NINO BENVENUTI, L’ULTIMO VALZER DEL CAMPIONE

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DI GIANFRANCO BLASI 

Ho imparato ad amare la noble art grazie a mio padre. Un ottimo pugile, un bravo maestro di boxe, ma soprattutto un uomo che portava il ring nel cuore. Non so perché, tra i due grandi rivali italiani dell’epoca, lui preferisse Sandro Mazzinghi a Nino Benvenuti. Forse per quella forza ruvida, per il lavoro oscuro al corpo, per quella tenacia di provincia, per quell’eroismo estremo quasi più mentale che fisico che non chiede mai scusa.
Eppure anche Franco Blasi – “il biondo”, così lo chiamavano sul ring – si commuoveva davanti alla televisione quando combatteva Nino. C’era qualcosa in lui che andava oltre le rivalità: un’eleganza rara, un portamento gentile. Quel modo di danzare sul quadrato riusciva a toccare corde profonde. Così, senza saperlo, il pugilato è entrato nelle mie vene, mischiando sangue e memoria. Oggi, lo sport italiano saluta uno dei suoi più grandi interpreti. Se ne va a 87 anni Giovanni “Nino” Benvenuti, e con lui una parte nobile della nostra memoria: quella in cui il pugilato era ancora poesia, coraggio, disciplina, e riscatto. Era danza e guerra. Era il modo più duro per provare a toccare il cielo. Benvenuti, figlio di esuli istriani, nasce ai margini della storia, nella Trieste lacerata del dopoguerra, dove l’identità era un campo di battaglia e crescere significava imparare a resistere. Come altri figli del Novecento – come Rocco Mazzola, che dalla Basilicata devastata salì sul ring come si sale sul treno della speranza – anche Nino trovò nei guantoni una strada verso la dignità, verso il sogno. Il pugilato, allora, non era solo sport: era un riscatto sociale, una via d’uscita, un atto d’amore verso se stessi e verso un’Italia che voleva rialzarsi, ferita ma viva. E su quel ring Nino non combatteva: danzava. Il suo stile era leggerezza pensante, armonia e calcolo, passo felpato e colpo secco. Come un ballerino classico prestato alla nobile arte, sapeva incantare prima ancora di colpire. Ma quando colpiva, lasciava il segno. Non era solo bellezza, era anche potenza. Il mondo lo scoprì alle Olimpiadi di Roma nel 1960, quando, nei pesi welter, sconfisse il sovietico Jurij Radonjak e si prese l’oro a cinque cerchi. Non solo: fu premiato con la Coppa Val Barker come miglior pugile tecnico del torneo, davanti a un certo Cassius Clay. L’Italia intera si riconobbe nel suo sorriso: gentile, fiero, mai arrogante. Quel volto avrebbe abitato per decenni l’immaginario collettivo come simbolo di eleganza e rigore. Divenuto professionista, Benvenuti tornò tra i superwelter per scrivere una delle rivalità più celebri della boxe italiana: quella con Sandro Mazzinghi, battuto due volte nel 1965 e spodestato dal trono mondiale. Quei due match accesero l’Italia intera, dividendo il tifo, le città e le famiglie come una partita di vita.
Se Benvenuti si faceva preferire per il maggior workrate, per la capacità di costruire i colpi e far esplodere quelli decisivi – con uno jab sinistro che era pura arte – Mazzinghi rispondeva con il cuore e con un lavoro di logoramento al bersaglio grosso, meno appariscente ma tremendamente efficace. Erano due scuole di pensiero, due modi opposti e complementari di intendere la boxe. Ma fu tra i pesi medi che Nino toccò l’apice, affrontando la leggenda Emile Griffith in una trilogia entrata nella storia. Due di quei match si svolsero al Madison Square Garden di New York, cattedrale sacra del pugilato. E Nino, nel tempio del ring, fu re due volte. Nel 1970, però, arrivò l’alba dei giganti: Carlos Monzón, pugile argentino dal pugno feroce e l’anima di pietra. Lo scontro con Monzón fu la fine di un’epoca. Benvenuti perse prima a Roma e poi a Montecarlo, e con dignità immensa si ritirò, lasciando il professionismo con 82 vittorie (di cui 35 per KO), un pareggio e solo sette sconfitte. Ma la sua vera vittoria fu un’altra: aver mostrato al mondo che si può essere forti senza rinunciare alla grazia. Benvenuti non è stato solo un campione. È stato un ambasciatore dello stile, un eroe mite, un testimone della bellezza che può nascere anche dalla lotta. Come gli esuli, come i figli del confine, come gli uomini del dopoguerra che hanno imparato a sorridere dopo le botte della storia, Nino ha fatto della sua vita un’epopea silenziosa, in punta di piedi, con i pugni chiusi e il cuore aperto. E ora che se ne va, non ci resta che il silenzio. Ma è un silenzio pieno, come quello che cala prima di un grande incontro.
E in quell’attimo sospeso, lo vediamo ancora danzare.

 

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Sull' Autore

Scrittore, Poeta, Giornalista

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