di Gianfranco Blasi
Non è mai banale ripercorrere le trasformazioni economiche, sociali e territoriali della nostra regione dagli anni del secondo dopoguerra ad oggi. Attenzione, deve trattarsi di un’analisi, non solo di una narrazione. Ci verranno così in mente gli obiettivi di sviluppo, di rallentamento, di stagnazione e declino, le tendenze in atto e i rischi di irreversibilità alla decadenza cui la Basilicata potrebbe essere ulteriormente sottoposta. Bisogna essere pragmatici e trasversali. Rendere esplicita la curva del declino. Porre i temi, anche quelli più severi, e non rinunciare mai ad offrire soluzioni. Soprattutto nella difficile transizione dalla dipendenza all’autonomia. Cosicché deve essere messa a nudo l’attuale condizione, gli errori nelle scelte nazionali e regionali degli ultimi decenni, ma nel contempo ci corre l’obbligo di indicare una strada allo stato di impoverimento dove sembrano scivolare sempre più la Basilicata e le regioni meridionali. Il destino non è mai irreversibile. Penso a Benedetto Croce. La storia ha un senso se la si legge filologicamente, non settorialmente, o banalmente in maniera congiunturale. Molti osservatori, molta dell’attuale classe politica, anche importanti centri di ricerca e di studi sociali ed economici, restano fermi alla cura dei sintomi, ad analisi parziali ed emotive, a vecchie letture ideologiche, assistenziali (il modello della dipendenza). 
In quest’articolo parleremo soprattutto di acqua. Acqua e Basilicata, un binomio formidabile. Ma anche una sommatoria di occasioni sprecate.
In questi giorni il Parlamento, se pure con un voto di fiducia, a maggioranza, ha stabilito la nascita di Acque del Sud. La società delle dighe che manda in pensione definitiva l’Ente irrigazione (Eipli) e apre a un ruolo di minoranza dei privati. Viene sancito il principio, molto discusso, che il provincialismo dell’acqua è finito. L’acqua, bene comune, al netto delle compensazioni che spettano ai territori da cui viene prelevata.
L’aspettativa creatasi in Basilicata sull’acqua viene ridimensionata. Come è stato per il petrolio. Oppure nasce una nuova opportunità di negoziazione all’interno di quella cornice ampia e feconda che passa sotto il nome di autonomia differenziata?
Andiamo per ordine. L’operazione prevede il trasferimento alla nuova società di tutto il personale e della gestione della grande adduzione, cioè delle dighe lucane, con il subentro nelle forniture agli attuali clienti dell’Eipli. Ma con un obbligo legislativo preliminare. I contratti in essere “sono trasferiti alla società di nuova costituzione e sono rinnovati entro i successivi centoventi giorni con l’inserimento di una clausola di garanzia a prima richiesta a carico dell’utente”. Dunque, i Consorzi di bonifica, ovvero i clienti morosi dell’attuale Eipli, dovranno presentare fideiussioni a garanzia del pagamento delle bollette. Visto, però, che i Consorzi sono storicamente inadempienti, a farsene carico dovranno essere le Regioni.
Finalmente, la debitoria del vecchio Eipli viene trasferita a una gestione stralcio che dovrà far fronte a 140 milioni di debiti. Di questi quasi 40 milioni è in capo ai Consorzi lucani. Sarà predisposto un piano di riparto, che come in una liquidazione giudiziale, dovrà recuperare circa 60 milioni di euro di crediti. Con questi soldi saranno garantiti i lavoratori, mentre le imprese dovranno accontentarsi di quello che resta. Il decreto approvato ieri ha infatti dichiarato l’improcedibilità delle procedure esecutive e le azioni giudiziarie nei confronti dell’Eipli e della successiva gestione stralcio. Si chiude uno dei rubinetti scandalo di usura della finanza pubblica. Si mette fine ai pignoramenti che da vent’anni ingessano l’attività dell’ente. Si mette fine ad un vero e proprio imbroglio. L’Eipli carrozzone, drogato di debiti, con lo stato costretto ogni anno a rimetterci qualche centinaio di milioni da prendere dal bilancio pubblico. Ad oggi, va sottolineato, l’unico buon pagatore è l’Acquedotto Pugliese che si è sempre posto con enorme serietà rispetto al tema. Mentre tra i debitori storici, oltre ai Consorzi lucani, vi è l’ex Ilva.
La nuova società comincerà a operare materialmente nel marzo 2024. Con un capitale di 5 milioni assegnato al ministero dell’Economia, demandando al ministero dell’Agricoltura la stesura dello statuto e la nomina del presidente.. Molte critiche sono state mosse dagli ambienti dell’opposizione politica e sindacale di centro sinistra lucana. O, almeno, dal poco che ne resta, sul tema della proprietà dell’acqua e su quello dell’ingresso dei privati. Si conferma la mancanza di cultura della modernità oltre che quella della ricerca e dell’innovazione. E’ il tema della lotta politica fra conservatori di sinistra e liberali di centro destra. Fra centralismo e territori, fra stato e mercato che torna sempre di attualità. La nuova legge è anche una risposta politica a certe iniziative del governatore campano Vincenzo De Luca, che con una legge regionale sovranista e populista si è “appropriato” delle infrastrutture idriche. Meglio ha fatto il governatore Michele Emiliano che ha affidato all’Acquedotto Pugliese la mission di trasformarsi in una multiutility che possa occuparsi anche di energia e di rifiuti. La Regione Puglia stava provando ad affidare ad Aqp anche la gestione della grande adduzione. Il governo nazionale è intervenuto per tamponare le iniziative legislative e politiche di Campania e Puglia, che con due colpi ben assestati avrebbero ottenuto una il controllo sull’acqua, l’altra i profitti economici sulla gestione idrica.
Tutto ciò a danno della Basilicata ferma a vecchie discussioni sulla proprietà e sulle compensazioni negoziali. Cioè a due questioni irrisolvibili con il poco potere contrattuale di un territorio cuscinetto. Grazie alla nuova legge le tariffe dell’acqua all’ingrosso verranno stabilite dall’Arera, così facendo venire meno anche alcune dinamiche (spesso simili a estorsioni) che si sono generate negli anni tra i territori. Al socio privato (che potrà acquisire fino al 30%) spetta invece la scelta dell’amministratore delegato. L’ingresso dei privati si spiega con la volontà di sviluppare le potenzialità energetiche delle fonti idriche, puntando sull’idroelettrico in analogia a quanto avviene in Calabria (dove esistono nove centrali, tutte possedute da A2A ovvero dalla multiservizi fondata dai Comuni di Brescia e Milano). Ed ecco perché nella visione strategica c’è la possibilità che la nuova società possa muoversi in tutto il Sud.
Dopodiché la Basilicata e il suo sistema imprenditoriale si sveglino. Battano un colpo. Serve una legge regionale che favorisca la nascita di una multi servizio che si muova fra acqua, energia e rifiuti. Una società mista pubblica e privata, affidata nella gestione a competenze private di alta qualità e professionalità internazionale. Il tema duplice è la qualità del servizio ai cittadini ma anche con l’obiettivo di produrre ricchezza e lavoro.
Lo statuto di Acque del Sud prevede la possibilità dell’ingresso di altri soci pubblici fino al 5% del capitale. Le Regioni, insomma, sono benvenute. Ma a guidare la partita sarà il governo. Cioè, l’acqua è un bene comune che va gestita tutti assieme, al netto delle compensazioni che spettano ai territori da cui viene prelevata. Più che criticare alle singole regioni meridionali non resta che partecipare e negoziare, ognuna con il proprio bagaglio di competenze e con il coraggio di non indietreggiare. Puglia e Campania non si tireranno indietro. E la Basilicata? Anche su questo tema ci serve un approccio carico di visioni, ma non dobbiamo essere visionari. Piuttosto, drammaticamente realisti, sposare l’idea di un declino profondo e ingiusto. Non giustificare le classi dirigenti che hanno prodotto questa situazione. Non mi attarderei nei rimproveri o in un’ esegesi populista. Nient’affatto. Bisogna offrire soluzioni problema per problema, questione per questione. Persino sulle vicende più annose, sui ritardi nemmeno più commentabili.