I MISTERI DEL SETTEMBRE 43 E LA RESISTENZA IN BASILICATA

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VINCENZO PETROCELLI

 

I bombardamenti della seconda guerra mondiale non raggiungono soltanto punti o parti di città strategiche, ma arrivano dappertutto anche a Potenza. Persino a Potenza! Una città che non può essere considerata di interesse militare, con una piccola stazione ferroviaria e senza industrie belliche, viene colpita dalle bombe anglo-americane l’8 e 9 settembre 1943, quando ormai i suoi cittadini pensavano di essere stati risparmiati da questa calamità.

Se i primi allarmi senza bombe vengono superati senza grandi patemi, con i bombardamenti dell’8 e 9 settembre 1943, a Potenza tutto diventa più angoscioso dinanzi a una sventura che non si poteva né prevedere, né scongiurare. Il giorno come la notte sono indifferenti per quel nuovo pericolo che viene dal cielo e lo shock è alimentato dalla presa di coscienza e così anche Potenza conosce lo sfollamento della città. Tutti cercano riparo nelle campagne per la paura e i danneggiati per necessità devono lasciare le loro case o ciò che resta di queste e trovare una sistemazione di fortuna.

Per una indagine storicamente accurata, militarmente, mi sono avvalso della ricostruzione del Gen. M. Torsiello, sulla situazione delle forze italo-tedesche alle ore 20 dell’8 settembre 1943, nel settore Appulo lucano.

La VII Armata era comandata dal Generale Mario Arisio.

Capo di Stato Maggiore il Generale Salvatore Pelligra.

Sede del Comando: Potenza.

La VII Armata estendeva la sua giurisdizione su tutta la regione meridionale a sud della congiungente, foce del Garigliano-stazione di Campomarino (presso Termoli) esclusa. Il suo territorio comprendeva la Campania, la Lucania, la Puglia e la Calabria, per un estendimento di circa 60.000 kmq e cioè in un ambiente geografico molto vario, bagnato dai mari Tirreno, Jonio e Adriatico con uno sviluppo costiero di oltre 2.000 km e di facile accesso, dotato di numerosi e importanti porti tra i quali Napoli, Taranto, Bari e Brindisi.

Compito dell’Armata: la difesa contro eventuali sbarchi anglo-americani.

La scelta della sede del Comando era stata influenzata dalle possibilità di una buona sistemazione logistica e dalla circostanza che il cavo della rete nazionale, da quale Potenza era servita, rendeva possibile il collegamento telefonico con la capitale e le sedi dei Comandi di Corpo d’Armata dipendenti, senza l’impiego dei materiali di dotazione. Era però stato previsto lo spostamento del Comando nella valle del Volturno, con una sistemazione di fortuna.

Nel territorio di giurisdizione della VII Armata era dislocata la X Armata Germanica il cui Comando aveva sede a Polla (SA) dove era stato distaccato un ufficiale di collegamento della VII Armata, un altro ufficiale era stato inviato presso il Comando del II Corpo aereo tedesco a Sala Consilina (SA).

Dopo la sigla dell’armistizio di Cassibile, Badoglio riunì il governo solo per annunciare che le trattative per la resa erano “iniziate”. Gli Alleati, da parte loro, fecero pressioni sullo stesso Badoglio affinché rendesse pubblico il passaggio di campo dell’Italia, ma il maresciallo tergiversò. La risposta degli anglo-americani fu drammatica: gli aerei alleati scaricarono bombe sulle città della penisola. Nei giorni dal 5 al 7 settembre i bombardamenti furono intensi: oltre 130 aerei B-17 (“Fortezze volanti”) attaccarono Civitavecchia e Viterbo. Il 6 settembre fu la volta di Napoli.

Permanendo l’incertezza da parte italiana, gli Alleati decisero di annunciare autonomamente l’avvenuto armistizio: l’8 settembre, alle 17,30 (le 18,30 in Italia), il generale Eisenhower lesse il proclama ai microfoni di Radio Algeri. Poco più di un’ora dopo, Badoglio fece il suo annuncio da Roma.

Infatti, alle ore 19,30 dell’8 settembre 1943, il Comando di Armata di Potenza intercettò dalla radio la notizia del concluso armistizio e alle ore 19,42, confermata dalla diramazione del proclama di Badoglio.

Alle ore 22,00 circa, Potenza subisce il primo bombardamento condotto dagli aerei inglesi, questi colpivano di notte mentre gli americani di giorno. Il bombardamento della notte dell’8 settembre, ad armistizio diffuso, poteva sembrare inutile o poteva avere solo lo scopo di un bombardamento ad obiettivo specifico, con l’indifferenza verso le vite umane. Così Potenza matura la sua esperienza ravvicinata della guerra con i bombardamenti, segnati dalla paura e dalle distruzioni.

Dice il Generale Torsiello che si impose subito la necessità di spostare la sede del Comando della VII Armata per evitare che fosse risultato isolato e lontano dalle truppe, per le difficoltà dei collegamenti e per l’assenza di forze a immediata portata, tenuto anche conto che la città di Potenza sarebbe venuta a trovarsi sulla direzione di ritirata delle forze germaniche in ripiegamento dalla Calabria, sottovalutando l’aspetto della reazione tedesca, come vedremo in seguito e condotta con l’Operazione Achse.

Venne presa in conseguenza la decisione di trasferire subito il Comando tattico in Puglia ove era riunita la maggior parte delle forze mobili dell’Armata ed erano dislocati il Comando della quarta Squadra aerea e numerose unità navali, abbandonando Potenza.

Il Comando tattico venne perciò spostato a Francavilla Fontana, ove iniziò il funzionamento alle ore 7,30 del 9 settembre.

A Potenza rimasero tutti i rimanenti organi del Comando, alle dipendenze del Sottocapo di S.M., colonnello Giovanni Faccin.

La mattina del 9 settembre, un violento bombardamento condotto dagli americani, si abbatté su Potenza, distruggendo edifici e locali con l’obiettivo di rovinare il cavo telefonico di collegamento nazionale e distruggere la sede della VII Armata, per sottrarre, ai tedeschi, l’uso della rete telefonica nazionale e la struttura operativa del Comando della VII Armata di Potenza. Nel corso del bombardamento rimasero uccisi 46 militari e 404 civili e feriti 41 militari e 350 civili.

Prima dell’armistizio la guerra aerea degli Alleati é contro (l’Italia) una nazione nemica; dopo questa data la situazione cambia radicalmente. Ciò non significa che dopo l’8 settembre le città italiane non siano più vittime di incursioni, anzi, l’offensiva aerea per dimensioni e intensità si fa di giorno in giorno sempre più importante. Dall’8 settembre l’attività aerea degli Alleati non conosce tregua in appoggio tattico allo sbarco di Salerno e poi alla risalita della penisola da parte delle due armate alleate. Le formule utilizzate per sintetizzare i continui attacchi sono sistematicamente sempre le stesse e riguardano di tutto: nodi stradali e vie di comunicazione, porti e linee ferroviarie, depositi e viadotti, centri radar.

La responsabilità per i bombardamenti di Potenza e tutti i bombardamenti dopo l’8 settembre, coinvolge con forza anche i tedeschi occupanti che con la loro presenza rendono il territorio italiano obiettivo militare.

A questo punto dell’analisi, necessitano alcune considerazioni sul comportamento delle Forze Armate italiane, tedesche e degli Alleati anglo-americani e per fare ciò dobbiamo rimontare al 25 luglio quando viene arrestato Mussolini e Vittorio Emanuele III chiama al Governo il Maresciallo Badoglio.

Il periodo che va dal 25 luglio all’8 settembre 1943 serve al nuovo governo italiano per preparare l’armistizio con gli anglo-statunitensi cioè passare dalla fase dell’armistizio a quella di collaborazione e in seguito di cobelligeranza e si studia il modo di evitare l’invasione tedesca e ulteriori sofferenze per la popolazione. Al di là delle intenzioni nulla però viene fatto per scongiurare una tale calamità.

Il 10 agosto 1943, lo Stato Maggiore dell’esercito ritiene di studiare un piano per assicurare la funzionalità del governo italiano in previsione di particolari eventi sul territorio nazionale. Il progetto era di concentrare le forze migliori nell’Italia centrale, per sostenere ogni possibile e prevedibile minaccia tedesca, e di appoggiarsi alle basi marittime della Spezia e di Gaeta, per aiutare l’auspicato sbarco angloamericano. Era anche un modo per dimostrare la buona volontà del governo Badoglio, sulle cui intenzioni gli Alleati erano ancora scettici.

A conferma e integrazione dell’Ordine 111 C.T. del 10 agosto lo Stato maggiore dell’esercito invia il 2 settembre ai Comandi di Armata la “Memoria 44op”: come prevenire e opporsi a eventuali aggressioni delle forze armate germaniche. La VII Armata con Comando a Potenza aveva il compito di: tenere saldamente Taranto e Brindisi.

Le disposizioni contenute nella “Memoria 44op”, non furono applicate dal Regio Esercito. Si sarebbero dovute attuare o a seguito di ordine dello Stato Maggiore impartendo l’ordine dell’applicazione diramando il fonogramma convenzionale “attuare misure ordine pubblico Memoria 44op” o in alternativa, l’applicazione delle disposizioni si poteva effettuare di iniziativa dei Comandi in posto, in relazione alla situazione contingente.

L’8 settembre rappresenta il punto più basso e più inglorioso della storia dell’Italia unita: lo Stato italiano, in pratica, si dissolve perché il re e il governo non prendono o non sanno prendere alcuna decisione. L’8 settembre segna con una macchia indelebile la monarchia il cui prestigio, in parte sopravvissuto al fascismo, è fortemente scosso. La fuga reale dell’8 settembre peserà nel giudizio degli italiani quando decideranno con il referendum del 2 giugno 1946, se darsi uno stato con forma istituzionale monarchica o repubblicana.

In conseguenza del fatidico 8 settembre, l’esercito italiano non esiste più, disciolto quasi interamente dopo l’annuncio dell’armistizio tra l’Italia e gli anglo-statunitensi.

Lo sfaldamento delle Forze Armate è imputabile innanzitutto alla monarchia e alle alte gerarchie dello Stato, che non danno l’ordine di attuare i piani di emergenza contro i tedeschi, pur predisposti da tempo. A cominciare dal re, tutti sono coinvolti in una situazione di panico collettivo, nella quale ognuno pensa soltanto a salvare se stesso.

Dopo questa considerazione sullo sfaldamento dell’Esercito italiano, analizziamo il mistero del perché, la VII Armata di stanza a Potenza, si sposta durante la notte dell’8 settembre a Francavilla Fontana, anziché spostarsi al Comando provvisorio del Volturno. Dice il Generale M. Torsiello “venne deciso di spostarlo in Puglia per tenere saldamente Taranto e Brindisi”, come previsto dalla “Memoria 44op”, dove poi si sarebbe rifugiato il re con il governo Badoglio. Cos’era intervenuto, come fatto nuovo, per far mutare i programmi, oltre la diffusione del proclama dell’armistizio e il bombardamento di Potenza? Ci fu una telefonata del Governo Badoglio al Comando della VII Armata di Potenza durante la notte dall’8 al 9 settembre o fu sufficiente l’interpretazione della “Memoria 44op” da parte del Comando militare con sede a Potenza? Un mistero che la storiografia ufficiale non ha ancora svelato, anche perché molti documenti di quel periodo furono distrutti per motivi di sicurezza.

L’Operazione Achse (“Asse”, nella storiografia tedesca Fall Achse) fu il nome in codice del piano elaborato dall’Oberkommando der Wehrmacht (OKW) durante la seconda guerra mondiale per controbattere un’eventuale uscita dell’Italia dalla guerra, neutralizzare le sue forze armate schierate nei vari teatri bellici del Mediterraneo ed occupare militarmente l’Italia. L’operazione, pianificata da Hitler e dal comando tedesco fin dal maggio 1943, in previsione di un possibile crollo del Fascismo e di una defezione italiana, si concluse con il pieno successo della Wehrmacht che, approfittando anche del disorientamento dei reparti di truppa e della disgregazione delle strutture dirigenti italiane dopo l’armistizio dell’8 settembre, in pochi giorni sopraffece gran parte delle forze armate dell’ex-alleato, catturando centinaia di migliaia di soldati che furono in gran parte internati in Germania come lavoratori coatti, e si impadronì di un cospicuo bottino di armi ed equipaggiamenti.

L’Operazione Achse si concluse il giorno 12 settembre 1943 e dal quel giorno le forze militari tedesche assunsero un atteggiamento ostile nei riguardi delle forze militari italiane. Così anche l’aliquota del Comando della VII Armata di Potenza, al comando del colonnello Giovanni Faccin, venne a trovarsi in gravi difficoltà di funzionamento. Infatti, il giorno successivo, 13 settembre, ebbe a subire più volte l’imposizione di arrendersi, ma ogni volta venne respinto con un netto diniego. Così, di fronte a soverchianti forze tedesche, il colonnello Faccin, colto da una crisi di sconforto, piuttosto che arrendersi, preferì suicidarsi. Il personale, privo di comando, cercò di raggiungere, a piccoli gruppi, attraverso le linee tedesche, il Comando tattico a Francavilla Fontana.

La ritirata tedesca dalla Basilicata non fu pacifica. A Rionero, il 16 settembre alcuni contadini assaltarono un magazzino militare per prelevare viveri. I tedeschi aprirono il fuoco uccidendo alcune persone. Il 24 dello stesso mese, un contadino di Rionero reagì al furto di una gallina di sua proprietà ferendo un capitano italiano della Divisione Nembo che occupavano il paese al fianco dei tedeschi. Per ritorsione ben diciotto persone vennero fucilate.

Un’altra strage, conseguenza dell’insurrezione ebbe luogo a Matera il 21 settembre. La città era insorta in reazione a vari episodi di rapina e saccheggio perpetrati dai tedeschi e la rivolta aveva visto la compartecipazione di civili e militari.

La Basilicata ospitò anche una delle prime repubbliche partigiane-contadine. A Maschito la popolazione insorse contro il podestà fascista, lo depose e proclamò la repubblica che ebbe la durata di venti giorni dal 15 settembre al 5 ottobre 1943. I dirigenti della repubblica ebbero modo di organizzare la distribuzione dei viveri e un nuovo sistema di tassazione, tutto attraverso pratiche di democrazia diretta. I dirigenti della repubblica furono poi quasi tutti arrestati e processati, vennero assolti, dal nuovo Stato Italiano.

Alla fine di settembre insorse anche la popolazione di Irsina, l’ex podestà, accusato di collaborazionismo e accaparramento, fu ucciso e l’abitazione del direttore del consorzio agrario fu data alle fiamme. La rivolta venne repressa nel sangue con l’intervento dei carabinieri, che procedettero a numerosi arresti.

Altre rivolte si ebbero a Montescaglioso. L’ex podestà fu ucciso il 19 settembre 1943 e il paese guidato dal PCI fin dalle elezioni amministrative del 1946, sarebbe stato al centro delle lotte agrarie negli anni del dopo guerra.

La Resistenza di Basilicata, con gli eventi sopra riportati, presenta un quadro che é stato a ragione definito frammentato, ma anche variegato. Una Resistenza che si é originata dalla necessità di difendersi contro la violenza dell’occupante tedesco, che é maturata attraverso il rifiuto della collaborazione e si é concretizzata, strada facendo, in consapevole trasgressione, aperta rivolta con presenza di elementi di antifascismo. Però bisogna aspettare decenni prima che il contributo meridionale e in esso quello della Basilicata, ottenga il posto che gli spetta nel discorso complessivo. La “sfortuna storiografica” della Resistenza meridionale ha cause e responsabili, perlopiù, da studiosi del territorio, che hanno tentato di porre rimedio a tale stato di cose. Bisognerà aspettare gli anni settanta del secolo scorso, per l’avvio di un discorso complessivo. Nel 1974, Nicola Gallerano scrive: le quattro giornate di Napoli e l’insurrezione di Matera tra la fine del settembre e i primi giorni di ottobre (1943) non sono il risultato di un’esasperazione momentanea e incontrollata, ma piuttosto il frutto di un’ostilità lungamente covata contro il regime, la sua politica di guerra e i suoi alleati. In particolare nell’insurrezione di Matera, sotto la comune matrice antifascista e antinazista, si delinea il crescere di una lotta con espliciti contenuti di classe, che conduce nella provincia circostante alle prime occupazioni di terre.

Vittorio Foa nel 2004, facendo riferimento alla concreta esperienza della lotta partigiana, ammetteva: … il Mezzogiorno non esisteva per noi, eppure i suoi dolori sono stati immensi … il dolore non veniva da una parte sola, veniva da tutte le parti. Così come la Resistenza al fascismo aveva anche un carattere di massa, di spontaneità, cioè veniva dal bisogno di sopravvivere di fronte alla morte che veniva avanti … Intendo dire che la guerra noi l’abbiamo vista solo dal lato nostro, ma la guerra era di tutti … La memoria della gente che soffre, la memoria delle sofferenze -come, anche, la memoria della gente che combatte – é tutta memoria che va rispettata. Come rispetto la memoria del partigiano che sa gettare la bomba o sa combattere, devo anche rispettare il contadino che si nasconde e cerca in qualche modo di sopravvivere alle bombe e alle violenze dei nazisti. … Io, da “nordista”, pensavo che nell’esperienza settentrionale ci fossero dei valori specifici superiori. Era una stupidaggine … .

Mi é sembrato meritevole aprire una finestra, per quanto riguarda il concetto di Resistenza, da molti considerata la < Resistenza del Nord >. Anche se con modalità talora diverse, anche il Sud ha partecipato alla Resistenza. E’ stato sottovalutato per molto tempo questo aspetto, come se nel Sud non fosse accaduto nulla. Non pochi meridionali, per le vicende della guerra, si erano trovati al Nord e lì avevano partecipato alla Resistenza, alcuni perdendo la vita.

Dobbiamo approfondire la ricerca, raccogliendo dati sempre più significativi; vanno presi in considerazione anche tutti gli atti di disubbidienza, di contrasto, di opposizione, alla prepotenza fascista e alla prepotenza straniera.

Purtroppo, la Resistenza non é ancora storia “condivisa” e c’é chi la contesta e la nega. E’ uno dei problemi del nostro Paese, che non riesce ad essere orgoglioso, appunto, della sua storia.

 

Vincenzo Petrocelli

Bibliografia

Marco Gioanninini – Giulio Massobrio

BOMBARDATE L’ITALIA

Stria della Guerra di distruzione aerea 1940 – 1945

Rizzoli storica

Marco Patricelli

L’ITALIA SOTTO LE BOMBE

Guerra aerea e vita civile 1940 – 1945

Editori Laterza

Vito Antonio Leuzzi – Giulio Esposito

L’8 settembre 1943 in Puglia e Basilicata

Documenti e testimonianze

Edizioni del Sud

A cura di Enzo Fimiani

Quaderni di Storia

ANPI

ASSOCIAZIONE NAZIONALE PARTIGIANI D’ITALIA

La partecipazione

del Mezzogiorno alla Liberazione

d’Italia (1943-1945)

Le Monnier

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