GRANDI ARTISTI LUCANI: MICHELE GIOCOLI

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LUCIO TUFANO

 

Non si dice nulla di nuovo se si afferma che la civiltà contadina è a monte delle civiltà storiche e sta alla base di esse. Antiche usanze e credenze lo documentano, fino alle epoche attuali. Noi la riscontriamo, infatti, in quel quid che è dentro di noi e che subisce eclissi e risvegli in tutte le forme dei nostri comportamen­ti, ivi comprese le espressioni artistiche. E forse questo spiega la costante ispirazione degli scrittori lucani alla campagna e al mondo rurale, che la intuizione di Carlo Levi focalizza in termini di denuncia, di scoperta di una civiltà a parte fatta di concezioni, di modi di vita, di religiosità e di magia ed affioranti in quasi tutte le opere a lui precedenti o successive. 

La pittura di Giocoli è un severo messaggio, un ostinato discor­so sulla campagna potentina, un simbolico richiamo a quel mondo, alle sue massime, al suo dialetto, alle sacre, alle consuetu­dini, alla cultura dei padri.

È anche possibile che Giocoli, negli Anni trenta, dipingesse la campagna per una scelta operata rispetto a quella borghese; ma quali i motivi di questo suo ostinato ripetersi, di questa sua stati­cità, di questo suo ossessivo proiettarsi nelle angolazioni, nel sen­tiero, nell’occhio del paesaggio?

È stato certamente l’amore sconfinato per una cultura, il vinco­lo tenace con essa, non solo con la tradizione e il folclore, quanto con quella cultura intesa come complessità di riti, di operazioni, di rapporti, di valori, di invenzioni e di usi che la “cultura urbana” non ha saputo ben tutelare e conservare.

Un disperato messaggio di allarme, una inesauribile capacità di trasmettere segnali, una richiesta d’aiuto continua e angosciante, in direzione della ecologia, del rispetto e della adorazione di un ambiente, amore sviscerato per una campagna custodita solo nella memoria.

Manifestazione questa di una coscienza infelice e critica nei confronti di una più profonda scissione culturale. Un’area di paci­ficazione, quindi, poiché Giocoli rimase fermo agli anni ’30, ’40 e ‘50 ed ha avuto orrore degli altri anni, dei successivi, di quelli che si sono scaraventati con furia e rapidità, lasciandolo attonito, perplesso, a quei sobri, frugali contenuti, anche se dalle tecniche progredite.

Giocoli, figlio della media borghesia agraria, ha dipinto la campagna come un suo habitat naturale. La ha amata più dei contadini che l’hanno in seguito abbandonata e per i quali “fuora mia e fuora toia” era un modo di indicare un luogo all’esterno della città, all’esterno di sé.

Estraneo ai tumulti, alle vicende di quella epica contadina caratterizzata dalla occupazione delle terre, a quel realismo delle problematiche sociali diffusesi già dai tempi delle prime rivendi­cazioni e denunce, dal Ciccottismo ai Pignatari, e, nel canale dia­lettico Fortunatiano, rappresentato dalle opere di Petrone da Venosa, Colasuonno ed altri.

Una cultura della immaginazione bisognosa, che soddisfaceva i bisogni profondi dell’io sociale, dell’io povero? In lui è ben intui­bile e chiaro invece il tema caro del rifugio, del silenzio, di quel soffice mondo. Ecco la perplessità di una possibile lettura, in chia­ve preleviana, della pittura di Giocoli.

Nelle sue tele non v’è alcunché che profani questo lirismo, questa purezza; non c’è una ciminiera, perché, prima di tutti, ha saputo che cosa essa avrebbe significato; non c’è il mare, non c’è la notte, non c’è il palazzo, né la rotabile, né il treno, non c’è l’au­tomobile, nulla che possa turbare la quiete, il cuore nevoso o variegato del silenzio; non c’è neppure l’uomo, presenza equivo­ca, deludente, impura, che macchia i tersi verde-azzurri dell’ansia.

Nessuna conflittualità di classe, nessuna storicità impressa alle questioni sociali.

Solo la paura che la città avrebbe finito col divorare la campa­gna, come in realtà è accaduto.

La vulnerabile parte di destino, la precarietà delle cose, la inge­nua trattazione del tema globale e unico, l’assoluta assenza della ideologizzazione pittorica, fanno di lui un naif dei contenuti, pur essendo un esperto delle tecniche.

Vi sono entità medianiche che hanno il potere di ritornare nel­l’epoca a loro congeniale, il potere di prediligere determinati anni e di risiedervi stabilmente. Vi sono entità che, per amore di un passato, rimangono fortemente attaccate ad un luogo, ad un “circostante”, ad una topografia di alberi e di viottoli.

È così che si spiega la “terrestrità” di Giocoli come natura che ritorna ad essere ambiente, memoria.

Giocoli non va inquadrato in nessun realismo, giacché, come sosteneva Guttuso, la realtà è un prisma con tante facce ed il pit­tore è dentro una di queste facce. Il surrealimo invece pervade il mondo contadino, quello delle allegorie, dello inconscio, del rifu­gio, dentro l’angolo, nel viottolo, nella “cuntagnola”, immagini ammonitrici che attestano la campagna, prima della colata di asfalto e cemento.

Testimonianze contenute nei proverbi, negli indovinelli, nelle massime, di quanto la cultura contadina possa dare nella interpre­tazione e nella produzione di arte e di letteratura, quanto di vigo­re intuitivo ed immaginifico.

Notevole risorsa simbolista, molto più avanzata e profonda delle altre culture: il surrealismo della cultura contadina è nato prima di Magritte. Ma da noi le avanguardie del 900 non sembra­no mai arrivate, eppure le risorse vi erano, creative ed ingenti, senza che venissero sfruttate. Tornando alla pittura di Michele Giocoli, vi intravvediamo il lirismo terrestre, il “circostante”, la cir­colarità perimetrata che si restringe di anno in anno.

Più che una divergenza tra borghesia e contadinismo, vi è il dissidio estenuante, lo sgomento per la perdita della campagna, mentre si è cercato dovunque e ad ogni costo di caricare una tem­peratura, di ideologizzare, per propria interiore contraddizione, una tavolozza che ha invece le sue reliquie colorate in una gamma di affreschi da finestra degli anni trenta.

Fumi con striature rosso sangue le motivazioni degli ideologi di ogni epoca, che alla fine rinnegano, per opportunismo, anche quelle.

 

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
“Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce).
Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987.
Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”.
Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”.
Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”.
Lucio Tufano, “Il Kanapone” – Calice editore, Rionero in Vulture.
Lucio Tufano “Lo Sconfittoriale” – Calice editore, Rionero in Vulture.


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