PERCHE’ TAGLIARE I VITALIZI CI RENDERA’ TUTTI PIU’ POVERI

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  • NINO CARELLA

Quando tagliarono la sanità non protestai, perchè io stavo bene.

Quando tagliarano le pensioni agli esodati non dissi nulla, perché non ero un esodato.

Quando cancellarono i vitalizi ai politici fui contento, perchè mi stavano antipatici.

E quando tagliarono le pensioni a tutti, non erano rimasti abbastanza diritti per protestare.

La famosa poesia (attribuita, pare erroneamente, a Bertold Brecht) che meglio di un trattato sociologico spiegava ai posteri le ragioni dell’inumana tragedia nazista, potrebbe essere presa a prestito in Italia e parafrasata per spiegare la progressiva e inesorabile cancellazione dello stato sociale.

Da almeno 20 anni si assiste con le scuse più assurde ad un unico programma: tagliare la spesa pubblica, e quindi i diritti ad essa legata. Il tutto nella totale indifferenza della popolazione coinvolta. Anzi spesso con l’applauso e le grida di giubilo di essa.

Prima furono le false promesse del liberismo: tagliare le tasse e risparmiare spesa avrebbe fatto volare l’economia, e saremmo stati tutti meglio di prima. Magari dopo un breve periodo di sofferenza. Ma la sofferenza dura ancora.

Poi arrivarono i tecnici, che dissero che eravamo sull’orlo del baratro, e servivano Riforme lacrime e sangue. Nessuno fiatò, per paura di finire giù ma, a quanto pare, siamo ancora pericolosamente su quell’orlo: non ci sono mai soldi per fare investimenti, o manutenzioni del territorio o dei beni pubblini, nè tantomeno assunzioni; in compenso, il debito pubblico continua a crescere, insensibile a tutte le nostre manovre.

Infine arrivò il populismo, che puntò il dito contro i privilegi. I politici divennero il simbolo del male, e gli stessi politici insultavano e inveivano contro loro stessi (specchiandosi nella parte avversa) pur di dar ragione alla pancia del popolo. La grande montagna del populismo partorì il topolino dell’abolizione dei vitalizi: poco più di una scoreggia nel mare magnum dello spreco italico, che come si può ben assumere nell’esperienza quotidiana di cittadino e/o imprenditore, è ancora tutto lì. Bollicine superficiali vengono a galla per dare un breve sollievo alle pance scombussolate di tanti nostri contemporanei. Che però continueranno a soffrire mal di pancia. Perché la causa dei nostri mali, semplicemente, è altrove.

E mentre si imporrebbe una riflessione su dove stiamo andando e perchè ci andiamo, i diversi schieramenti si scazzottano per attribuirsi la paternità del gesto eroico: è merito del PD, che ha presentato la legge, o dei 5 stelle, che con la loro presenza hanno costretto la politica italiana a cambiare la propria agenda? Ai rispettivi fan l’ardua sentenza. A noi, non ce ne può fregar di meno.

Perchè questo rincorrersi in un avvitamento mortale di impoverimento di diritti, rischia seriamente di finire presto o tardi per stritolare tutti. Se, e quando, la Corte costituzionale dovesse stabilire (che non è mica pacifico) che è legittimo modificare diritti acquisiti, frutto di regole che hanno indirizzato scelte di vita, cosa impedirà a un governicchio tecnico – non voluto da nessuno ma sostenuto da tutti, quindi da nessuno – di tagliare le pensioni a tutti i pensionati che le percepiscono col vecchio metodo retributivo, facendo leva sulla moda del momento? È peraltro proprio di questi giorni l’ennesimo report che mostra il pauroso e inarrestabile (anche questo, nonostante i tagli continui di questi due decenni) disavanzo dell’Inps.

Chi protesterà quando sarà stato il popolo stesso a marchiare come ingiusto privilegio il vecchio meccanismo, che ancora paga la maggior parte delle pensioni italiane?

Intere famiglie saranno costrette a rifarsi i conti, a riprogrammare le scelte di una vita. E lo faranno provando forse anche un senso di vergogna, per aver indebitamento munto lo Stato, sentendo il peso dello sprezzante sguardo accusatorio di quelli che, invece, saranno costretti a fare i conti con pensioni da fame. Un giorno, se mai ne prenderanno una.

Siamo l’uno contro l’altro. Italiani contro italiani. Italiani contro stranieri. Partite Iva contro dipendenti. Dipendenti privati contro dipendenti pubblici. Genitori contro professori. Vaccinisti contro antivaccinisti. Gente del nord contro gente del sud.

Eppure, è più quello che ci accomuna, di ciò che ci divide: la disillusione di un futuro sereno, l’angoscia di una felicità che sfugge, l’avversione alla furbizia il disprezzo per la disonestà, la voglia di rimanere lottando contro la pressante necessità di andare, il sogno di costruire un Paese “normale”.

Per arrivare, in un lasso di tempo relativamente breve, a cambiamenti così profondi nello Stato di Diritto, in passato era necessario perdere una guerra, o tagliare la testa a un re. Domani, sarà stato invece sufficiente metterci uno contro l’altro, con qualche blando sfogatoio: la tv, i dibattiti sul nulla, internet.

Serve invece un nuovo patto sociale. Che ridisegni le regole comuni e il senso profondo dello stare insieme, di chiamarci ancora Nazione. Non potrà mai farlo un solo partito, ammesso che ne abbia voglia e intenzione.

Dovremo farlo noi.

Giusto. Ora corro a scriverlo su facebook.

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Sull' Autore

Nino Carella

Ho impostato il navigatore in direzione aziendale ma, blaterando di democrazia e di sviluppo, ho svoltato a sinistra finendo dritto addosso a un blog: ed erano già passati quarant'anni.

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