PER UNA RIPRESA DELLE POLITICHE INDUSTRIALI REGIONALI

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RICCARDO ACHILLI

 

Le condizioni di scarsa competitività del tessuto produttivo lucano sono note da anni, costituiscono un dato strutturale che disegna in modo nitido le condizioni di arretratezza economica della regione, e sostanzialmente non sono mai state portate ad una soluzione possibile, rimanendo bloccate dentro una politica industriale per incentivi agli investimenti, spesso non in grado di attivare ex novo spesa in conto capitale, che si sarebbe realizzata anche in assenza di dette agevolazioni. Il grosso della spesa incentivante alle imprese, anche nel comparto del sostegno all’innovazione tecnologica, si è infatti risolto in un sostegno alla ristrutturazione di stabilimenti ed impianti o all’acquisto di macchinari, che le normali condizioni di ammortamento tecnico ed economico avrebbero comunque reso necessari, anche in assenza dell’aiuto pubblico.

Tralasciando i casi, non infrequenti, di vere e proprie frodi, gli aiuti alle imprese, modellati su una politica nazionale di incentivazione imperniata sul modello della legge 488, sono stati erogati a pioggia, con poche o punte condizionalità in termini di sviluppo competitivo dell’impresa ricevente, con insufficienti criteri di concentrazione territoriale o settoriale. Le procedure valutative o negoziali ne hanno reso lenta e farraginosa l’erogazione, scollegandola quindi dal time to market, ben più stringente, degli investimenti aziendali. D’altro canto, il tentativo di implementare bandi a sportello, senza procedure valutative del richiedente, come nel caso dei crediti d’imposta, ha generato una “corsa” all’accaparramento dell’agevolazione, di cui si è avvalso, soprattutto, chi, per motivi relazionali o clientelari, aveva notizi dell’apertura del bando prima dei concorrenti.

La parte di incentivazione destinata a sostenere la ricerca applicata o lo sviluppo industriale/precompetitivo e l’innovazione e trasferimento tecnologico si è scontrata con un tessuto produttivo affetto da nanismo, quindi anche culturalmente incapace di percepire ed integrare innovazione in misura intensa, in larga misura basato sullo sfruttamento di mercati di prossimità, operante in settori produttivi tradizionali, nei quali l’innovazione, di fatto, non è una leva competitiva. Tali incentivi, non di rado, hanno finito per finanziare una innovazione di processo di tipo incrementale, di piccolo cabotaggio, che non ha attivato nessuna capacità di migliorare la competitività di prodotto. Gli esperimenti più evoluti, come quelli contemplati dal pacchetto nazionale Industria 4.0, come gli iper e super ammortamenti, si sono scontrati, tra l’altro, con un deficit strutturale di relazionamento fra ricerca pubblica e privata, ed hanno finito per finanziare segmenti molto piccoli del tessuto produttivo, essenzialmente poche micro imprese ad alta tecnologia derivate da quei pochi spin-off e da quelle rare start-up riuscite a sopravvivere in un contesto infrastrutturale, culturale, amministrativo e programmatico piuttosto ostile. Ciò non ha consentito alle poche imprese in grado di tirare fondi da Industria 4.0 di generare effetti di traino sullo sviluppo locale.

I tentativi di integrare pacchetti agevolativi differenziati, per venire incontro alle diverse esigenze di un investitore, come nel caso dei PIA, per difficoltà di coordinare altri settori strategici delle politiche di sviluppo, non hanno potuto incorporare anche un’offerta di infrastrutture “taylor made”, basata cioè sulle specifiche esigenze dell’investitore, né, almeno fino all’ultimo pacchetto PIA, strumenti efficaci di semplificazione amministrativa per l’investitore.

Nel frattempo, un processo di deindustrializzazione lenta che durava sin dalla fine dell’intervento straordinario, si è improvvisamente accelerato con la crisi del 2008, smantellando, tramite delocalizzazioni incontrollabili, quel poco di medio-grande impresa che residuava, essenzialmente a capitale esterno alla regione. Ciò ha accentuato i caratteri di sottodimensionamento, e quindi di sottocapitalizzazione, del tessuto produttivo endogeno, incidendo negativamente sulla capacità di investimento, sulla propensione all’internazionalizzazione (che, eccettuata la Sata di Melfi e qualche grande stabilimento alimentare e/o rare realtà competitive soprattutto nel settore dell’agroalimentare e della componentistica automotive di seconda fascia, è incapace di aggredire bacini di mercato extralocalistici) ed all’innovazione, tecnologica ed organizzativa.

Il modello familiare-padronale associato alla micro-impresa impedisce di incorporare nella vita aziendale elementi di cultura manageriale e strategica; scoraggia la creatività dell’organizzazione interna; in presenza di un’età media dei titolari di impresa elevata (come nel caso dell’agricoltura e dell’artigianato manifatturiero e commerciale) genera alti rischi di perdita dell’impresa nella fase critica della successione del controllo della stessa.

Interi comparti produttivi isolati in un circuito di subfornitura rispetto a committenti extraregionali, come il “distretto” di Lavello, hanno accusato la fragilità di tale modello produttivo, estinguendosi. Altri poli fondamentali, in particolare il mobile imbottito, hanno finito per pagare un modello competitivo basato più sul contenimento dei costi che sulla qualità finale del prodotto, finendo schiacciati dai competitor provenienti dalle economie emergenti.

Le politiche di reindustrializzazione tentate dalla Regione per riavviare un apparato produttivo funestato da delocalizzazioni e chiusure di impianti si sono scontrate con approcci troppo semplicistici (la mera offerta di capannoni vuoti a prezzo agevolato non è sufficiente, se le condizioni di contesto non sono favorevoli a chi vuole investire) e con una domanda, proveniente da imprese esterne, non di rado di bassa qualità, spesso anche basata su raider di incentivi con poca capacità di fare impresa seriamente e di generare sviluppo reale.

Nell’insieme, il sistema produttivo lucano paga l’incapacità di portare a termine una transizione da economia sostanzialmente emergente, verso un’economia matura, basata sulla conoscenza, la qualità totale, la capacità di posizionarsi sui mercati più promettenti e la capacità continua di riadattarsi ai mutamenti dei mercati. Restando in mezzo al guado, il tessuto imprenditoriale regionale non ha potuto contrastare la concorrenza dal lato dei costi proveniente dalle vere economie emergenti, e non ha potuto conquistare segmenti di mercato a più alto valore aggiunto, tipici delle economie evolute.

Il modello di specializzazione produttiva è rimasto ancorato ad una filiera agroalimentare “povera”, al legno-arredamento, alla filiera connessa con l’edilizia, drogata letteralmente, ben oltre i limiti fisiologici di un mercato piccolo come quello regionale, dal flusso ininterrotto di soldi per la ricostruzione post-sisma. Accanto a ciò, si posizionano servizi commerciali ed alla persona a basso valore aggiunto. La produzione automobilistica, con il suo indotto, la manifattura alimentare di livello industriale, ubicata perlopiù nel Vulture, il promettente sviluppo turistico di alcune aree (che taglia però fuori la zona interna) sono quindi, per così dire, dei fenomeni virtuosi isolati, in un contesto di declino.

Eppure, una strada per ricostruire una politica industriale efficace sarebbe ancora possibile, e fu tratteggiata, nel 2013, dal documento programmatico “Capacity Lab”, costruito, in vista della programmazione 2014-2020, da un gruppo di lavoro guidato dal professor Boschma, esperto olandese di sviluppo territoriale. Documento purtroppo non utilizzato, poi, per costruire i programmi operativi regionali, stretti nell’esigenza di rispettare un canovaccio di politiche negoziato fra la Ue e l’Amministrazione centrale, e valido per tutte le regioni, ovvero l’Accordo di partenariato.

Tale strada parte dall’approccio delle politiche di sviluppo per vocazioni territoriali. Tale approccio ritiene che la scelta settoriale delle politiche per l’impresa debba essere guidata dal modello di specializzazione produttiva già esistente, che in qualche modo “modella” il territorio, il suo assetto infrastrutturale, le competenze dei suoi bacini di manodopera, le direttrici del suo sistema di ricerca. E’ cioè più facile ottenere risultati di sviluppo facendo evolvere un modello esistente, piuttosto che costruendolo ex nihilo, da un prato verde.

Naturalmente, l’approccio rispettoso delle vocazioni produttive già radicate nel territorio, espresse dal modello di specializzazione in atto, deve essere evolutivo, non limitarsi ad una mera difesa del tessuto esistente e dei suoi nodi gordiani. Le via maestre per far evolvere il modello di specializzazione produttiva sono due:

  • La diversificazione di mercato e di prodotto a partire da poli produttivi esistenti. Particolare importanza, in tal senso, ha il futuro del polo melfitano dell’automotive. Da un lato, l’opportunità inespressa del campus di ricerca Fiat deve essere riproposta, nell’ottica di sperimentare innovazioni organizzative e di processo uniche, nel senso che vengono sviluppate unicamente in quel polo di ricerca. Ciò consente di garantire il radicamento dello stabilimento anche per il futuro, poiché diverrebbe costoso, per il gruppo Fca, abbandonare il sito produttivo dove si effettua una attività di R&S caratterizzata da elevato livello di embeddedness nel territorio. La diversificazione di mercato deve invece essere l’orizzonte cui deve puntare la subfornitura dell’automotive, per la quale la monocommittenza con Fca potrebbe essere molto pericolosa in prospettiva, ed operare per più costruttori diviene una priorità. La diversificazione di prodotto vale anche per il polo del mobile imbottito, che tramite Horizon 2020 deve cogliere l’opportunità di fare innovazione nei materiali e nel design dei suoi prodotti, per orientarsi verso segmenti di mercato a maggiore valore aggiunto. Analoga direttrice potrebbe riguardare l’industria edile regionale, che dovrebbe evolvere verso i nuovi materiali, la bioedilizia e l’edilizia green, oltre che trovare importanti possibilità di mercato, da un lato, nella ristrutturazione energetica degli edifici, e dall’altro nei cantieri per micro-opere di difesa idrogeologica;
  • La diversificazione settoriale. In particolare, l’approccio di politica per l’impresa qui in esame suggerisce di “chiudere” spezzoni di filiera aperti. Laddove esistano sul territorio semi-filiere, non del tutto chiuse, il modo migliore per selezionare i settori di intervento è quello di puntare sulla nascita/attrazione di imprese negli anelli mancanti. In questo senso, ci sono opportunità nell’agroalimentare, per collegare meglio la produzione primaria con la fase di distribuzione, nella bioenergia, per cui si può riconvertire terreni non più usati per coltivazioni industriali a servizio di bioraffinerie, nella produzione di energia da biomasse forestali ed agricole, nel settore dei nuovi materiali per l’edilizia, il mobile-arredamento e l’automotive, ad esempio. Tutte semi-filiere presenti sul territorio e che potrebbero essere chiuse attraendo investitori esterni e/o promuovendo start up a capitale locale.

Queste indicazioni settoriali, ovviamente, vanno contemperate con un utilizzo più accorto degli strumenti a disposizione. Stanti quelli nazionali, in larga misura offerti tramite il PON Imprese e Competitività 2014-2020, le politiche di competenza della Regione dovranno evitare il conto capitale, basarsi su strumenti di maggiore responsabilizzazione dell’imprenditore, quali il conto interessi, ma soprattutto integrare in pacchetti unitari offerte coerenti, in cui gli incentivi agli investimenti vengono affiancati da interventi infrastrutturali ad hoc, assistenza localizzativa, semplificazione burocratica.

Lo strumento delle ZES (zone economiche speciali) è particolarmente utile per connettere spezzoni di territorio, e pezzi di filiera, fra loro, realizzando la chiusura delle semi-filiere di cui si è parlato in precedenza. Però va usato intelligentemente, evitando, cioè, di selezionare porzioni di territorio e zone industriali che non hanno relazioni di filiera o produttive fra loro, soltanto per calcoli localistici di interesse. La costruzione di una ZES e dei suoi territori di pertinenza deve, cioè, affidarsi ad una analisi preventiva dei flussi di produzione attuali e potenziali fra i territori.

Più in generale, una nuova politica industriale per la regione non può non basarsi sulla ripresa di una attività di studio ed analisi approfondita del territorio, delle sue preesistenze produttive, delle sue potenzialità, delle sue vocazioni, ed al contempo aprendo una finestra sulle evoluzioni globali dei principali settori produttivi.

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Sull' Autore

Riccardo Achilli

Valutatore di politiche pubbliche di investimento, economista e statistico, specializzato in sviluppo locale, politiche industriali e politiche sociali. Fa parte del nucleo di valutazione degli investimenti pubblici della Regione Basilicata, e collabora come ricercatore e consulente presso numerosi centri studi economici (Osservatorio Banche Imprese, Istituto Guglielmo Tagliacarne, Si Camera, SRM).


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