Nuovo Governo e Mezzogiorno: un nuovo intervento straordinario o un Piano-Paese?

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RICCARDO ACHILLI economista

Il nuovo Ministro del Sud è stato nominato. E si tratta di una nomina pesante. Peppe Provenzano è senz’altro una persona fra le più competenti rispetto alla materia delle politiche di sviluppo del Mezzogiorno. La sua esperienza di ricerca presso la Svimez lo mette in condizione di avere una conoscenza diretta ed approfondita dei problemi sul tappeto, e di aver lavorato, in ogni Rapporto annuale dell’istituto, su molteplici formule di politiche di intervento, lungo le tante stagioni sperimentate dalla programmazione dello sviluppo del Sud.

Se la scelta della persona appare ineccepibile, è l’approccio generale alla questione del Mezzogiorno che sembra delinearsi, sia pur in queste primissime ore di vita del Governo Conte bis, a lasciare perplessi. Il premier confermato è subito andato a parlare con la nuova Presidente della Commissione Europea, la tedesca Von Der Leyen, e, fra i tanti argomenti affrontati, è emersa anche una bizzarra richiesta di una sorta di “statuto speciale” per il Mezzogiorno, finalizzato a attrarre investimenti esterni. Ora, non si capisce in cosa dovrebbe consistere esattamente tale “statuto speciale” per un’area che, rientrando nell’obiettivo Convergenza, è già destinataria della massima intensità di aiuto, da parte dei fondi comunitari e nazionali. Se Conte pensa alla creazione di una sorta di enorme zona franca estesa a sei regioni, nella quale poter sospendere la disciplina sugli aiuti di Stato ed erogare incentivi fiscali mirati per settore, sarà difficile, a meno di una benevolenza straordinaria della Commissione per via della congiuntura politica, ottenerla. Tale battaglia è stata tentata più volte in passato, senza alcun costrutto. L’Unione Europea consente sospensioni della disciplina sugli aiuti di Stato, senza obbligo di notifica, solo per aiuti di piccola entità e per PMI o, come nel caso delle ZES o delle zone franche urbane, per determinate aree, molto ben delimitate e perimetrate, aventi specifiche caratteristiche.

Quello che lascia perplesso chi scrive è la filosofia generale che emerge dalle prime intenzioni manifestate dal nuovo Governo, ovvero la ripresa di un approccio di tipo straordinario alla questione dello sviluppo del Mezzogiorno. Un simile approccio richiede, intanto, la ripresa di un protagonismo molto forte da parte del centro in termini di programmazione delle politiche e di creazione degli strumenti di intervento sul territorio, il che confligge sia con la struttura ampiamente regionalizzata dei fondi SIE, di gran lunga la leva finanziaria più rilevante per il Mezzogiorno, sia con la nuova stagione autonomistica che sembra pervadere anche il Conte bis. Ricostruire una capacità programmatica e gestionale a Roma, dopo lo smantellamento della Cassa per il Mezzogiorno, e con l’Agenzia per la Coesione Territoriale che assume perlopiù un ruolo di coordinamento, impulso e controllo, non appare facile. Rinegoziare con le Regioni un nuovo accentramento delle risorse dei programmi operativi, dopo aver faticosamente realizzato il Piano per il Sud di renziana memoria, è senz’altro politicamente poco praticabile, senza contare che in alcune regioni del Sud ci sono governatori di discendenza politica leghista, non propriamente ben disposti a sedersi ad un tavolo del genere.

Ma è la filosofia alla base del concetto di straordinarietà che non sembra più in grado di intercettare la realtà attuale. Mentre negli anni del dopoguerra l’idea di un intervento straordinario era oggettivamente giustificata da una analisi territoriale realistica, che evidenziava fattori di arretratezza specifici del Sud, che non si ritrovavano nemmeno nelle aree in ritardo di sviluppo del Centro Nord, e che quindi richiamava la necessità di adottare politiche e strumenti di interventi speciali e specifici, quello che è successo al Paese negli ultimi venticinque-trent’anni non sorregge più una simile esigenza. Il declino civile, culturale, sociale ed economico dell’intero Paese ha in un certo senso ridotto di molto le specificità del ritardo di sviluppo del Sud: si è avuta una sorta di omogeneizzazione verso il basso, per cui quelli che un tempo erano identificati come problemi specifici del Meridione (gap infrastrutturale, declino demografico e spopolamento, presenza della criminalità organizzata radicata sul territorio e nell’economia, carenza quantitativa e qualitativa dei servizi pubblici, tradizionalità e sottodimensionamento del tessuto produttivo, ritardo innovativo) sono, oramai, problemi comuni a tutto il Paese. Li troviamo, ovviamente con intensità e gravità diverse, anche nel Centro Nord, nelle aree manifatturiere avvitate dalla crisi strutturale del modello distrettuale e dalla delocalizzazione della medio-grande industria, nelle città in degrado urbanistico e che hanno perso la loro identità, in una società stanca ed anziana che non cresce più, nelle mafie che mettono radici in territori sinora alieni, persino in nuove mafie autoctone che, di quando in quando, si manifestano.

Avanti a questa omogeneizzazione verso il basso, pensare ad una specificità meridionale di tipo generale ed assoluto, oserei dire di tipo ontologico, appare distorto ed obsoleto, e rischia di alimentare, da un lato, un atteggiamento culturale di continua rivendicazione da parte del Sud, e dall’altro, la crescente richiesta di compensazione fiscale ed autonomistica di un Nord oramai alle prese con problemi del tutto analoghi.

Qui il problema non è quello di rivangare un meridionalismo otto novecentesco con il suo apparato di sofferenza, rivendicazionismo (anche deresponsabilizzante, per la verità) e straordinarietà, ma di pensare ad un piano di rinascita nazionale, che affronti, con una matrice tematica e non più territoriale, gli stessi problemi che affliggono Nord e Sud, ovviamente dedicando al Sud una quota di risorse più elevata, perché detti problemi si presentano con una intensità ed una gravità indiscutibilmente maggiore. E’ discutibile e, per dirla tutta, economicamente assurdo, pensare che la ripresa italiana possa partire da Sud, quando gran parte di ciò che resta del suo tessuto produttivo è di fatto in una posizione di contoterzismo di imprese del Centro Nord, oppure dipende dall’andamento dei consumi non meridionali per gli sbocchi di mercato, quando il suo sistema bancario è oramai legato a centri decisionali ubicati da Roma in su, quando i suoi servizi pubblici sono finanziati in larga misura dal residuo fiscale prodotto a Nord, quando la triste litania della fuga dei cervelli lo depriva sistematicamente della sua migliore gioventù.

Se residua una specificità meridionale, questa sì che può essere oggetto di una attenzione per così dire differenziata da parte di Provenzano, questa consiste in un gap culturale di quelle che dovrebbero essere le classi dirigenti. Imprenditori ed aspiranti tali privi di capitali che vivacchiano di incentivi, quindi di micro relazioni con il sottobosco politico locale, amministratori locali cresciuti con una mentalità consociativa e neofeudale, abituati ad anteporre il prestigio del ruolo alla sostanza, le relazioni di scambio alla promozione del rischio e del merito. Se una banca pubblica per il Sud serve, e secondo me serve eccome (ho anche scritto un articolo al riguardo più di un anno fa, sempre per Talenti Lucani) essa deve promuovere la compartecipazione al capitale di rischio di progetti imprenditoriali validi e promettenti, deve stimolare l’autoimpiego di chi è costretto ad una esistenza umiliante di questua, deve finanziare progetti infrastrutturali basati su rigorose analisi costi/benefici, deve mobilitare un risparmio privato spesso anche cospicuo ma inerte verso traiettorie di sviluppo. E questa è anche una operazione culturale, di crescita di una borghesia che al Sud, sin dai tempi di Salvemini e Gramsci, ha assunto più i tratti del rentier che quelli del capitalista. E questo può aiutare anche una nuova stagione politica ed amministrativa.

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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