
ANNA MARIA SCARNATO
“Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?” E Cicerone, avvocato, politico, oratore, scrittore e filosofo romano che così si rivolse a Catilina, aristocratico politico, poteva solo con tale espressione permettere agli studenti, nella prova scritta dì italiano degli esami di Stato, di affrontare un tema dal contenuto attualissimo che ha attraversato i tempi ad andare dal I° sec. A.C ai nostri giorni e continua a riproporsi ogni volta che le vicende della vita mettono a dura prova la pazienza dell’uomo. Ma siccome non è stata una traccia d’esame quanto un interrogativo che molti degli italiani si sono posti partendo da un’analisi necessaria e concludendo tristemente a fronte degli eventi politici nazionali avvenuti negli ultimi giorni, c’è da osservare che Draghi come Cicerone, accortosi del comportamento ambiguo e strumentale che la Lega, nel corso di questi mesi che l’hanno vista in maggioranza di governo, ha spesso messo in atto con continue verifiche e chiarimenti dal sapore di ricatto nei confronti del presidente del consiglio, pena la mancanza dei voti leghisti, vista l’insistenza dei 5 stelle di Conte a richiedere l’approvazione di un’agenda di 9 punti, tra l’altro quasi tutti validati da Draghi con qualche limatura, la spaccatura dello stesso movimento sempre più in perdita di consensi, ha ritenuto che la stabilità di un governo di unità nazionale se non poteva basarsi sull’unità di coesione, per l’eterogeneità politica dei partiti della maggioranza, comunque necessitava di una responsabilità condivisa per dovere istituzionale. In una congiuntura epocale grave, all’orizzonte un’instabilità destabilizzante da togliere la pazienza e il sonno di chi ha lavorato fino all’ultimo istante per il bene del Paese che ha ritrovato la fiducia degli altri Paesi Europei. E se prima ha pensato alle dimissioni, respinte da Mattarella, poi come Cicerone, ha voluto rapportarsi con il Parlamento per contare il peso della fiducia dei partiti di maggioranza e fare emergere le verità nascoste ma ormai palesi agli italiani senza paraocchi o cervello all’ammasso. E ai diversi “Catilina”, misteriosi e incomprensibili come i 5 stelle , ai sospettati di “congiura”, ordita da tempo e suggellata last moment a Villa Grande, residenza romana di Berlusconi, del centrodestra che ancora “ha minacciato” di uscire dalla maggioranza, a questi capipopolo, sovranisti e populisti ai quali si era tentati di riconoscere un discreto cambiamento delle caratteristiche di un’ideologia contrapposta alle politiche di apertura al di fuori dei confini nazionali viste come minaccia alla democrazia e alla sovranità dello Stato, Draghi, a differenza di Cicerone che si presentò al senato con la corazza per difendersi dagli attacchi dei “nemici”, si è presentato al nostro Parlamento con parole chiare e dirette per richiamare l’attenzione di tutti gli onesti, vestito di “corazza” intessuta di dignità, sano orgoglio, cultura delle istituzioni, per dire ai Catilina, nemici della Repubblica e pronti ad attentare al suo capo, che “la nazione è una grande solidarietà che si fonda sulla dimensione dei sacrifici compiuti e di quelli disposti a compiere.” (Ernest Renan) Richiama gli onorevoli alla responsabilità verso il Paese e alla dichiarazione di fiducia, ma non ha avocato a sé poteri speciali come Cicerone fece nel senato nel lontano 63 a.c. Si è sottoposto al voto sapendo di non essere stato sfiduciato e di poter continuare a governare per altri 8 mesi se avesse accettato l’ultimatum del centrodestra e di Conte. I primi con la richiesta di un nuovo governo, una nuova maggioranza senza i 5 stelle, il secondo con la condivisione di 9 punti di programma. E il governo nato sull’unità nazionale per far fronte alle emergenze? E l’unità apparente, seppure faticosa e mormorante, che ha lavorato per affrontare la pandemia, la povertà , la disoccupazione, la crisi imprenditoriale? Un impegno, un lavoro gettato alle ortiche……. “O, Catilina, fino a quando abuserai della nostra pazienza?” Il Premier Draghi, l’uomo illustre che ha saputo tenere insieme una maggioranza così diversa non può ignorare un gesto politico evidente fatto di ”strappi ed ultimatum” e chiede un nuovo Patto di fiducia non di facciata per continuare a governare insieme come fino ad’ora. Ma l’ansia per la pregustazione di una presunta vittoria elettorale fa sì che il centrodestra si ricompatti e Lega e Forza Italia abbandonano l’aula e non votano. Il governo non ha più la maggioranza. Resta solo l’immagine di una politica che non pone al centro l’uomo e i suoi bisogni, una politica che persegue il mito del potere, odio e invidia per le persone perbene che il mondo appezza. Il governo Draghi non esiste più e adesso i 5 stelle di Conte e la Lega di Salvini ed altri partiti di centrodestra, che aspettavano di essere rincorsi e pregati dopo gli ultimatum lanciati, si incolpano a vicenda. Uno spettacolo indegno. Solo il PD ha mantenuto un comportamento giusto, di mediazione e non di inciucio, comprendendo la gravità e le ragioni storiche del momento. Ritirando la proposta di legge sullo IUS scholae che doveva garantire la cittadinanza, dopo un ciclo scolastico di 5 anni, ai figli degli immigrati e che aveva fatto esplodere molte contrapposizioni, in primis della Lega che mandava a Draghi un messaggio di avviso o meglio di ”avvertimento” che preannunciava di non restare nel governo se fosse approdata nell’aula della Camera una tale proposta. Non mancavano le sue rimostranze e contrapposizioni solite di un imperativo incalzante quale riportato testualmente: “il governo si occupi piuttosto del rincaro del gasolio”. Cosa che il premier Draghi e il ministro Di Maio già stavano con intelligenza affrontando. Il PD ha mantenuto la barra dritta, la testa sulle spalle quando non ha messo in un caminetto scoppiettante altra legna al fuoco.
Gli italiani si spera abbiano compreso gli avvenimenti politici e che non dimentichino i tradimenti, le scissioni provocate per sete di potere, gli opportunismi deleteri. Che non si rivedano in schemi politici da “congiura”, che apprezzino il coraggio di donne come la Gelmini e di uomini come Brunetta e di tanti altri che seguiranno, l’ardore di fuggire lontano da una politica di militanza in cui non hanno più fiducia e che non li meritava se già rinfaccia di aver dato loro molto, dimenticando l’impegno profuso e sprecato spesso a difendere l’indifendibile, a star dietro ad un ricco e viziato “nonnetto” che ancora gioca a fare il giovincello e a dare lezioni di politica e dimostrazione di vigore fisico solo perché ha un’ospedale, un primario tutto per sé e pensa che anche la politica sia roba sua, aspirando ancora all’incarico di premier.
Il sogno degli italiani oggi deve essere quello di poter annunciare, dopo le votazioni che i “signori” hanno voluto anticipare (è questo il motivo di tante contrapposizioni e si prendano la responsabilità dovuta), la loro estinzione politica e non più l’astensione. Il loro sogno sarà quello che farà seguito alla consapevolezza che non si può più abusare della pazienza del popolo con i giochetti del monopoli in cui vincono le partite quelli che meglio gestiscono i propri affari, mandando sul lastrico gli avversari. Direi la popolazione. E allora si congedino questi politici con la formula ciceroniana : “Vixerunt”. Vissero. Di politica certamente e bene pure rispetto a chi non può sbarcare il lunario e falsamente sono attenzionati.
Sia questa una “provocatio ad populum” (un appello al popolo)