MASTRI ED INDUSTRIANTI, LA POTENZA DI FINE OTTOCENTO

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Artigianarredo, decoratori di stanze, muratori delle Società operaie, fabbri, pittori, scalpellini ed american traffic.

LUCIO TUFANO

Gli artigiani, che assieme ai contadini rappresentano la maggioranza della popolazione, «fattori precipui della produzione e della ricchezza», non hanno progredito per la crisi dell’economia agricola e per la mancanza di scuole d’arte e di laboratori. Anche per questo “La Giovine Lucania” scrive: «fa ancora testo per essi l’arte dell’epoca antidiluviana, conseguenza del difetto di scuole pratiche, di opifici e di industrie che sono le fucine ove si fabbricano i valenti artigiani. Non hanno progredito, non si sono coalizzati, non osano chiedere una decorosa mercede, onde tentano di cercare, oltre oceano il necessario sostentamento».

Il dissidio tra un ceto e l’altro «il più alto per sentirsi disceso al livello degli ultimi», porta la divisione e l’assoluta mancanza di spirito associativo o di organizzazione sindacale. Anzi, gli uni trattano con ironia gli altri, tant’è vero che, usando portare ancora i contadini il pelliccione di pecora o di montone per ripararsi dal freddo, gli artigiani, e buona parte dei contadini sono soliti chiamarli con aria canzonatoria pellìcc.

Eppure nelle società operaie ed agricole le categorie acquisicono coscienza associazionistica e civile, superando l’esasperato individualismo con l’instaurare rapporti nuovi basati sui diritti e sui doveri sociali.

Per i contadini tutto questo riesce difficile, poiché con le terre lontane dell’abitato e rientrando sfiniti dalla campagna, non hanno nemmeno il tempo né la forza di uscire la sera.

Per gli artigiani la cosa cambia alquanto, perché vivendo nella città, riescono a conservare una certa dignità ed a distinguersi come ceto più emancipato ed evoluto.

I falegnami, dopo aver fabbricato un po’ di mobili per le case, aspettano qualche sposalizio per fare la cristalleria o la buffetta o, in seguito a qualche decesso, ricevono la commissione della bara. I calzolai riparano tutte le scarpe che lo struscio di via Pretoria consuma, oltre a mettere i tacconi sotto le scarpe dei cafoni disegnandovi concentriche corone di tacce. I barbieri senza salone vanno in giro per le case, specie di domenica, a sbarbare i signori clienti.

Chi possiede invece un piccolo salone rade i contadini per pochi centesimi. Qualche salone rispettabile si trova soltanto in via Pretoria o nelle piazze e vi vanno impiegati e professionisti. C’è il giornale e si legge e si parla di politica.

Piazza Sedile dev’essere ancora basolata, ed in seguito al fatto che il cornicione del vecchio teatro S. Nicola è caduto mentre qualche tegola, di tanto in tanto, precipita sul fanale del caffè Arpino, sono anche iniziati i lavori di ripristino del Palazzo del Municipio o di Zì pupo, così come lo definisce la feroce ironia popolare. I lavori procedono con alacrità ma, nonostante la disoccupazione quasi permanente della manodopera artigiana potentina,giungono parecchi carri d’infissi lavorati fuori. La stampa non si esime dal denunciare la cosa: «non possiamo tacere il nostro dispiacere per questo fatto perché la nostra città offre operai buoni ed adatti a questi lavori. Se i sopracciò del nostro Comune comprendessero l’importanza della carica che rivestono avrebbero imposto, nella convenzione con la società, di fare eseguire i lavori tutti del palazzo da operai ed artisti di Potenza».

V’è una forte immigrazione di operai qualificati per i lavori della ferrovia Ofantina. Scalpellini e minatori dell’Italia settentrionale hanno invaso l’ambiente potentino e le cantine, specie quella di Luisa Bianco, detta la Scimmia, alla Madonna di Loreto. Facili sono diventati gli alterchi e frequenti le risse. Immigrati in quel periodo i Carlino, scalpellini degli Abruzzi, gli Amorosino ed i Lanzara (specializzati nel lastricare le strade con pietra del Vesuvio fatta venire dal salernitano).

Artigiani ed operai cosatituiscono una classe assai numerosa, specie quelli che rappresentano un’antica tradizione d’arte e manifattura locale. I più bravi, i maestri, riescono a guadagnare due lire e mezza al giorno. A questi piccoli imprenditori, che tengono alle dipendenze gruppi di giovani apprendisti, i signorotti affidano un po’ di lavoro come restauro della casa, decorazione delle pareti, ritocco dei portali, manutenzione della mobilia.

Nel palazzo di don Carlo Viggiani, alla vigilia dell’estate, si alternano falegnami, pittori, decoratori, per creare un accogliente soggiorno alla famiglia che durante l’inverno risiede a Napoli. Proprio mast Gaetano Racana ha con sé Rocco Sgargiola, giovane falegname che tocca il cielo col dito il sabato sera con il salario di cinque lire.

Il posto a teatro non gli manca, al loggione o nei palchi dell’ultima fila.

Rocco Sgargiola è solito andare a bere la gassosa in una fabbrica di acque gassate vicino al tempietto di S. Gerardo. Ma invece dei fumi del vino, una sera sono proprio i fumi della gassosa a provocare una rissa violenta. Il giovane Maddaloni, bellimbusto e sfaccendato, rimane ucciso, mentre Sgargiola viene chiuso nelle carceri. «Fosse sabato e fosse a quest’ora» continua a cantare Rocco Sgargiola. La stessa cantilena accompagnava il suo lavoro per tutta la settimana, iniziando il lunedì e terminando il sabato in cui prendeva le sue cinque lire e la sua libertà fatta di teatro, di partite a scopa e di gassose.

C’è mast Michele Cupolo, calzolaio con quattro o cinque giovani alle sue dipendenze, mast Forcillo, mast Viggiani, che fabbrica scarpe su misura e che emigra nelle Americhe, il pittore paesaggista Satoletti, mast Michele Busciolano, che la mancanza di lavoro riduce a fare l’operaio più che l’artista del marmo.

I mastri passano come l’aristocrazia del lavoro, distinguendosi essi dalla massa fatta di quelli che, non essendo qualificati, sono chiamati guastamestieri o da quelli del sottoproletariato urbano: «scarpari, ferrari, favricatori …».

V’è nei primi una spiccata personalità ed una boria, un orgoglio della loro opera e della loro classe, tanto che perfino nell’abbigliamento conservano una spiccata originalità. Indossano l’oscuro mantello in tessuto di castoro, montato da un collo di astrakan, un vestito di vigogna, con camicia a collo duro sulla quale immancabilmente scorre la scolla nera all’anarchica.

A dimostrare questo baldanzoso contegno e questo spirito di classe, un’antica strofa potentina:

S’arritira la maestranza

tutta chiena di cuntnenza

a lu meziuorne fatìa a’bbundanza

a la sera pan’ a cr’renza.

In verità le condizioni generali dell’economia cittadina sono disastrose e non danno agli artigiani da vivere. Non riescono a volte nemmeno ad accendere il fuoco nelle loro bottegucce per riscaldare l’ambiente in cui lavorano e quando ottengono le commissioni, a lavoro eseguito, spesso non sono neppure pagati. Molti trovano lavoro come scalpellini sulle facciate delle gallerie e nella costruzione delle strade ferrate. «Avevano una certa vanità e boria di classe, che è andata sempre più crescendo per i successivi moti politici, e non di rado si trovavano a fare la partitella anche con preti e galantuomini. Ed avevano pure, nonostante la vita frugale e la ristrettezza dei tempi, una certa tendenza a tradizioni di indole festaiola e spendereccia. Soleva la maggior parte di essi andare pi li ciddari a fare la zuppa di pane e vino la mattina per rinforzare così lo stomaco alla fatica, ed il giorno a divertirsi al tuocco o alla morra, pigliando una pelle o n’ambriacara, per dimenticarsi delle miserie della vita». Gli artigiani degli anni 1893/94, con una gran voglia di vivere, di stare insieme, di raccontare, iniziano le botti nelle cantine. Ad essi spetta l’onore di assaggiare il vino spillato, stando seduti sugli scagni e mangiando pane e formaggio, ciambotta di baccalà o sarache arrostite, attorno ad un bel fuoco acceso sul pavimento. È questa una consuetudine antica: «Quando questi assaggiatori, o caporioni di gusto vinario, ai primi sorsi si perliccavano le labbra e piegavano ripetutamente il capo in segno di approvazione, il vino era bello ed accreditato, e quindi cominciava il chiasso del tocco e della morra, e più tardi si sentivano le voci rauche e gravi, sfiatandosi a cantare monotone canzoni per meglio digerire il vino e sfogare l’ubriachezza, soprattutto nell’inverno».

Gli artigiani attivi, operosi e bravi trovano subito lavoro in Argentina così come è nelle loro aspirazioni, mentre gli altri, ed i contadini in particolare, non riescono a trovare una dignitosa collocazione, come si rileva da “L’Intransigente”: «I nostri emigranti non raggiunsero, nella generalità, lo scopo cui miravano e se vollero guadagnare di che vivere dovettero piegarsi ai lavori più pesanti, più vili e meno lucrosi … gli emigrati di Basilicata, quasi tutti della terra e piccoli artigiani, si erano specializzati nel mestiere di lustra-scarpe, e molti altri si erano ingaggiati come spazzini nel corpo di pulizia municipale di New York».

Quindi non solo il montanaro lucano o il contadino potentino è costretto, lasciando la quiete dei suoi monti e della sua terra ed ingolfandosi nella babilonia newyorkese, a fare il lustrascarpe, il facchino, il ciabattino o il meccanico, ma anche l’artigiano, proiettato oltre oceano, si trova a volte costretto a diventare contadino in qualche campagna della Florida o della California o in una “fazenda” argentina.

Gli artigiani rimasti, i mastri, specialmente, dotati di sensibilità artistica, ricchi di fantasia, consapevoli dei problemi sociali ed informati delle correnti politiche, sono quelli che, oltre i commercianti, agli studenti, agli impiegati ed ai professionisti, frequentano lo Stabile.

Questi, figli di quelli che furono perseguitati dalla polizia borbonica, perché cospiravano contro i borboni, figurano spesso anche candidati nelle liste per le elezioni comunali.

L’ironia contro ogni specie di tirannide, la satira fatta di canzoni o di filastrocche inventate, sedendo ai tavoli zoppi delle cantine semibuie tra il carminio dei bicchieri ed il giallo chiarore delle lucerne ad olio, o nelle limpide scampagnate a S. Antonio La Macchia con gli amici, con i fiaschi e le pagnotte ripiene di peperoni fritti, li caratterizza come classe.

Nel febbraio 1894 la compagnia di Ernesto Rossi rappresenta la Morte civile di Paolo Giacometti. Fa freddo nel Teatro e le famiglie per bene preferiscono rimanere nelle case confortate dal calore dei camini. In quelle fredde sere di febbraio la luce nelle strade è fioca e spesso si spegne. «Ed infatti finché il Comune, proprietario del Teatro Stabile, non provvederà ai caloriferi nella stagione invernale, il teatro rimarrà Stabile, ma instabili saranno i frequentatori, e le compagnie drammatiche reciteranno ai deserti palchi ed alle sedie. L’esecuzione del dramma di Giacometti fu perfetta e non poteva essere altrimenti, poiché la parte del protagonista Corrado venne sostenuta da Ernesto Rossi. Anche gli altri artisti della compagnia Saltarelli gareggiarono per interpretare bene la loro parte. Maria Nencioni, benché poco animata, trovandosi forse in un ambiente freddo, e con un pubblico freddissimo, pure fu una perfetta Rosalia … Graziosa, simpatica, commovente, la signora Ada Borelli nella parte ingenua di Emma … Napoleone Borelli è un valore anch’esso e col comm. Rossi forma una coppia invidiabile, infatti il pubblico lo riconobbe distinto artista e meritatamente lo applaudì. Francesco Miniati recita bene, è un buon elemento, ma esagerò il non facile carattere di monsignore Abate Rufo. Bene affiatati tutti gli altri. In complesso uno spettacolo non mai avuto a Potenza, un vero avvenimento teatrale».

 

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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