IL MONDO MISTERIOSO DELL’ADOLESCENZA

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VALERIA IANNUZZI

Quando un bambino viene alla luce, non ha bisogno di molte cose, se non di bisogni primari: bere, mangiare e dormire. La madre invece necessita, prima fra tutte le cose, di accoglierlo subito tra le sue braccia. Teneramente pensiamo che il neonato provi la stessa necessità di calore, di appartenenza, e probabilmente ciò avverrà, certamente che avverrà, ma soltanto in un momento successivo, a patto che l’appartenenza si conquisti con l’amore e col tempo. Appartenere, nel suo senso più profondo, non è un verbo che si dà, in questi casi, per scontato, né è indiscutibile.

Quando il bambino comincia a vivere i suoi primi mesi, aggiunge qualcosa alla sua lista dei bisogni: sente la necessità di divertirsi, di giocare, sente la necessità di ricevere affetto e poi, dopo averne capito l’importanza e i benefici, di donarlo, sempre con ingenua e spontanea semplicità. La consapevolezza e la condivisione, requisiti necessari per un affetto, per un amore (in tutte le sue forme) sano, saranno soltanto una meta successiva e, soprattutto, molto sudata. Questi primi bisogno non meramente primari (anche se, condividendo Aristotele, l’uomo è un animale sociale e ha bisogno dell’altro) fanno generalmente riferimento al nucleo familiare, all’ambiente con cui ogni bambino, chiaramente, ha più a che fare nei primi anni della sua vita, fino circa ai suoi tre anni, età in cui si apre un’altra stanza, oltre a quella familiare, ovvero quella scolastica: si inizia con l’asilo. A quel punto il bambino aggiunge, ancora una volta, altri bisogni al suo “viver bene”, come ad esempio quello di stringere molte amicizie, quello di imparare nuove cose, come l’alfabeto, i numeri, il nome dei colori, degli animali, dei mestieri etc., per riconoscerle, per raccontarle. E guai se un bambino a quell’età non avesse la curiosità e l’incanto per il mondo che lo circonda, per la vita che lo chiama.

Il bambino, fino ad ora, ha aggiunto soltanto qualcosa alla sua vita, non ha mai tolto granché, se non qualche giocattolo vecchiotto e qualche pietanza verde che è di troppo nel suo piatto. Continua dunque a crescere, a coltivare i suoi primi interessi, a comprendere le sue prime inclinazioni, ad esprimere le sue prime opinioni, a coltivare i suoi primi sogni. Tutto può cambiare continuamente, tutto può evolversi, si passa dal giocare basket al praticare karate, dal suonare il pianoforte ad esercitarsi col canto, dal leggere Diabolik al preferire guardar Topolino, senza pensarci troppo, perché questa è l’età della scoperta, in cui c’è sempre qualcosa di più entusiasmante di un’altra, dove abbandonare il vecchio per il nuovo non è sofferto, l’età in cui non si smette mai di cercare, e di stupirsi. Il bambino aggiunge continuamente decorazioni alla sua vita, e, se toglie qualcosa, per volere o per dovere, continua ad andare avanti: ha troppa energia ed è troppo ingenuo per fermarsi o per rivolgere uno sguardo duraturo e critico al passato.

Durante il periodo dell’adolescenza si verifica una dura frattura con il mondo dell’infanzia. A mio parere, sono due i più grandi e difficili cambiamenti che si verificano durante questo fase: il primo è dettato da un brusco mutamento di direzione dell’attenzione, non più rivolta al mondo esterno, ma tutta rivolta al mondo interno, quello dei sentimenti: se da bambini si conosce principalmente il mondo che ci circonda, da adolescenti si conosce principalmente il mondo che ci anima, e questo per affrontarli, una volta adulti, entrambi; il secondo è l’indiscutibile volere di togliere ciò che si considera infantile e ciò che non va bene agli altri: perché sì, mai come in quell’età ci si vuole distaccare dalla propria infanzia e mai come in quella età ci si sente influenzati dal parere delle altre persone. Aggiungere è così semplice, mettere in discussione e tagliare è il più delle volte doloroso e porta inevitabilmente ad una crisi, che è espressione di un cambiamento in atto o già conclusosi. E l’adolescenza è forse la prima “tappa” di cambiamento della vita, in cui si toglie qualcosa, anche cose che prima erano certe e costituivano una sorta di sicurezza. Ciò si deve fare, anche se in quel momento non ne comprendi il motivo, non ti ci soffermi, o semplicemente non ti interessa. L’operazione di distruggere, in questo caso, ha un grande rischio, quello di “perdere”. Ma generalmente il premio è quello di “sapersi” ed anche in maniera più o meno cosciente.

L’adolescente vive un periodo di transizione, di cui però non è affatto consapevole, a tal punto da poter credere che se pensa una cosa la penserà per sempre, se prova una cosa la proverà per sempre e, allo stesso modo, se fa una cosa che gli va bene una volta e la ripeterà, andrà ugualmente bene, e così sarà per sempre. Ed è forse questa una delle cause della sua ribellione, quella che si manifesta generalmente verso i propri genitori, che lo porta a rifiutare tutto ciò che va contro le sue “eterne” convinzioni”.

Si considera questo periodo come un percorso finalizzato ad una più o meno compiuta stabilizzazione (l’età adulta). A tal proposito, per capire chi è, l’adolescente, a volte inconsciamente, a volte no, è portato ad allontanarsi da ciò che è stato (altra motivazione di distacco dai suoi genitori) e ad essere altro da sé, e quindi ciò che effettivamente non è. Ma sente inevitabile e necessaria questa operazione di straniamento, fino a quando raggiungerà almeno una minima consapevolezza di sé. Essere sé stessi o fingere di essere altro è invece un discorso più ampio e, soprattutto, che non ha età.

L’adolescente si rifugia continuamente nel suo mondo interiore, tentando di ascoltare le proprie sensazioni, i propri sentimenti, senza capirci in realtà granché. Lo stereotipo più comune attribuito a questa fase è quello dell’adolescente che non parla con i suoi genitori o lo fa soltanto per contrastarli, quello del giovane egoista con le cuffiette nelle orecchie e le mani in tasca a cui non importa molto del mondo in cui vive, quello di qualcuno che non accetta le regole, ma ciò accade perché in realtà non le capisce, perché in un mondo di transizione finalizzato alla liberazione di sé (intesa come espressione della propria persona) non possono essere comprese rigide regole. Eppure, come se fosse il più grande paradosso, l’adolescente ha bisogno di una voce che lo guidi, pur non ascoltandola realmente mai. Ci saranno momenti in cui quella voce sarà indispensabile e sarà di prezioso aiuto.

Ma, oltre questo, l’adolescente è quel ragazzo che, nella sua continua e confusionaria mutazione, nell’allontanarsi dalla sua infanzia, nel contrastare le voci di imposizioni altrui, nel chiudersi in sé, nel rifiutare apparentemente il mondo, fa un’operazione straordinariamente rivoluzionaria: percepisce realmente la sua voce. E non è forse questo il primo passo verso il mondo? Restando forte delle sue certezze e delle sue convinzioni, forse perché ancora teneramente ingenuo o forse perché immensamente vitale, con il suo modo sensibile di vivere le cose, con la sua necessità di distruggere per ricostruire, sente ogni cosa che conquista come perfettamente eterna, si sente egli stesso intimamente ed immensamente eterno. E non è questa una grande espressione di forza, un primo passo necessario per la vita?

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