MUSMECI il Ponte Monco

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PIPPO CANCELLIERI

 

Musmeci con Morandi e Nervi, rappresentano il massimo mai espresso fino ad oggi in termini di applicazioni del cemento armato in strutture sia pubbliche che private.

La Sala Paolo VI a Roma, il Viadotto sul Polcevera a Genova e il Ponte sul Basento a Potenza sono ormai casi di studio nelle più prestigiose Università di tutto il mondo.

La fortuna ha però arriso solo alla prima e certo in quanto di proprietà del Vaticano che oltre a goderla per se e per il visitatore, la mantiene in modo eccelso. Le altre due assieme ad altre centinaia frutto dell’ingegno italico, sono nello stato in cui versano e che tutti purtroppo vediamo e spesso subiamo.

Caso del genere è ad esempio il Palazzetto dello Sport a Roma Eur realizzato per le Olimpiadi del 1960 e ormai vicinissimo alla rovina completa. Peggio è stato per il Polcevera o per il Favazzina o il Costaviola a Bagnara Calabra sulla A3 che quando dopo solo trent’anni dalla messa in esercizio, io assieme ad altri ci dovemmo mettere mani ci trovammo costretti a proporne la demolizione. Quando poi la realizzammo ricordo benissimo le lacrime mie e dei colleghi davanti ad un evento che per noi equivaleva alla morte di un pezzo di noi stessi.

Al Palazzo della Provincia Autonoma di Trento, pregevole opera di Musmeci, devo ammettere è andata invece benissimo. Sembra fatta ieri, pulitissima oltre nella sua eleganza formale, addirittura meglio per come è tenuta e per come è utilizzata, il tutto con l’aggiunta di una chiosa. Mentre per il Ponte io e tanti altri riusciamo a comprenderne lo schema statico sia pure grazie ai moderni elaboratori, per il palazzo citato faccio ancora fatica a comprenderne la logica statica, segno questo di una superiorità intellettuale che almeno per me sarà impossibile da raggiungere.

Ma torniamo al nostro.

Basta guardare la foto a corredo di questo articolo, per rendersi immediatamente conto che l’opera è monca.

Si monca dal giorno della sua messa in esercizio fino all’attualità fatta tra l’altro di uno stato di degrado che fra poco sarà del tutto irreversibile.

Non annoio con i tecnicismi sfiorandone però solo alcuni che offro per traccia a voi che pazienti mi leggete.

Lo stato di degrado della “corteccia” degli archi è ormai tanto evidente da aver necessitato più volte interventi tampone quasi sempre peggiori del male in se; male che si chiama carbonatazione del calcestruzzo. Questo è un processo irreversibile che inizia il giorno dopo della messa in esercizio di qualunque struttura in cemento non protetta; in sostanza per effetto del dilavamento e della umidità lentamente gli ossidi sia di magnesio e di calcio presenti in piccolissima parte e non “spenti” dall’acqua di impasto, si trasformano in calcare e dolomite che detta così farebbero anche bene ma che purtroppo per il loro maggiore volume tendono a provocare crepe sempre più grosse e profonde fino a raggiungere e superare le armature sottostanti con la conseguenza che queste raggiunte da acqua ed altri inquinanti (vedi Polcevera) finiscono per arrugginirsi e quindi perdere la loro capacità di resistenza.

Nel nostro il problema è evidentissimo ma non è il problema più grave per la durabilità della struttura degli archi. Essi infatti sono sostanzialmente sempre compressi e come tali ben in grado di affrontare diminuizioni di spessore anche significative nei confronti delle quali comunque prima o poi si dovrà intervenire.

L’impalcato invece sta peggio.

Se possibile molto peggio (Prof. Luna mi perdoni la violenza del super superlativo).

Mi riferisco alle cosiddette “Selle Gerber” volute dal Maestro per abbassare il livello di iperstaticità del sistema e cioè della difficoltà di calcolo che allora senza i moderni elaboratori era cosa molto dispendiosa.

Ora dovrei dire qualcosa di più sull’argomento ma non volendo annoiare, mi limito a dire che secondo me il Polcevera di Morandi entra in crisi nel momento in cui un pezzo di Sella Gerber si rompe trasmettendo per risonanza alla velocità del suono, sforzi ai tiranti che magari con tempi di avviso più lenti forse non avrebbero causato la tragedia che tutti abbiamo visto.

Ovviamente pure su questo argomento assieme a pochissimi altri sono solo a raccontare.

Il Ponte però non è monco per il pericolo di una sua crisi statica.

Magari fra qualche anno il suo stato di degrado sarà del tutto irreversibile ma non è per questo che è monco.

Guardate di nuovo le foto.

Il Ponte nasce per collegare l’autostrada alla città scavalcando viabilità ordinaria, il Fiume Basento e le due Ferrovie, quella dello Stato e la Appulo Lucana e per questo abbisognava che avesse almeno due svincoli ad anello sia in entrata che in uscita.

Quelli che si chiamano in gergo petali di quadrifoglio.

Ebbene ne fu realizzato solo uno, quello sulla SS407 lato direzione Salerno.

E gli altri tre?

Quello opposto lato Metaponto, solo accennato e i due lato Potenza addirittura neanche pure!

I più vecchi di voi ricorderanno che lo scavalco delle due ferrovie rimase interrotto per anni e questo avvenne per … .

Avevano iniziato a costruire fabbricati proprio nell’area del quadrifoglio!

E più tempo si perdeva a capire del perché della cosa e più i fabbricati crescevano in altezza!

Certo amareggiato, costretto a mettere una pezza il Maestro appena superato le FFSS ridisegnò il ponte facendolo scendere quasi di colpo allo scopo di raccordarsi con il Viale Marconi!

Quanti rospi deve aver ingoiato il Nostro!

Ma il meglio cioè il peggio doveva ancora avvenire e sta avvenendo.

Sula lato Potenza un terzo fabbricato, quello bianco a filo del ponte e di fronte addirittura una scuola e per sovra mercato pure una palestra!

Negli anni ottanta poi si mise mano al raccordo su via Vaccaro costruendo gli scavalchi attuali che consentono le percorrenze da e per la Stazione e che tutti noi subiamo ogni volta che osiamo passare da quelle parti nelle ore di punta.

Ma siccome al peggio non esiste mai fine nella Italia di questi ultimi decenni e di più nella Potenza del dopoguerra, a qualcuno venne l’idea in pieno svincolo in una area residuale delimitata da esso di realizzare il solito palazzone senza porsi il problema che per accedere ad esso visto la non esistenza (ancora) del tele trasporto del Sig.Spock di Star Trek, gli abitanti avrebbero dovuto attraversare armi mezzi e bagagli lo svincolo!

E allora via a costruire imponenti opere di sostegno a filo (sic!) dello svincolo che tanto queste sarebbero state ripagate dalla redditività dell’operazione immobiliare.

La cosa in verità si è interrotta da alcuni anni e nonostante le ripetute richieste informazioni dalle parti di Sant’Antonio la Macchia, nulla si riesce a sapere, quasi fosse un segreto carbonaro da mantenere chissà fino a quando!

Quindi dal lato Potenza a meno di iniziative coraggiose della Amministrazione Comunale (delicatissimo eufemismo) è del tutto evidente che nulla si potrà mai più fare.

In realtà una idea l’avrei ma evito accuratamente di esporla per il timore del processo sommario e la conseguente fucilazione in alveo sotto il ponte.

Si potrebbe almeno realizzare il petalo di svincolo lato autostrada direzione Metaponto e ottimizzare quello in fronte ma … .

Ma chi lo va a dire che per Norma questo impegnerebbe perfino l’area Cip_Zoo, a quelli che hanno già messo in conto la posta da pagare alla Regione (venti milioni di euro) per il possesso dell’area sulla quale realizzare il nuovo Stadio/Centro Commerciale/Struttura Sanitaria, tutta naturalmente privata?

Povero Maestro Musmeci, allora.

E poveri noi!

Ing.Giuseppe Cancellieri.

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