Quando si solleva la pesante coltre del passato.

LUCIO TUFANO
Spesso mi domando che cosa dà forza e linfa intellettuale alla ricerca del mio amico Michele Pinto. Che non sia quella pozzolana vulcanica che dà forza ai tralci della vite e dolcezza ai turgidi grappoli dell’Aglianico? Quella stessa forza che dà vita alla florida vegetazione dei frutteti dalle pendici del Vulture fino alle valli di tutto il paese? Che dà ai prodotti della terra, compreso il magnifico cavolfiore rosso violaceo che ha imbandito da sempre le tavole dei contadini e dei borghesi e che diventa un ricercato prodotto di quei mercati ortofrutticoli. Che ha dato vita alla lussureggiante distesa di pregiate piante arboree come i faggi, i castagni, le querce, i carpini, i frassini, gli aceri, gli olmi, i tigli, gli ontani. Insomma, un ambiente suggestivo che è alla base delle storie, di tutta quella fiaba, quelle avventure compiute dai monaci della famosa Badìa di Monticchio. E’ in questo panorama che il regista Michele Pinto fa muovere imprese, vicende, avventure, scontri di eserciti e presenze di re e di stranieri. Ecco che Michele scruta gli elementi fondanti di una storia importante, quella di Rionero, della quale lui ha già dato dimostrazione della sua capacità di ricercatore nel suo importante saggio Genio e genesi dei Rioneresi, ma anche in quello dei briganti che hanno animato l’800 lucano. Ecco Rionero, un paese complesso, che ha in Michele Pinto il suo acuto conoscitore, non solo per le proiezioni che riesce a dare sia delle sue topografie che della sua gente, nominando spesso a testimone delle sue ricerche anche famosi personaggi come Francesco Lo Monaco, Giustino Fortunato ed altri. Ancora si cimenta a ripercorrere la storia di strutture, di entità significative, di mura, statue, suppellettili di antiche chiese come quella di Sant’Antonio Abate, quasi a trasmetterci un alito di incenso, il mormorio delle preghiere e il vociare dei sacerdoti. In un tale suggestivo anfiteatro, scenario di fiaba medioevale, si ripercorrono episodi di battaglie, di agguati, di incontri, ove si alternano monarchie e dominii che vanno dagli Angioini ai Borboni. In tale immenso scenario si muovono i monaci della Badìa, tra santi e briganti. Bisogna proprio dire che Michele Pinto è riuscito a riesumare una complessa e nutrita quantità di vicende che danno dignità e carattere alla comunità rionerese. Ma tutto non finisce qui, perché Pinto riscopre un leggendario confronto tra il lago di Monticchio e quel ramo del lago di Como, ove si inserisce persino il riferimento alla grandiosa narrazione fatta dal Manzoni. Ad arricchire la complessa regia del panorama descritto da Michele, intervengono gli episodi che riguardano Ludovico d’Armagnac e Consalvo Fernandez di Cordova e Francesco Lo Monaco, scrittore e filosofo italiano. Occorre dare atto al regista Michele Pinto che storie come queste riesce a reperirle solo lui con la sua grandiosa lente di ingrandimento.
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