Da stamani, 240 migranti si danno il turno per contribuire a pulire la città di Potenza, anche se il fatto che un’amministrazione ci abbia messo un anno per portarli sulla strada la dice lunga sulla capacità organizzativa di alcuni servizi comunali. Ma tutto arriva, e anche questa operazione di integrazione vede finalmente la luce. In questa operazione non è chi non veda un modo concreto per avvicinare la comunità dei migranti alla popolazione, con esempi che valgono più di tante parole e che fanno capire che quelli che arrivano non sono “ brutti,sporchi e cattivi” ma gente che ha rischiato la vita per dare un tozzo di pane alla propria famiglia e che oggi non ha raggiunto neanche la sponda di una pre-integrazione. Il modello lucano non è certo un modello ideologico, ma improntato al buon senso, e non è ancora un modello di integrazione vera perché vive di assistenza che rischia di essere eterna e non servire neanche agli assistiti, dal momento che questi se hanno raccolto i risparmi di una vita, se hanno messo insieme tutti i soldi di famiglia, se hanno visto compagni morire, hanno sopportato sacrifici inenarrabili, non è per mangiare e dormire gratis che lo hanno fatto ma per trovarsi un lavoro e mandare quello che mettono da parte alle loro famiglia. Il tema vero è dunque è come mettere in moto queste energie non lasciandole nel recinto di istituzioni e di società che lucrano sul fenomeno, intercettando logisticamente il problema dell’accoglienza, ma cercando di inventare un meccanismo di graduale inserimento in attività lavorative sulla base di quello che sanno e quello che possono fare. Un sistema che metta insieme la gioventù, con progetti che facilitino l’integrazione e colgano le esigenze nuove di una società sempre più invecchiata e che comunque ha bisogno di rigenerarsi se vuole stare nel futuro. Questo è un inizio. E già qui vedo una scelta per i cittadini: possiamo mettere sullo stesso piano quelli che tendono la mano davanti a bar, supermercati, catene di vendita, chiese e questi che invece, scopa e rastrello, si mettono a lavorare. Io, se potessi dare il mio contributo a questi ultimi, ignorando i primi, darei una lezione ed un esempio di rispetto per chi aspira ad essere cittadino. E di lavori che possono essere fatti, ce ne sono a centinaia, che i nostri giovani non intendono fare. lo sanno bene quele aziende zootecniche, agricole, ortofrutticole che stanno uscendo dalla crisi anche grazie ad una manodopera che è stata per loro la salvezza. Evitiamo dunque che si saldi una seconda fase di uno sfruttamento organizzato dei migranti, con progetti di lavoro intorno a chi ha gestito l’ospitalità: da quella parte c’è solo uno sfruttamento selvaggio e un arricchimento di pochi. Siano le comunità locali ad agire, attraverso le loro componenti più giovani e più aperte. Un modello di cooperativismo dell’integrazione municipale può esistere. Rocco Rosa
MIGRANTI: FINITA LA SCUOLA, DA OGGI SI LAVORA
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