Il romanzo eccentrico di V. Viviani che sconvolge canoni letterari

di Antonio Lotierzo
Eccellente caso editoriale, questo che la casa editrice Neri Pozza ha pubblicato, come ‘unicum’ letterario, romanzo terminato di scrivere il 5 ottobre 1975 e rimasto in un cassetto fino a questo 2022.L’autore, Vittorio Viviani (1914-1979), figlio di Raffaele, ha dedicato la sua vita alla regia teatrale, pubblicò due commedie ed un romanzo (‘La danza sul vuoto’) a cui qui non si può dedicare attenzione esplicativa. Il titolo “Il posto di guardia” sembra minimalista, in quanto, per raffigurare complesse vicende di Napoli fra il 1943 ed il 1955, Viviani, in eccentrica novità rispetto al Malaparte de ‘La pelle’ o a De Filippo di ‘Napoli milionaria’ ed in non voluta analogia con gli imbrogli di Gadda del ‘Pasticciaccio’, sceglie il questurino Crescenzo Falarino a farci da guida, con la scansione di dodici capitoli, delle esistenziali peripezie di una serie di indimenticabili personaggi: la famiglia Falarino (la madre ed Antonio, il musicista); l’immigrata siciliana catanese Giuseppina Salemi con i suoi variegati e compulsivi amori; il senatore Ludovico Lofiero, eccitato e speculatore, e Dorotea di palazzo Donn’Anna; nonché ‘personaggetti’ indimenticabili come l’avvocato Grazia, il magliaro don Pasqualino, le tenutarie di pensioni e i diversi frequentatori, lo smargiasso americano Turi Salonia. Mi scuserete se parto da un filosofo che qui sembra non entrarci, ma Benedetto Croce elaborò, nel 1938, nella filosofia dello spirito, una teoria del vitalismo, che qui può servire, fra napoletani e senza scomodare esistenzialismi francesi, che presentava la dialettica fra la disorganicità e discontinuità, fra lo squilibrio della vita morale, e a volte l’inutile tendenza a ricostruire un equilibrio vitale; per cui esiste una forza (inconscia? direbbe Freud) estranea alla armonia della vita e che insidia l’unità etica ed il trionfo del bene, che spinge allo squilibrio ed alla malattia, che ci rende vittime di un’esuberanza vitale, agiti da un desiderio asociale che è poi quella ‘libertà’ che dichiara Giuseppina nei suoi trascorsi amorosi e che, però, la porteranno alla viltà del suicidio. E mi sembra notevole questa analogia fra un certo Croce e un più dichiarato Viviani, che sa che ‘il mondo è infestato dai demoni’ (p.377) Decisamente pieno di stimoli, questo romanzo ti prende nel suo vorticare e ti riannoda senza che il lettore riesca a salire a galla da quel mondo, le cui passioni ci coinvolgono emotivamente e non senza un moto di ripulsa per la ricalcata, con punte di ironia sottesa, stupidità delle azioni umane.
Vittorio Viviani
Il contesto dell’azione presenta una nuova figurazione di Napoli: l’ospedale dei Pellegrini nella Pignasecca (con la statua della Carità, affrescata popputa, dalla cinquecentesca funzione sociale per cui, ‘per essere assistiti e beneficati, i poveri dovessero restare tali per qualifica interna’(p.5),ospedale nel cui cortile le auto sono un cimitero di bare che si rinnova ogni mattina, di fronte al posto di guardia che è un disordinato immondezzaio oltre che un presidio di legge; le stanze, anche affittate, del Vomero; palazzo Donn’Anna con gli oggetti-arredamento parlanti; Parco Grifeo, americanato; l’albergo Vesuvio sul lungomare, che assolve ad un ruolo centrale nella follia investigativa del questurino e non solo. E’ tutto un correre fra questi spazi, una ‘marea confusionaria’ di persone e di macchine, questo è Napoli con il suo ‘demone del moto’ (p.68) e qui corre l’agitato questurino a cercare di scoprire il filo di Arianna di vicende esistenziali che invece sono di per sé uno ‘gliuòmmero’ ( che ,come Nicola De Blasi ci segnalò, fin dagli Aragonesi indicavano componimenti a gomitolo), nodi gordiani che solo la spada e la morte possono risolvere, avviandoli al ‘dissolvimento’. Come stile nulla di meglio dell’ipotassi che, variegandosi al dialogo breve o alla frase più succinta, segue le sinuosità barocche dei ragionamenti d Viviani, che affrescano tutto: le relazioni umane, la vita politica dal fascismo al laurismo, l’acuta disarmonia delle vite riavvolte da un’angoscia che richiede silenzio (p.23), la ricerca di una figura umana che pure si conosce solo per frammenti (p.68); l’utilizzo del cane, del mastino come metafora di un indagare feroce e di una difesa strenua dei padroni; lo spostarsi continuo di una narrazione che ora è in terza persona ed ora è racconto in prima persona assolto dai vari componenti, fino al parossismo della confusione dei punti di vista che mi fa dire: siamo di fronte ad un romanzo giallo paranoico o ad una forma di romanzo storico ossessivo? E’ un poliziesco con psicopatologia comunitaria o un romanzo femminista con aculei patriarcali? Viviani è proteiforme. Viviani viene dopo Pirandello, la sua scrittura esprime un ‘magma di pensiero’, è un ‘vitreo delirio’(p.22). Viviani usa la narrativa come uno strumento etico di conoscenza della profondità dell’uomo, di cui i napoletani e meridionali non sono che un esempio, ben connotato. Le domande che ci fa porre sono tante, fra cui: Come una donna può essere libera? Una guardia può pensare ed agire al di là della legge? Una metropoli può cambiare i suoi costumi? Quali politici sono da apprezzare ( visto che qui si descrive il tempo delle ‘mani sulla città’)? Possono gli uomini bloccare il desiderio di consumare donne? Perché giungere al suicidio, per cedimento vitale o affermazione della propria ‘verginità’ intima, al di là delle voglie sporche dei maschi?(p.120) . Il linguaggio è infarcito da lemmi particolari, mi fa piacere segnalarne alcuni: malepatenze (p.16); cupo verbastro (p.26);sciambrato (p.38); latroneccio (p.53);strade sfossicate (p.104); s’impuntiglia (p.110); ciaciarsi (p.127); bafogno (p.135); coscienziario (p.135); infruciuti (p.295). Ho accenato al tema del “tempo” in questo romanzo: non è lineare ma circolare con più spirali che si aggrovigliano, una caoticità che è la resa alla vita indefinibile ed insensata del nichilismo, in cui ogni tanto è uno ‘stamattina’ a riportarci nella immediata contemporaneità di avvenimenti che durano ma hanno avuto una loro patologica cronologia. Altra espressione, comica, è la ripetuta
saltuariamente: “ Ci vorrebbe davvero la sedia elettrica!” che riporta alle tensioni fra la legalità e la legge pubblica immorale. Ultima segnalazione: Viviani contrappone, di fatto, le otto vicende sessuali di Giuseppina, sempre intinte di tragicità, con il tradizionale matriarcato della ‘madre’, serva di casa, ma ‘in fregola’ che attendeva, quando era più giovane, ‘disfatta e zizzuta’ un pregiudicato e poi, da vedova, si era adattata al nero prete di casa, trasfigurandosi in un’Assunta librata…(p.34-36),facendo coesistere bassi istinti traumatizzati e abitudini rugose di moralismi. E’ di queste vicende che si esalta la ‘napoletanità’, da Boccaccio a noi e rendono frizzantina l’aria sociale che si respira passeggiando in quella metropoli mediterranea, in cui sprizza e si consuma il vitalismo istintuale di quegli eterni protagonisti dalla vita spiraliforme, drizzata su di un’acuta disarmonia.
Vittorio Viviani, Il posto di guardia, Neri Pozza, 2022, pp.378, e.18,00