Pisapia continua a dividere. Il federatore in pectore sembra essere più un uomo attorno al quale litigare che un leader da seguire. E lo scontro tra Speranza e l’ex Sindaco ha riacceso dubbi sulla figura dell’avvocato milanese. Ma dietro questa eterna querelle c’è di più.
I fronti aperti sono molteplici: approvazione di determinate leggi (come quella sullo ius soli, teatro di scontro col PD), scelta della leadership (c’è chi chiede primarie e chi blinda il nome dell’uomo in arancione), e scrittura del programma (su cui si consumano litigi asprissimi).
Un ulteriore problema riguarda la struttura della nuova cosa rossa. Pisapia chiama a gran voce uno scioglimento di tutti i soggetti coinvolti in un unico contenitore. E questo perché la sua creatura, Campo progressista, secondo i suoi piani, dovrebbe fungere da aggregante. Un’operazione che rafforzerebbe la sua leadership e mescolerebbe i rapporti di forza tra le correnti, che non potrebbero più solidificarsi in simboli. E le alleanze interne diventerebbero tutte più fragili (scricchiola sempre di più l’asse tra bersaniani e dalemiani, che però rimangono tutti uniti e fedeli al nuovo MDP).
Ma la bora spira da ambienti ancor più rossi. La galassia di movimenti e partitini che prova a ruotare attorno a Fratoianni vede Pisapia come il nemico. Una serpe che le è cresciuta in seno e si è poi distaccata. L’ex Sindaco di Milano cerca un dialogo con Renzi e col PD che, per i postcomunisti, equivale a un’apertura al programma neoliberista. I rossi-rossi mettono in discussione ogni proposta e idea che si avvicini alla Terza Via, e l’arancione prova a tutti i costi di non chiudere la porta a un alleato che la impersona.
Dalle parti di Articolo Uno il problema è sentito in una chiave diversa. Il movimento degli scissionisti vede il dialogo con il PD come una mancanza di credibilità. Il che è vero: che senso avrebbe scindersi per poi allearsi di nuovo? Non a caso MDP non vuole rinunciare a Pisapia, perché rappresenta il mondo dei piccoli e medi imprenditori e della classe media settentrionale che vuole agganciare per fare consenso. E l’obiettivo è trovare una «discontinuità» alle politiche degli ultimi Governi per ritornare a un «nuovo Ulivo»: in altre parole, si tratta di un veto su Renzi e sul renzismo in generale, per costruire un tandem simile all’alleanza DS-Margherita. Con il PD «depurato» da Renzi nel ruolo della Margherita, e Articolo 1 potenziato dalla sinistra radicale in quello dei DS.
Il vero pomo della discordia è l’aggregazione delle forze a sinistra. Mentre Pisapia è molto scettico sul ruolo di Sinistra italiana e aggregati (e la sua dichiarazione sul costruire immediatamente un partito unico, tesi ancora poco digeribile dai postcomunisti, affezionati ai rispettivi simboli), MDP vorrebbe includerli in un percorso più lungo.
Quanto D’Alema, Bersani e Speranza hanno capito è che per federare movimenti e partitini recalcitranti serve un lungo tour a tappe. Prima una sorta di primarie per creare un popolo unico che discute le proposte assieme e sceglie un leader. Dopodiché una fase di avvicinamento politico per la scrittura della lista unica e soprattutto del programma unico (amalgamando una classe di intellettuali che litiga dalla notte dei tempi, cioè dalla svolta della Bolognina). Infine, battezzare la nuova casa comune. Un percorso di corteggiamento in cui Pisapia parte svantaggiato, perché la sua posizione non è capace di mediare tra le varie anime.
In tutti questi calcoli, però, i vari leader (di tutti i partiti: da Pisapia a Montanari) non hanno fatto i conti con un fattore piuttosto importante. Il loro elettorato. Negli ultimi tempi il popolo della sinistra ha disertato sempre più le urne (lo dimostra l’acquisto di consenso del centrodestra, parallelo alla crescita dell’astensione) perché richiede programmi compatti e ambiziosi, e non trova né leader né (soprattutto) proposte e idee per cui vale la pena spendere un voto. «Non cambia mai nulla» è il pensiero che sta pervadendo anche diversi intellettuali rossi, disponibili a votare 5Stelle per abbattere la classe politica neoliberista che s’è impossessata dei partiti progressisti.
