti aveva visto morire precocemente e misteriosamente le precedenti mogli. Maria non si spaventò e alla vigilia delle nozze pare abbia detto ai suoi consiglieri “non me ne curo, ché se moro, moro da regina”.

E così Maria D’Enghien fece il suo ingresso trionfale in Napoli, acclamata dalla folla e osannata dalla corte. Meno dal marito Ladislao, col quale i rapporti furono da subito burrascosi per via del carattere libero e poco malleabile della regina e, soprattutto, per via delle numerose amanti del re. Un altro motivo di discordia nella coppia fu la presenza della sorella di Ladislao, Giovanna II, che da subito si mostrò ostile nei suoi confronti, quasi a temere per la sua figura. Colta, piena di spirito di iniziativa, decisa e con un carattere capace di attirare attenzioni e favori, Maria divenne per Giovanna II una rivale da mantenere a distanza.

Le cose precipitarono  nel 1414, sette anni dopo il matrimonio, con la morte di Ladislao. Il regno passò nelle mani della cognata Giovanna II, che approfittò del suo ruolo e fece catturare e imprigionare Maria. Liberata qualche mese dopo attraverso un escamotage da Giacomo della Marca, Maria tornò in possesso della contea di Lecce ed ottenne nel 1420 il principato di Taranto per il figlio Giovanni Antonio. Partì da quel momento l’epoca d’oro del Principato ionico tanto da divenire a tutti gli effetti un “regno nel regno”. Maria amministrò come una macchina perfetta il territorio, dandone prestigio e valore.

Castello_Aragonese_Taranto

Insieme al figlio riorganizzarono l’amministrazione del Principato, inaugurando una serie di iniziative tese al riordino delle attività economiche e amministrative della città attraverso l’emanazione di un codice promulgato il 14 luglio 1445 per regolamentare la vita e la burocrazia della contea: gli Statuta et capitula florentissimae civitatis Litii. Il ribattezzato “Codice di Maria d’Enghien” era un manoscritto che raccoglieva disposizioni normative che regolavano le principali branche burocratico-amministrative della città: i dazi, l’ordine pubblico, le tasse sulle persone e sugli animali, la manutenzione delle strutture delle fortificazioni.

Maria non redasse di proprio pugno il codice anche perché scritto poco dopo la sua morte, ma la sua impronta sul testo appare netta anche perché gli articoli si riferiscono a fatti derivanti dalla sua diretta amministrazione. Non a caso nel codice è frequente il termine “de voluntate et comandamento de la maiesta de Madama Regina Maria”. Il codice rappresenta una preziosa testimonianza documentaria, sia della vita della contea, che della lungimiranza e cultura dei Del Balzo. Il codice infatti era scritto sia in latino che in volgare! La doppia lettura latina e volgare è emblematica di come gli amministratori del Principato avessero la necessità di farsi ascoltare e comprendere dal popolo e non solo dai “notai” o dai burocrati. Il codice è oggi conservato presso l’Archivio di Stato di Lecce.

Il suo ritorno a Lecce coincise anche con il momento di più alto e profondo spessore artistico. Maria D’Enghien inaugurò il completamento e l’affrescatura del gioiellino di famiglia: la chiesa di Santa Caterina d’Alessandria in Galatina. Convocò le maestranze pittoriche non solo del regno di Napoli, ma anche del centro Italia, scomodando maestri toscani e umbri, divenendo essa stessa accademia di un nuovo stile, ancora legato all’arte bizantina ma già decisamente proiettato verso l’occidente. Nella chiesa è presente l’unico ritratto attualmente pervenutoci della contessa, che la mostra in tutta la sua bellezza e ricchezza.

Trascorse gli ultimi anni della sua vita dedicandosi alle opere d’arte legate alla sua instancabile fede. Morì a Lecce il 9 maggio 1446, dove venne sepolta con grandi onori e fasto nell’antico monastero di Santa Croce. La sua bara venne appoggiata su un’arca mortuaria che riproduceva Maria e che contornava l’immagine della contessa con i simboli delle quattro virtù cardinali e delle tre virtù teologali. Ogni angolo del Salento oggi ricorda la contessa con vie e piazze a lei dedicate, da Martina Franca fino al Capo di Leuca, a testimonianza di quanto essa sia stata dalla parte del suo popolo.

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