Lo ammetto, non sono particolarmente tifosa. Gli sport mi piacciono tutti e fra questi il calcio sta piuttosto dietro, nella classifica. Poi ho cominciato a vedere ragazzini che decoravano di nastri rossi e blu pali della luce, fermate di autobus, palazzi e balconi e l’emozione, la gioia della partecipazione ha avuto il sopravvento.
Vado a farmi la manicure per andare ad un matrimonio e mi faccio decorare i mignoli con strisce rossoblu. Domenica 22 aprile sono a Matera per lavoro, e mi rammarico di non poter partecipare alla festa, ma la festa mi aspetta, è rimandata a domenica 29. Gli striscioni, i nastri, i vessilli con i colori della mia amata città aumentano, così come aumentano i riti scaramantici degli amici più tifosi, che seguo con crescente divertimento (e una punta di ansia) sui social network. I biglietti per lo stadio sono esauriti dal mese scorso, ed è giusto così, è giusto che alla partita ci vadano quelli che non hanno mai mollato, che andavano allo stadio anche quando rischiavano di restare desolatamente soli, o in pochissimi, in tribuna. Ricordo vagamente le polemiche per la passata gestione della squadra, la proposta di un azionariato diffuso per rilevarla. Tutti tentativi di riportare il cuore a casa, ad ogni partita. Poi l’arrivo, in sordina, di un nuovo Presidente, e la cavalcata epica delle prime partite. Ricordo che registravo con un certo stupore i risultati eclatanti, 6 a 0, 4 a 1, e per affetto verso i molti amici tifosi speravo durasse.
Allo stadio non si può andare, dunque, ma la partita viene trasmessa in diretta tv da una emittente privata di Taranto, il nostro avversario del giorno, sul canale DT 652 (manco lo immaginavo che si potesse arrivare a 652, non mi sono mai avventurata oltre 70, sul telecomando). Azzero il volume della tv e alzo quello della diretta FB di Ufficio Stampa Basilicata: loro palesemente non hanno il permesso di riprendere la partita, e quindi le immagini in onda sul tablet sono bizzarre inquadrature di angoli morti dello stadio, ma le voci emozionate e trascinanti dei commentatori, gente che conosco da una vita, sono impagabili. Seguo la cavalcata vincente capendoci pochissimo del dato tecnico, mi interessa solo il riquadro che scandisce il risultato, il tempo che passa, le coreografie dello stadio. Anche lì, dietro le tabelle rosso blu usate per colorare a comando spalti distinti e tribune ci sono amici di sempre, persone con cui ho diviso infanzia e adolescenza, lavoro, amori, vita. Sento la loro emozione e mi emoziono con loro. Durante i 5 interminabili minuti di recupero del secondo tempo mi scopro arrampicata sullo schienale della poltrona, e ho gli occhi umidi, facciamo che è allergia.
Poi, esplode la festa.
Mio padre, sportivo autentico di lunghissimo corso, è abbastanza anziano da ricordare di essere andato allo stadio con la fidanzata quando il Potenza fu promosso addirittura in serie B, e la “fidanzata” ricorda i “panini imbottiti di B” venduti fuori dallo stadio. So che ci tiene, mio padre, a vedere la festa. Alla sua età non bisogna perdersi nessuna emozione, e io lo sento qual è il retropensiero triste che spunta fori in questi casi, come quando la Nazionale non si è qualificata per i Mondiali, maledetti loro. Usciamo in macchina. Non abbiamo una bandiera, ma ho bracciali rossi e blu ai polsi e li ostento fuori dal finestrino, suonando il clacson insieme ai ragazzini, ai padri con bambini, ai giovanotti con le fidanzate imbandierate arrampicate sui sellini posteriori delle moto. Tutti affratellati, tutti salutano tutti gli altri come se tutti si (ri)conoscessero, e forse un po’ è così. A Piazza XVIII Agosto iniziano a radunarsi le folle di ritorno dallo stadio, la festa proseguirà poi in centro, tutta la notte – almeno così raccontano le cronache – a base di fumogeni, canti balli e un bel po’ di alcool. Ma ci sta.
Non è solo un passaggio in C. La crescente popolarità fra i cittadini della propria squadra di calcio, l’ondata di entusiasmo che coinvolge tutti, qualunque sia l’età, provenienza, il colore, l’appartenenza, denota una cosa di cui sono convinta da sempre, e cioè che la città attende solo un elemento coagulante delle passioni, una sfida intorno alla quale raccogliersi e trovare un elemento comune di lavoro.
Che sia la squadra di calcio promossa in C, un santo di cui festeggiare i 900 anni, o magari un ponte da candidare all’Unesco, va bene tutto. I potentini sono vivi, osano, sperimentano, vogliono credere in qualcosa e compattarsi intorno ad essa. Basta solo impegnarsi a non rendere effimero l’entusiasmo, calcare il sentiero aperto e farlo diventare autostrada. Fino a “panini imbottiti di B” (e, perchè no, anche oltre) versione 2.0.
[la foto di copertina è tratta dalla pagina Potenza Calcio Official su Facebook]