NINO CARELLA
Spesso giustifichiamo la nostra ostinata voglia di militanza e impegno con la formula “il Partito Democratico, pur con tutti i suoi difetti e limiti, è pur sempre l’unico partito strutturato ancora esistente in Italia”. Peccato che faccia di tutto per nasconderlo, allora.
Perchè in Basilicata da oltre un anno il PD regionale non ha un segretario, un direttivo, l’assemblea non viene nemmeno convocata per formalità, come dovrebbe. E prima ancora, gli sforzi del compianto Antonio Luongo di rimettere insieme i cocci disintegrati di un partito in totale crisi d’identità, sono andati a vuoto per altrettanto tempo. Eppure, oggi, a volerla percorrere, una soluzione – comunque migliore dell’esistente – ci sarebbe ed è a portata di mano: dei due sfidanti di Luongo alle ultime elezioni, Luca Braia è impegnato a tempo pieno nell’importante ruolo di assessore all’agricoltura; si potrebbe quindi, volendo, facilmente affidare la reggenza del Partito, fino al prossimo Congresso, al terzo arrivato, Dino Paradiso. Inoltre, il Partito Democratico di Basilicata è vivo certamente per l’attività dei suoi eletti, ma anche per la costante vitalità dimostrata dai suoi giovani attivisti. Sarebbe il momento perfetto per dar loro una chance di crescita, e offrire un segnale di rinnovamento alla società lucana.
Invece, le conseguenze di questo stallo sono evidente, e incidono nella vita di tutti i cittadini. A livello nazionale non abbiamo più voce, nel momento più confuso e indeterminato della nostra storia recente: semplicemente, la Basilicata è tagliata fuori dal dibattito, e continuando così ci potremo limitare soltanto a prendere atto di quello che succede, decidendo se e dove schierarci. E a livello locale, si procede in ordine sparso, con obiettivi e strategie totalmente diverse nei due capoluoghi, ad esempio (fatta salva l’autonomia locale, è evidente che manca una chiara cabina di regia, che imponga gli obiettivi da perseguire, soprattutto a lungo termine).
Ma quel che lascia più basiti è che rispetto a questo tema, non si leva una sola voce per provare almeno a dare dimostrazione di saper organizzare per bene le cose a casa propria, dal momento che ci si candida a organizzarle a casa di tutti gli altri: non un parlamentare, un consigliere regionale o comunale, un dirigente eletto, un militante, un elettore, nemmeno un simpatizzante.
Certo, rispetto ai gravi problemi che abbiamo sul tavolo può sembrare una faccenda assai marginale. Ma, con tutta evidenza, ad un’analisi più profonda, non lo è affatto. E’ invece il segno evidente di uno scollamento di un partito imploso anni fa, il cui encefalogramma è mestamente piatto, e del quale nessuno si decide a constatarne il decesso. Parimenti, nessuno ormai si preoccupa di rianimarlo. Forse perchè, fa comodo così, in fondo: se il partito democratico lucano (ma altrove non è poi assai diverso) è ridotto ormai a insieme eterogeneo di cartelli elettorali, se i suoi dirigenti sono chiamati solo a fare tifo incondizionato per il proprio riferimento interno, se i suoi militanti e simpatizzanti sono invitati ad attivarsi solo in occasione di una campagna elettorale per portare quanti più voti possibili ad una proposta figlia del momento e risultato del casuale braccio di ferro di volta in volta instaurato tra chi (si) conta, il vantaggio per chi detiene le redini è evidente. Zero controllo, nessuna palla al piede, libertà di piroettare in allegria, sgambettando sul palcoscenico del proprio personale ego, mossi da valutazioni e considerazioni sempre più personali e sempre meno collettive.
Non si può andare avanti così. Senza etica di partito, senza regole certe di discussione e decisione, senza obiettivi comuni che uniscono e contemporaneamente delineano il campo di chi è dentro e chi sta fuori, non può esistere un partito. “Ceci n’est pas un parti” titolerebbe il surrealista Magritte, sotto il logo del PD.
In questi giorni si sta consumando a livello nazionale una frattura forse insanabile e inevitabile, rivelando tardivamente quel che in Basilicata è già chiaro ormai da anni: che il giocattolo è rotto. E se, com’è possibile, una legge elettorale sostanzialmente proporzionale può favorire la rottura, qui in Regione, con tutta probabilità, pur forse con schemi e contenitori rinnovati rispetto al passato, occorrerà trovare le ragioni dell’unità. Per evitare, come è successo altrove, che il tanto peggio tanto meglio si riveli solo peggio.
Serve allora uno scatto di orgoglio alla base. Serve volersi liberare dalle catene dipinte d’oro che ci mettiamo al collo. Serve volerci riprendere in mano il futuro, la voglia di partecipare, di determinare le scelte, di indirizzare una comunità.
Qui o lì, poco importa. In una parola: serve la Politica, quella alta, con la lettera maiuscola.
E non se ne vede da tempo.