PASSATO LUCANO, PASSATO SOVRUMANO

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Dott.ssa Margherita Marzario

Frammenti del passato: femminilità sconosciuta o sacrificata; frugalità in tutto; frettolosità sconosciuta; fiducia e fede nell’alto e nell’altro; fatture, fattucchiere e folletti notturni; favoritismi frequenti in un sistema di servilismo e clientelismo; felicità, parola ignota, perché nessuno se ne crucciava ma pensava solo a vivere o a tirare a campare; fiocchi di neve abbondanti in inverni lunghi e rigidi; fulmini tanto temuti per chi lavorava all’aperto in campagna; fossi lungo le strade in cui venivano svuotati i vasi da notte; fortori e fetori diffusi; fogli di carta recuperati e riciclati in ogni modo, per esempio quadrati di carta per il pane o di giornale appesi a un chiodo come carta igienica; frittate tra due fette di pane quando si andava come pendolari al mare o in gita e la cui fragranza impregnava ogni cosa rimanendo per sempre nelle narici di chi l’ha annusata e gustata; fioca luce, dapprima dal fuoco in camino e poi da lampadine di basso voltaggio per risparmiare sulla bolletta; fazzoletti da naso annodati ai quattro lati e messi in testa per ripararsi dal sole; “Fontamara”, romanzo del 1933 di Ignazio Silone, che rappresenta la situazione comune di tutti i meridionali; frigoriferi inesistenti perché si ricorreva a mezzi naturali come il ghiaccio delle neviere o tenendo l’anfora con doppio manico per l’acqua in qualche cavità o stagno per tenerla al fresco.

In passato bastava poco per stare insieme e rappresentava tanto, come il far mangiare pane e pomodoro ai propri figli insieme agli altri bambini o lo scambiarsi l’aiuto nella preparazione della salsa di pomodoro o della salsiccia. Poco: come quel poco che veramente conta nella vita e che, invece, trascuriamo.

Quel poco poteva anche rappresentare il tutto, il bello, il vero. Per esempio ai tempi dei nostri nonni, dei nostri zii, dei nostri genitori esisteva il vero “turismo di prossimità”, oggi tanto promosso come un qualsiasi prodotto commerciale. Gli emigrati al Nord o all’estero tornavano, in treni stipati o con utilitarie caricate fino all’inverosimile, nei loro paesi d’origine solo nelle feste comandate e in particolare per le ferie d’agosto, specialmente per la festa patronale (tanto partecipata ed emozionante), senza dire (e senza neanche pensare) che al paese non si “ritrovavano” più, senza snobbare nessuno e senza scocciarsi. Chi era rimasto in paese li aspettava per tutto l’anno, preparava la stanza per ospitarli o andava a pulire la loro casa che rimaneva vuota per tutto l’anno. Attesa, trepidazione, nostalgia erano palpabili nell’aria. Si faceva a gara per invitarli a pranzo o a cena mettendo sulla tavola la salsiccia, la soppressata e il capicollo tenuti da parte e altri manicaretti (il cui significato richiama proprio la cura, l’attenzione in cucina) preparati con i prodotti della campagna: melanzane ripiene al forno, melanzane sott’olio a striscioline (altro che a julienne!) o a fette, olive in salamoia (dette “olive all’acqua”), insalata di lampascioni, insalata mista con cipolle arrostite, peperoni secchi fritti,… Tutto preparato non con i robot da cucina ma rigorosamente e meticolosamente a mano, da quelle mani con ragadi agli angoli delle unghie, unghie annerite dal lavoro nei campi, con forte odore della candeggina (venduta sfusa dagli ambulanti) usata per le pulizie nella modesta ma sempre accogliente casa e per il pesante bucato bianco, strofinato, strizzato e steso ordinatamente a mano.  E quasi tutte pietanze (nel senso letterale della parola) a base di olio e sale, simboli di vita e così costosi da essere oggetto di superstizioni. Chi avrebbe mai immaginato i piatti d’asporto! Dai parenti o “compari” emigrati si aspettava di ricevere una stecca di cioccolato o pacchi di sigarette (pur non fumando) o un altro ricordino di scarso valore economico ma di valore inestimabile per tutto quello che rappresentava. Finite le ferie li si salutava con un groppo alla gola sino al prossimo ritorno chiedendo loro di tornare quanto prima e possibilmente per Natale.

Sud, in particolare la Basilicata: “terremoto identitario” sin dai tempi post-unitari. Persone andate via, mandate via, costrette ad andarsene, nate già col pallino di andar via… Spopolamento, invecchiamento della popolazione, depauperamento delle risorse, impoverimento socio-culturale, infrastrutture inesistenti, strutture fatiscenti, case disabitate, case svuotate, case a più piani ma intonacate e ultimate solo ai piani inferiori perché quelli superiori i genitori li avevano destinati ai figli, case con porte chiuse per sempre, case con finestre divelte per sempre attraverso cui il vento cancella ogni storia o fa sventolare qualche tendina traforata delle nonne rimasta ancora appesa “scommuovendo” la memoria…

Ricordare è raccogliere frammenti del passato, come fotografie sparse in fondo ad un cassetto e che si rinvengono improvvisamente. “La fotografia che vorrei sempre è quella che avviene giocando, quando non mi prendo troppo sul serio, lontana da responsabilità e committenze. Quando nella mia testa riesco a sentire musica insieme al rumore del vento e l’emozione supera la testimonianza. Io non ho uno studio dove medito, il mio luogo è fuori, per la strada, o meglio ancora in campagna. Cerco il mio rifugio, il luogo ideale, l’essenzialità del pensiero; devo sottrarre: tolgo le forme che non mi piacciono, tolgo gli oggetti insignificanti, mi allontano dal tempo presente. Vedo in bianco e nero e muovo lo scatto. Qualcosa succederà di sicuro” (il fotografo Lorenzo Cicconi Massi). Paesaggi lucani: una fotografia sensoriale, emozionale, speciale, quasi astrale o siderale.

“La memoria pensa al futuro, scrive di passato, ma parla al presente e si fonda sulle domande e sulle ansie di chi sta nel presente” (la giornalista Nicoletta Masetto). Memoria: mestizia, melanconia, mescolanza, melma, membrana, melodia, menzogna… La memoria è in noi, è noi: quello che siamo stati, siamo, saremo, saremmo!

Ricordo: quel frammento di vita che ti rimane cucito addosso come il tuo luogo di nascita rimane scritto nell’atto di nascita e nel codice fiscale.

Leggiamo, ricordiamo il passato per vivere diversamente, intensamente, veramente il presente!

LE FOTO DA VIAGGIO IN LUCANIA DI CARLO LEVI

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Insegnante, giurista, con la passione della lettura, della scrittura, della fotografia e di ogni altra forma di arte e cultura. Autrice di tre libri per Aracne Editrice (Roma) – fra cui “La bellezza della parola, la ricchezza del diritto” (2014) menzionato nel sito dell’Accademia della Crusca –, di oltre 150 pubblicazioni giuridiche citate in più sedi (testi giuridici, convegni, università, siti specializzati, tesi di laurea) e di altri scritti, già operatrice socioculturale nel volontariato (da quello associativo a quello penitenziario). Nata a Salandra (MT), vive a Matera.

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