PAPA FRANCESCO, UNO DI NOI!

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Mario Santoro

Meglio vivere come atei
che andare in chiesa
e poi odiare gli altri.
(Prima udienza generale del 2019)
Accade, sempre o quasi, che quando un uomo muore, anziché chiudersi nel raccoglimento, nel
silenzio, nella riflessione e magari nella preghiera, si levino, a ragione o a torto, tante voci a
sovrastare la quiete che dovrebbe regnare. Non ci si affida, ed è male, a quanto sostiene la
saggezza popolare: se uno muore, deve essere lasciato in pace e se qualche parola deve essere
detta è necessario tenere il tono basso.
Invece accade esattamente il contrario tanto più se chi passa a miglior vita è persona importante e
conosciuta.
In questo caso, con la morte di papa Francesco, le voci di sorpresa si rincorrono e si sommano a
quelle di sgomento e si fanno via via più alte, varcano meridiani e paralleli, in un crescendo
continuo che rischia finanche di diventare ripetitivo e di scadere nel chiacchiericcio e nel
clamore.
Il dono della parola, che è tale solo se essa è pensata, giusta, misurata, dettata dal cuore e filtrata
dalla mente, perde il suo valore e diventa abuso come spesso accade nella nostra società, votata al
pettegolezzo, alla mancanza di rispetto verso l’altro, alla prevaricazione, all’esaltazione del
frivolo e del futile, alla fretta per desiderio di essere sempre primi, senza nemmeno curarsi di
quello che si dice.
Intendiamoci. Parlare della persona che non c’è più non è affatto un male soprattutto se si tessono
giuste lodi, se si mettono in evidenza meriti, se si sottolineano le qualità, i modi di vita, le azioni,
i discorsi, i buoni gesti, le indicazioni corrette, gli esempi da imitare, se prima di aprire bocca
magari si conta fino a dieci, come si dice facesse il saggio Augusto.
E non è neppure condannabile se qualcuno esprime giudizi non propriamente positivi, non per
partito preso ma a giusta ragione, e se non condivide talune posizioni e magari le censura.
Grave è se, all’improvviso, come purtroppo accade, si fa dello sciacallaggio, si ricorre alla
ipocrisia, si cambia giudizio e bandiera per ragioni di opportunismo, ci si unisce al coro
manzoniano delle ‘mille voci al sonito’ come sembra accadere per il pontefice Francesco, il papa
non solo venuto da lontano ma anche capace di portare oltre la chiesa, franco nel presentarsi al
mondo intero, senza pompa magna, con il più comune ‘Buona sera’, chiaramente schierato dalla
parte dei più umili, vestendo egli stesso ‘i panni della modestia’, attraversando la folla senza mai
mantenere la distanza, lasciandosi anzi ‘toccare’ da tutti e soprattutto dai più bisognosi.
E’ noto a tutti il suo slancio nell’abbracciare i più deboli e gli indifesi, facendosi ultimo tra gli
ultimi, parlando in maniera diretta con tutti, utilizzando le parole più chiare e comprensibili,
rinunciando alla tentazione della sistemazione comoda e sfarzosa, evitando gesti di maniera,
seguendo sempre le indicazioni del messaggio evangelico ‘ama il prossimo tuo come te stesso’,
generando stupore e meraviglia, ammirazione e compiacimento nella gran parte della gente
comune, facendo anche storcere il naso a taluni benpensanti e inimicandosi tanta parte del clero,
abituato agli agi, al lusso, allo strapotere.
In vita Francesco rappresenta tutto questo e anche di più.
Duro fino all’intransigenza contro la corruzione della chiesa, contro la pedofilia, contro ogni
forma di strapotere e di ostentazione, capace di opporsi con fermezza ai potenti della terra, sapeva
mantenere sempre un profilo basso, ricorrendo sovente ad una linea di autoironia e di modestia

come risulta da certe sue affermazioni pubbliche dirette, immediate, franche, autentiche, che ora
compaiono a valanga.
Su tutte val la pena ricordare forse la sua frase più celebre pronunciata quasi all’inizio del suo
pontificato rispondendo ad una domanda scomoda sulla presenza di sacerdoti omosessuali nella
Chiesa: “Chi sono io per giudicare?”
Risposta che ha dato adito a numerosi dibattiti, a palesi forme di entusiasmo, a qualche malcelata
critica malevole, ma ha consentito una visione totalmente nuova della Chiesa che più che
giudicare dovrebbe accogliere, sempre e comuque.
E sono tante le espressioni da lui usate con convinzione profonda e degne di ripensamento dal
richiamo al valore della persona e al Cristianesimo da realizzarsi nella concretezza e non
nell’astrazione e alla Chiesa che dovrebbe sempre più perdere potere e votarsi al servizio, nel
richiamo ripetuto al pastore e alla pecorella smarrita e nella richiesta ai sacerdoti di uscire dalle
chiese o almeno di non rimanere rintanati e nell’augurio di essere pastori ‘con l’odore delle
pecore’. Frase significativa da costringere taluno a tapparsi il naso ma gradita al fraticello
potentino che azzardò, in un incontro riservato, il cambio dell’odore con il ‘puzzo’ delle miti
bestie.
Che dire poi del ‘coraggio della felicità’ nella autenticità delle minime conquiste quotidiane o del
riferimento alla ‘ guerra come pazzia’, come stupidità dell’umanità che nulla impara dalla storia e
dal Vangelo, dal Caino di turno che ammazza il fratello, dal grido di dolore del poeta Tibullo
“Quis fuit horrendos primus qui protulit enses…”, e che spinge l’uomo ad essere sempre ‘quello
della pietra e della fionda ‘come scrive Quasimodo e che sembra rimanere indifferente al dolore
delle vittime innocenti e ‘all’urlo nero/ della madre che andava incontro al figlio crocifisso/ sul
palo del telegrafo’.
E risuonna ancora nella nostra mente il grido di dolore nei confronti dei Migranti, dei terribili
viaggi della speranza e nella richiesta di aiuto alla ‘politica’ di tutto il mondo, di farsi ‘buon
samaritano’, di tentare di accogliere ‘i nuovi viandanti’, di prestare loro aiuto, di ‘salvare le loro
vite, curare le ferite, lenire il loro dolore’, di avere rispetto per l’umanità.
E poi come non commuoversi dinanzi all’invito, umile e sentito, rivolto ai fedeli di pregare per
lui.
Nei dibattiti, ora che non c’è più, alcuni, sempre più convintamente, lo definiscono un
‘progressista’, altri vanno oltre indicandolo come rivoluzionario e non mancano coloro che, prima
a bassa voce, poi via via con fermezza, ardiscono a dichiararlo comunista, ma resta, a parere di
tanti, ‘novello Cristo’, ossia il più autentico rivoluzionario della storia, per la sua opposizione
contro ricchi e potenti, per il suo amore per i poveri e i derelitti, per il suo senso di inclusione e
di apertura, per la richiesta continua di pace vera, per i diritti di tutti, a partire dai più deboli e
bisognosi.
Pare che tutte le attribuzioni di cui sopra si attaglino perfettamente alla figura di Francesco che
non teme, ne si lascia suggestionare dal carico di significanze multiple, con le implicite
deviazioni e storture possibili, di ciascuna parola.
Dinanzi ad un uomo siffatto, amato da tanti e rispettato e stimato da tutti, clericali, laici e finanche
atei, che diventa ‘Francesco’ per tutti ed è uno di noi e tale resta, che propugna la caduta
inevitabile di ogni formalismo sterile e spesso falso, e al tempo stesso cancella il becero
bigottismo annullando le vistose e talvolta pacchiane ostentazioni in favore della purezza e
dell’essenzialità e puntando direttamente al cuore delle persone, dinanzi a un uomo così non si
può che essere ammirati
Forse più che tirarlo in causa, a difesa di certi interessi particolari e pseudo politici, o fingere
emozione e commozione, o muovere elogi spropositati che suonano falsi e bugiardi, da farisei,
forse gli uomini che contano o che credono di contare, dovrebbero con calma tentare di riflettere e
parlare sottovoce nell’idea agostiniana di averlo non perduto ma ‘nella stanza accanto’ e dunque
quasi in grado di sentire.

No, dunque, al profluvio di parole o più propriamente alla fiumana, con la interminabile sequela
di frasi fatte, di discorsi conditi di inutile e fastidiosa ampollosità, con il rimando a fatti e a
situazioni, a proposito e a sproposito, con il racconto di tutto il bene possibile, con l’eloquio
esagerato magari intorno a un dato estrapolato ad arte da un discorso.
D’altra parte potrà finanche accadere che i detrattori dell’uomo che non c’è più, gli oppositori, gli
indifferenti, quelli che ora mutano bandiera e si fanno untuosi sostenitori, ritornino in un breve
lasso di tempo, sulle originarie posizione; ora si pronunciano con garbo, delicatezza, convinzione,
ingigantendo i dettagli, vantando relazioni personali, dimenticando finanche posizioni ingiuriose,
frasi ironiche e addirittura sarcastiche, con allusioni neppure tano velate e occhieggiamenti. Ora
tutti sembrano cogliere soltanto il buono di Francesco per utilizzarlo a fini propri e solo per
qualche giorno perché di lì a poco gli stessi faranno di tutto per non ricordarlo.
Certo ci sono anche persone che solo a distanza di qualche tempo prenderanno realmente
coscienza dell’importanza dell’uomo che non c’è più e, in buona fede, si renderanno conto del
valore del messaggio, ripetuto in vita e passato sotto silenzio, inscoltato, deriso, ignorato,
criticato.
Scopriranno con ritardo (ma non è mai troppo tardi) la grandezza dell’uomo paragonabile un po’
alla quercia caduta di Pascoli, quasi del tutto ignorata in vita, e poi, abbattuta al suolo, decantata
per la sua grandezza e per la bontà nel dare ospitalità ai ‘nidietti della primavera’.
Comprenderanno la facile lode per approfittarne e magari portare ‘il grave fascio’ di legna a casa
ignorando, nell’indifferenza, il ‘pianto di una capinera’.
La bonomia di Francesco, la semplicità degli atteggiamenti, la elementarità del suo linguaggio,
non possono e non debbono trarre in inganno; il papa non ha mai menato vanto sulla sua identità,
né mai l’ha nascosta: apparteneva ai chierici regolari della dotta Compagnia di Gesù ed è stato il
primo papa proveniente dall’ordine religioso dei Gesuiti che si sono sempre distinti per la cultura
e per la maggior gloria di Dio “ad Maiorem Dei Gloriam”.
Andrebbero quindi lette e meditate le sue encicliche: Lumen Fidei; Laudato si; Fratelli tutti;
Dilexit nos.
Sono tutte tese alla nobilitazione dell’esistenza umana nella direzione della vita come poesia e per
questo, per chiudere, mi piace riportare qualche sua riflessione nella lettera ai poeti:
Questo è il vostro lavoro di poeti: dare vita, dare corpo, dare parola a tutto ciò che l’essere
umano vive, sente, sogna, sof re, creando armonia e bellezza. E’ un lavoro che può anche aiutarci
a comprendere meglio Dio come grande ‘poeta dell’umanità. Vi criticheranno? Va bene, portate il
peso della critica, cercando anche di imparare dalla critica. Ma comunque non smettete di essere
originali, creativi. Non perdete lo stupore di essere vivi.
Il messaggio risulta estremante chiaro e convinto come il papa precisa:
…so che avete fame di significato, e per questo riflettete anche su come la fede interroga la vita.
E poi, dichiara convintamente il suo sincero riferimento personale:
Ho amato molto poeti e scrittori nella mia vita, tra i quali ricordo soprattutto Dante, Dostoevskij
e altri ancora…
Le parole degli scrittori mi hanno aiutato a capire me stesso, il mondo, il mio popolo; ma anche
ad approfondire il cuore umano, la mia personale vita di fede, e perfino il mio compito pastorale,
anche ora in questo ministero. Dunque la parola letteraria è come una spina nel cuore che muove
alla contemplazione e ti mette in cammino. La poesia è aperta, ti butta da un’altra parte.
E va anche oltre quando dice ai poeti:
Voi siete occhi che guardano e che sognano’
E siamo alla trasformazione della realtà, anche quella più cruda che il sogno può rendere
sopportabile come il papa sostiene e ripete:
Non soltanto (gli occhi) guardano, ma anche sognano. Una persona che ha perso la capacità di
sognare manca di poesia e la vita senza poesia non funziona. Noi esseri umani aneliamo a un

mondo nuovo che probabilmente non vedremo appieno con i nostri occhi, eppure lo desideriamo,
lo cerchiamo, lo sogniamo. …
Poveri noi se smettiamo di sognare, poveri noi.
Già poveri noi.
E viene da pensare al mite Gozzano, poeta dell’ironia e del sogno che porta fino alle estreme
conseguenze nel chiudere la poesia “L’ultima rinunzia”, dedicata alla morte della madre: “Ma
lasciatemi sognare,/ ma lasciatemi sognare,/ ma lasciatemi sognare”.
Pure per Francesco la poesia non è solo dolcezza di sogno ma anche racconto sofferto dell’anima
umana e delle sue contraddizioni:
La poesia non parla alla realtà a partire da principi astratti ma mettendosi in ascolto della
realtà stessa.
Voi siete anche la voce delle inquietudini umane. Tante volte le inquietudini sono sepolte nel
fondo del cuore…
Ci sono cose nella vita che, a volte, non riusciamo neanche a comprendere o per le quali non
troviamo le parole adeguate: questo è il vostro terreno fertile, il vostro campo di azione.
Necessità delle parole che contano e che sappiano essere salvifiche; parole come dono di Dio…
E questo vale anche quando Dio sembra non ascoltarci, e nelle situazioni più disperate ci pare
assente. Pare, perché nella realtà Egli è sempre con noi:
E questo è anche il luogo dove spesso si fa esperienza di Dio. Un’esperienza che è sempre
‘debordante’: tu non puoi prenderla, la senti va oltre; è sempre debordante…
Francesco se ne va lasciandoci un’enorme eredità.
A noi il compito di non disperderla, di utilizzarla al meglio, di non abbandonarla, abbagliati da
futilità e da apparenze.

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Sull' Autore

Mario Santoro Mario Santoro è nato a Miracolo (Avigliano) ed è residente a Potenza. Già docente di materie letterarie, è poeta, scrittore e critico letterario. (Mariosantoro43@gmail.com) Ha pubblicato: -Embrici- poesie -Alfagrafica Volonnino- Lavello, 1986; -Embrici e poi- poesie -Alfagrafica Volonnino- Lavello, 1987; -Concerto di memorie- romanzo -Ed. La Vallisa- Bari, 1989; -Concerto di memorie- romanzo rid. Sc. Medie -Ed Appia 2- Venosa 1991; -Pianeta uomo- Tematiche di Attualità -Ed Il Girasole- Napoli, 1991; -Pianeta uomo- Tematiche di Attualità- Formato tascabile -Ed. Il Girasole- Napoli 1991; -Sentieri di ragno- poesie -Ed. Il Girasole- Napoli 1993; -Uomo e società- Tematiche di attualità- Ed Il Girasole- Napoli, 1994; -Elementi di linguistica e psicomotricità- Ed Il Girasole- Napoli, 1994; -Meridiani e paralleli - poesie -Ed La Vallisa- Bari, 1997; -Scorci di tempo- Poesie e prose- Unitre sede di Potenza, 1999; -Viaggio nella terra dei Suomi- cronaca di un’esperienza- Ed Il Portale- Pignola, 1999; -Il riverbero della luna- romanzo –ErreciEdizioni- Potenza, 2000; -Alla fontana...le parole- La Grafica Di Lucchio- Rionero in Vulture (Pz), 2009; -Stagliuozzo come strazzata- Centro Grafico Castrignano- Anzi, 2010 -Il grano azzurro- romanzo ErreciEdizioni- Anzi (Pz), 2023 -Viaggio con la madre- romanzo ErreciEdizioni- Anzi (Pz),2023 Ha pubblicato, in qualità di critico letterario i seguenti volumi: -Oltre le barriere- Ospiti del centro La Mongolfiera- Tip. L’aquilone- Potenza, 2002; -La memoria e l’identità- Antologia di poeti e scrittori lucani volume marrone- Consiglio regionale della Basilicata- Potenza, 2004; -La Memoria e l’Identità: Lucania versi- Cento schede- Consiglio Regionale di Basilicata – Potenza, 2004; -La memoria e l’identità- Antologia di poeti e scrittori lucani volume azzurro- Consiglio regionale della Basilicata- Potenza, 2005; -C’era una volta...insieme- raccolta di fiabe- Dipartimento salute mentale A.S.L. num.2 Potenza. Centro sociale La Mongolfiera, Coop Benessere- Potenza, anno 2006. Ha scritto e pubblicato centinaia di percorsi su poeti, scrittori, artisti. E' autore di percorsi poetico-letterari a tema pubblicati su riviste e antologie.

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