PAESE MIO CHE STAI SULLA COLLINA……….

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ANNA MARIA SCARNATO

Che sarà”, una canzone dedicata a Cortona, paese dell’Aretino, cantata da Josè Feliciano e Ricchi e poveri, scritta da Migliacci e Jimmy Fontana, marito di Leda Distasi, originaria del mio paese, che, ogni volta che l’ho ascoltata, mi ha offerto sempre immagini stupende, scorci e volti di Bernalda, ha sollecitato la mia identità e il senso di appartenenza a quel paese sulla collina materana.
Sembra scritta per esso. E l’immaginazione divaga, ritorna alle feste paesane, le bancarelle dove da bambina amavo soffermarmi tanto mentre mia madre preferiva che passeggiassi sul lungo e bellissimo Corso Umberto, illuminato e profumato dall’odore di torroni in preparazione e zucchero filato. Dolcemente mi guidava senza dirmi che non poteva esaudire i miei desideri, dopo che già avevo ottenuto un jojò o un servizio mini da caffè per il gioco di noi bambine. Comprendevo e mi lasciavo tirare. Ogni volta però che era la festa del Santo Patrono, S. Bernardino da Siena, in agosto, l’evento più importante che richiamava e tutt’ora richiama tanti turisti ed emigranti paesani, si avvertiva la mancanza alla tavola di quel dì degli zii emigrati in Argentina nel lontano 47 e noi bambini, sebbene non li conoscessimo poiché mai ritornati se non quando ormai i loro capelli si erano tinti di bianco e le mani avvizzite dal lavoro e dagli anni, sentendoli nominare dalla nonna che li avrebbe voluto presenti alla festa più importante del paese, li immaginavamo lontano sì ma senza capire il perché fossero emigrati né quale distanza fosse poi così grande da non permettere un viaggio per ritornare almeno una volta all’anno. Per stare insieme, per ridare gioia alla nonna dal cuore triste perché sapeva di aver perduto una figlia, il marito e i suoi nipotini, portati via da una nave salpata da Genova. E così fu! Non li ha più rivisti. “So far tutto o forse niente, da domani si vedrà…sarà sarà quel che sarà”….E fu che mio zio fece tanti lavori in Argentina e con sacrificio costruì con le sue mani una casa. “Come e quando non lo so ma so soltanto che ritornerò”. E dopo 39 anni tornarono e non trovarono i loro genitori, ma sorelle, fratelli anziani e nipoti sposati. Era estate e la festa di S. Bernardino ritornò a riempire i loro occhi, a riaprire la scatola dei ricordi che era serrata e spesso bagnata di lacrime di nostalgia. La visita alle chiese e la processione fu la partecipazione emotiva alla ritrovata festa del paese. Gli zii notarono il cambiamento della condizione sociale dei paesani ma anche una tendenza all’ozio, ai divertimenti fine a se stessi, allo spreco alimentare Non sapevano che in Italia molte persone più che cercare un lavoro per mantenere la famiglia, spesso snobbavano alcune attività lavorative, preferendo posti fissi o, in mancanza, vivere di pochi mesi di lavoro con contratto, di assegno di disoccupazione in giorni ritenuti di ferma e nei quali invece svolgere lavori in nero. Contemplava mio zio Giuseppe quanto fosse cambiata la vita dei bernaldesi e ci ricordava quanto loro risparmiassero in Argentina e di una minestra avanzata da mettere a tavola il giorno dopo. Ed era l’anno ’86. Gli zii emigrati non ci sono più e sono seppelliti in quella terra lontana. La canzone di Jimmy Fontana l’ascolto sempre ed ogni S. Bernardino mi fa ricordare la famiglia che si ricompose un lontano agosto in occasione della festa del Santo Patrono. E anch’io guardo alla festa del paese oggi e la trovo cambiata, e se il tempo passa e cambia noi e tutt’intorno e scrive altre storie, non mi manca di osservare come la programmazione degli eventi estivi a corredo culturale anche di feste religiose e civili sono spesso partecipate per soddisfare gli occhi, il palato e i vizi. E se è bello il colore, la luce dei tanti fuochi d’artificio, in una quasi competizione ludica, offerti da commercianti e dall’amministrazione comunale sempre più ricca e benestante evidentemente, la musica, la banda, il tutto nel rispetto anzi nell’esagerazione di una tradizione popolare da affermare a scopo turistico-economico, mi chiedo se lo sfarzo, lo sforzo economico non siano fine a se stessi, strumenti di una esaltante realtà che in verità non gode poi di tanta buona salute, piuttosto immagine di un paese che non sembra più quella “Bernalda bella” definita dal grande regista Coppola, originario bernaldese che l’ha idealizzata e amata da lontano. E la sfilata va lenta, a tratti di corsa, con il Santo, gli ecclesiastici affannati che più non possono dare in termini di sacrificio in questi giorni e non solo, amministratori in vetrina che sorridono e sembrano dare spazio più alla socialità che ha più resa che alla spiritualità che richiede un impegno difficile da mantenere. Mentre governano, in molti casi senza ispirarsi al bene comune, al diritto al lavoro per tutti, alla capacità di accogliere i meno fortunati, preferiscono operare prediligendo con meccanismi che le leggi attuali ad hoc, e spesso opportunistiche, permettono. Ed in quella mia visione, non sollecitata da colore politico di appartenenza quanto dal senso civico e religioso mai perduto, nella sfilata folkloristica che sembra interrompere la monotonia di una vita di paese, con la Statua del Santo sul carro Trionfale tradizionale, nella festa di fede, che nel ”Direttorio su pietà e Liturgia” è intesa come cessazione di ogni attività lavorativa e solo momento spirituale, familiare e sociale, intravedo molto di simbolico sia nell’organizzazione della festa patronale che nella testimonianza di valori di giustizia sociale da parte di personaggi che nulla hanno in comune con lo spirito evangelico in quanto privi di pietà popolare. Se così non fosse, saremmo in un paese che sa guardare tutti i bisogni senza preferenze, che può guardare il Santo coscientemente di aver operato senza lasciarsi distrarre dalle vie più remunerative per sé e i propri amici, che sa comprendere la priorità di pensare ad un padre di famiglia vedovo con figli piccoli la cui madre malata forse ha chiesto invano un appoggio maggiore a sostegno morale ed economico del nucleo familiare. Io ho visto speranza fino all’ultimo istante di vita negli occhi di una donna ammalata di tumore, fiducia nell’ istituzione che ha servito. Ed ho constatato solitudine e situazioni non affrontate, mantenute precarie e disattese. Di contro tanto attaccamento ai beni, a posti di potere per gloriarsi, giochi di governo che offendono le competenze di alcuni ed innalzano l’ignoranza di altri, ho visto scelte scellerate contro l’unità dei popoli compiute da chi dice di amare la sua terra e i suoi Santi. Eppure si sorride e ci si bea di fronte ad una comunità che applaude in processione più l’uomo che il Santo. Il Santo che predicò un’etica umana, l’efficienza, la responsabilità, la laboriosità e l’assunzione di rischio, l’uso sociale della ricchezza, destinato al bene comune. La processione passa e chiedo al Santo di pensare a tutti. L’uomo oggi pensa molto a se stesso. “Paese mio che stai sulla collina, disteso come un vecchio addormentato”. Svegliamoci! “Da domani si vedrà, sarà, sarà quel che sarà”. Le feste finiscono e il superfluo non fa crescere una comunità. Ritorniamo all’essenziale.

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