NINI’ RANALDI E LO SCONFITTORIALISMO

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LUCIO TUFANO

 

Come si fa a parlare della Lucania quando si è così assenti da rimanere disinformati e fermi ancora a quella fase di denuncia poetica che ha caratterizzato il “levismo” e che ha procurato una notevole rendita di pretenziosa intellettualità a chi ostinatamente ha voluto pedissequamente sfrut­tarne le orme percorrendo lo stesso tracciato, senza alcuno sprazzo di originale talento?

Certamente non fu nostra la colpa se il “levismo” finì con l’imporre una tunica mesta anzi funerea alla Lucania, trascurando gran parte della sua identità e della sua storia, sia di quella arcaica, sia di quella moderna, e non valutando a fondo i suoli lirismi, le sue stagioni, i suoi regimi, il costume, la commedia e il grottesco del suo teatro popolare e urbano, la sua civiltà, e la sua borghesia costumata e colta. Ma invece da decenni si continua a pontificare. Lo fanno gli inviati del centro e del Nord, delle grandi testate (stampa e Tv), spesso frettolosi e superficiali, gli studiosi stranieri e altri, e che prendono sempre spunto dai canoni leviani; spesso aggiungendo il fenomeno del “brigantismo”, nota folcloristica con cui viene ancora reclamizzata la Basilicata.

Personaggi che oggi vengono ancora contrabbandati come i detentori del tutto, intel­lettuali, storici, economisti, docenti universitari, leaders di partiti o di formazioni, creati dalla sera alla mattina, consulenti e direttori generali, la cui rendita è composta di conti in banca semplice­mente faraonici, non fanno granché per elevare la nostra dignità regionale a livello europeo.

Com’è potuto accadere tutto questo? Molti, anche con notevoli qualità e prerogative acclara­te, hanno voluto inseguire la suggestione della “centralità del successo”. Se ne andarono e continua­no ad andarsene, alla ricerca di lavoro, di affermazione e di fortuna. Se Napoleone Bonaparte fosse nato qui, qualcuno potrà oggi dire che, sarebbe finito come impiegato al Catasto, proprio per quella sua mania di appuntare le bandierine sulle mappe e sulle particelle).

Meglio così, come è andata, poiché i benefici effetti della più grande delle rivoluzioni, la meglio riuscita, vennero in fondo annientati dal “bonapartismo” di famiglia, tirannico e nepotista.

La verità è che c’è quest’antica, ancestrale ansia di emigrare sull’esempio di tanti che si an­corarono a Mecenate (Orazio Flacco), o a “Il mondo” di Pannunzio, al “Corriere della Sera”, alla Rai, alla politica parlamentare, alle industrie del nord e via di seguito …

Fu Felice Scardaccione che inneggiò all’Esodo degli intellettuali e dei poeti, facendoli lievitare alla guisa di un esercito in fuga, alla ricerca di applausi, di pubblico, di ribalte e di mercato.

Ora, con la fabbrica delle lauree, con l’imposizione egualitaria del “diritto allo studio”, con la scomparsa dei mestieri più tradizionali, da quelli umili a quelli d’arte e creativi, con la caduta dell’etica, nel modo di vivere e di convivere nella politica ed in questa nostra società, ha ragione chi parla di una società immersa in una bolgia delle presunzioni, di vane competizioni, di invidie e di esibizionismi esasperati … Tutti sono scrittori, tutti scrivono e pochissimi leggono, tutti sono poeti, tutti sono geniali politici, sono pensatori e sono in grado di essere all’altezza di ogni situazione …

Questo probabilmente si è verificato anche a causa della scomparsa delle classi, di quelle contadine e artigiane, mentre si assiste alla formazione di un magma senza identità, dentro il quale si sono inseriti i nipoti degli ex contadini, qualche esponente della vecchia borghesia, i piccoli borghesi ed infi­ne i sottoproletari con titolo di studio.

A tutto questo occorre aggiungere uno dei peggiori difetti del “provincialismo”, quello di fregiarsi dei grandi nomi che vengono invitati a tenere le loro ponderose conferenze sul nostro povero e de­solato deserto. L’esterofilia di chi è sempre e solo disposto a riconoscere e applaudire il già noto, per altro, applaudito altrove, perché possa far lievitare il decoro ed il prestigio di chi ha invocato la sua presenza.

La “centralità del successo” è sempre stato un fenomeno gravitazionale, non è mai stato un fenomeno di periferia, tranne per coloro che, fruendo della spinta elettorale, specie oggi, vengono elevati al rango di detentori del potere locale con i vari crismi del privilegio, assumendo anche il ruolo degli antichi baroni o dei ricchi borghesi di un tempo. È possibile decentrare il successo, come sono stati decentrati i poteri, o come furono decentrati i programmi radiofonici dell’accesso? Occor­re forse abbattere la televisione komeinista, la televisione totalitaria, la televisione che impone i suoi programmi, le sue didattiche, le sue pedagogie – così come hanno lamentato Karl R. Popper e P. Paolo Pasolini – senza che vi sia al­cuno che dal basso possa interloquire e contraddire.

A tutto questo bisogna opporre un dibattito democratico, se non si tratta di situazioni patolo­giche, altrimenti bisognerà ricorrere alle terapie d’urto.

Nord e Sud: il condominio del mondo 

Con il sovvertimento dei vecchi equilibri custoditi dagli stati totalitari del comunismo e dalle potenze democratiche occidentali. L’Est e l’Ovest hanno cessato di guardarsi in cagnesco, è finita la guerra fredda mentre si è instaurata una sorta di competizione-invasione del Sud contro o a vantaggio del Nord. Centocinquanta anni a potenziare l’orgoglio del Nord, della Lombardia, del Piemonte e del Veneto, con l’imperterrita dedizione del nostro talento, del nostro lavoro, della nostra abnegazione, e seconda della nostra capacità di nuove risorse ed iniziative. Abbiamo anche commerciato nel sud (coloniale) i prodotti delle industrie del Nord (i nostri pionieri, i viaggiatori di commercio, “barche senza vele” che hanno percorso le nostre strade per piazzare i prodotti del Nord più progredito).

Un 150° che segna una rovesciata (da Marsala a Quarto) della storia interrotta dai Savoia che allargarono il Piemonte ed il Lombardo-Veneto – scrive il mio amico Antonio Abbato – i cui effetti collaterali crearono, oltre alla diaspora di 15 milioni di terroni, la Mafia, la Ndrangheta e la Camorra. Allora ci invasero i piemontesi, che colonizzarono un Sud economicamente trainante – vedi Pietrarsa: facendo terra bruciata delle risorse e di quanto il Sud aveva costruito (un Sud che si permetteva di rivaleggiare con le piazze di Parigi e Londra.

Cervelli in fuga, “la teoria dell’Esodo” di Felice Scardaccione, capitali in fuga, poeti in fuga, artisti in fuga, in direzione della centralità del successo; i lucani e i meridionali in genere hanno sempre dovuto emigrare.

È forse la sconfitta del Mezzogiorno, rispetto alla concentrazione di eventi fortuiti, di storia, economia e concretezza di un Nord industrioso e concreto?

Eppure si è trattato di un concetto recente, quello di unità nazionale, di “nazione”, non meno rivoluzionario della rivoluzione francese che lo generò: esso voleva significare comunanza di lingua, tradizioni, interessi … fatto di concittadini partecipi della cosa pubblica e della gestione delle istituzioni …

Furono gli intellettuali che videro nella nazione l’unità territoriale, la migliore amministrazione della giustizia, la libertà e la partecipazione delle masse popolari.

Il 1911, celebrandosi il 50° dell’Unità vide l’Italia combattere contro l’impero turco per la conquista della Libia: “una campagna relativamente facile che portò ad una rapida vittoria, e vide all’opera, oltre all’esercito, anche la macchina della propaganda, cosa da niente, rispetto al grave e grande conflitto che di lì a poco avrebbe travolto l’Europa …

Partendo da quelle “orge vittoria liste” del ‘900, preso come il secolo più carico di illusioni colonialiste, guerrafondaie e imperialiste, e dimostrare come tutta la euforia di una intera nazione sia precipitata sempre, quasi sempre, nell’amaro delle catastrofi, grazie all’equivoco sconfitta-vittoria.

Un secolo di monumentali espressioni di sacrari, di devozionismo teso ad inneggiare, predilezioni di masse nazionaliste, trasporti mistici e deliranti, galvanizzazioni per le inaudite produzioni di retoriche fino a segnare la caduta e l’annientamento, cui solo le demagogie delle vecchie e nuove utopie hanno potuto costituire le più valide terapie.

Chi mai, da tutto il ‘900, non ha potuto constatare come il concetto di “vittoria”, le sue prorompenti euforie, le sue celebrazioni, le sue estesissime e capillari filature della più accurata tela di persuasione storico-psicologica non abbiano riempito di infondate e vane arroganze le generazioni fino al baratro delle peggiori sconfitte, dei voltafaccia diplomatici ed internazionali, nella condivisione e al riparo di forzose rassegnazioni, illusorie e magari falsamente vincitrici? Ribalte di un secolo che hanno segnato diversi anfitrioni per trionfalismi razziali e sciovinismi militari, che tornano a battere cassa nel bilancio delle disfatte, ancora oggi, pagando lo scotto ad altissimo prezzo, e installando l’immenso refettorio ove far rifocillare, come ulteriore, ennesimo risarcimento, tutti quelli della fame africana, oltre a quanto in denaro e opere pubbliche ha già preteso Gheddafi.

Di quale sconfitta?

Di quale sconfitta si tratta? Di che genere? È quella delle aspettative inutili, della caduta degli ideali; quella delle generazioni costrette a una superflua speranza? È la sconfitta del Mezzogiorno, delle periferie, della provincia, rimasti eccessivamente distanti da qualsiasi fenomeno portatore di successo o propizio, tale da fare acquisire una notorietà nazionale? Di decentramento fisico-dinamico-politico-culturale ed ancora istituzionale (non ci spettano forse 3 o 4 ministeri?). È vero, ed è constatato che siamo ancora lontani dal progresso e dall’emancipazione, né che siamo protagonisti e fruitori di una democrazia compiuta? Un sistema politico rattoppato, e i cui meccanismi sono poliomielitici grazie ai tradizionali vizi di egoismi e di stirpe antisemita? È forse la caduta delle utopie, quella rivoluzionaria, il crollo di un mondo che ci illuse come più diffuso senso di giustizia, lavoro, piena occupazione, economia forte, assegnazione di ruoli competenti? Dopo tutti quei volumi, quelle ipotesi di sviluppo, quelle prospettive di programmazione: da Rossi Doria, a Scardaccione, all’Ibres, a Pasquale Saraceno, a Leonardo Cuoco, a tanti altri …

Ma la sconfitta non può anche riguardare la perdita della memoria, la anamnesi di un passato e di epoche in cui i valori ed i sentimenti erano nella quotidiana percezione?

È forse la condivisione intellettuale e poetica al cospetto di uno sfacelo evidente, di un mondo condotto a rinnovata schiavitù, soggetto al bluff, agli indici di ascolto di masse di ascoltatori emotive e irrazionali, travolte dai flutti dell’oceano della Mediocritas, e dalle deludenti realizzazioni di idee e di progetto.

Siamo contro quel centralismo delle cariche, degli incarichi, ottenuti fortuitamente, quale “Vittorialismo” nostrano, delle esose indennità, della conservazione perpetua del potere, quei “sinistri” elettorali, quelle forme di Fascismo del disordine e delle rendite istituzionali, della mobilità inamovibile, il cambiare sgabello o sedia, senza privarsi dell’appannaggio relativo, assai diverso dal trasformismo classico, più fazioso, ma più dignitoso quando si riusciva a spiegare il rigetto delle vecchie ideologie e l’acquisizione delle nuove, con l’ausilio di una dialettica colta e sufficiente a spiegare il fenomeno. 

Potenza: centralità e potere di una periferia 

Una città di provincia che ha segnato la sua metamorfosi improvvisa di scleropoli piccolo borghese, grazie al processo massiccio di inurbamento di masse extraurbane, che non hanno né memoria, né il culto della propria identità.

Questo si può spiegare dal fatto che storicamente si è caratterizzata come città del terziario, come “città dei timbri”, ove la operazione esclusiva e fondamentale del potere è stata quella di convalidare o invalidare l’atto. Quella del timbro, imprescindibile dalla specie di potere che la esprime.

Non c’è stato timbro senza potere, non vi è stato potere senza timbro. Per questo occorreva scrivere una storia del potere scritto, effigiato, del potere bollato, emanato, decretato, ordinato, ma anche la storia di una coabitazione intermittente, più spesso ossessiva tra politica, burocrazia, impiegati e travet, della burocrazia come vettore e come veicolo, corridoio, anticamera, finestra o porta chiusa o aperta, rappresentanza locale dei poteri centrali, giudiziari, ecclesiastici, militari, occulti …, ma anche di quanto gli uffici pubblici hanno rappresentato fin dall’Unità rispetto alla campagna e al popolo. Quindi si è sempre reso necessario e improrogabile l’assalto alla “città dei timbri”, alla lentocrazia, alle sue omertà ed ai suoi conformismi, alle sue ipocrisie kafkiane, giacché, dice bene Di Consoli, “il potere della burocrazia cresce sempre sulla penuria di talento”.

Potremmo riprendere l’argomento della polis dalla quale proviene la politica e che continua ad essere la radice genealogica della laicità, di quella laicità che subisce continue battute di arresto anche specialmente a ragione degli interessi soddisfatti o da soddisfare, quella sorta di “fascismo delle rendite istituzionali” che rappresentano le tossine del sistema e la chiusura ermetica della politica all’ingresso di altri.

In questo libro non vi è nulla che possa sbigottire, vi sono fantasmi che hanno lasciato espressioni, ricordi e parole in dotazione, senza alcun testamento, bensì, a loro insaputa, in un dono spontaneo di generosità e grandezza. In questa città, infima gora che ingoia tutto, che non vuole avere memoria, malgrado la presenza di molti storiografi, e dove sussiste imperterrita l’arroganza di chi si fregia di titoli, con la ostentata voglia di esporsi, con i giovani, assillati da problemi esistenziali e concreti, che spesso non conoscono né hanno tempo e voglia di conoscere, dove gli scritti ed i lavori di chi ha vissuto nel passato non vengono quasi mai recepiti e citati. Tutto risponde a una persuasione egocentrica, la mania di chi ritiene che si debba tracciare un solco nuovo, con innovazioni senza originalità e senza il dovuto rispetto dell’autenticità e della tradizione, una nevrosi arrivista e superficiale che non intende recuperare gli antichi valori.

Chi ebbe la fortuna di vivere in quegli anni, quelli del politichese meno scaltro, più sprovveduto, quel clownismo-goliardico appena sfornato dal Liceo Classico, quegli incontri alla Taverna Oraziana con Ignazio Petrone e Pietro Valenza, Gino Grezzi, Chiaffitella Nicola, con i poeti e i pittori: Riviello, Falciano, Corrado, Masi, Pedota, Parrella, Cuscino, Bernardo Panella e altri …

Quegli incontri assidui con Nino Calice, uno dei pochi ad aver intuito la grande carica di umorismo e di satira di quel gruppo di giovani stracarichi di umore e fantasia, anticonformisti e anticodazzo-parrocchiale quelli che subito si schierarono contro la tirannide dei gelsomini: quel doroteismo protezionista e clientelare, onnipresente e asfissiante, alla mano e nel contempo ipocrita, genuflesso e autoritario …

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Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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