La storia dell’urbanistica contemporanea è costellata di episodi simili a quello che stiamo vivendo a Potenza a proposito del vivace dibattito che ha infiammato i cittadini sul riposizionamento dei pali d’illuminazione di Piazza Mario Pagano. La cosa potrebbe consolarci, siamo il prototipo di un tipico dibattito internazionale; pare un ottimo passo verso l’emancipazione.
Ho sorriso amaramente pensando che se la piazza reale fosse stata popolata come la piazza virtuale dei social, il vero pericolo sarebbe scampato; ma veniamo al punto cercando di resistere alla facile tentazione di cadere nel qualunquismo. Eh già, nella calorosa tifoseria “paliSI-paliNO” rischiamo di perdere di vista il punto nodale della vexata quaestio. Esistono due gradi di riflessione cruciali per la vitalità di una piazza, che precedono di molto qualsiasi progetto in qualsiasi epoca: le peculiarità morfologiche e le caratteristiche funzionali. La nostra è una piazza sui generis in questo senso, cosa che complica un po’ la questione.
Fermiamoci ad osservarla: la principale via pedonale della città la costeggia da un lato, di fronte una strada carrabile. Non esiste alcuna funzione che “costringa” i pedoni ad attraversarla per arrivare più velocemente ad una qualsivoglia meta, è di fatto una piazza che si guarda dall’esterno, al massimo la si costeggia, ma non la si attraversa, figurarsi poi sostarci, sarebbe una chimera. Questa è una delle ragioni per le quali se parliamo esclusivamente del valore estetico rischiamo di impegolarci in vicolo senza uscita. Senza illuminazione la piazza si presenta oggi mutilata della sua parte più importante, uno spazio buio non esiste e non invita certo alla fruizione.
Abbandonato il sogno di un’antica agorà piena di vita e scambi commerciali e dalla leziosa immagine di salotto della città per parate militari e comizi, non ci rimane che concentrarsi su un più attuale e concreto senso di uno spazio comune. In questo senso il progetto della ormai compianta Gae Aulenti va vissuto come un punto di partenza e non di arrivo nella strutturazione del contenitore cittadino, l’afflato vitale non è dato da un progetto redatto a tavolino, se pur con le migliori intenzioni e accortezze, ma dalla capacità di mettere a disposizione della cittadinanza uno spazio che consenta di essere completato, vissuto e piegato alle più svariate esigenze. Una prima idea potrebbe essere l’impiego di arredi mobili, ecologici e flessibili, capaci di offrire ospitalità e riparo dal freddo e dal sole ma facili da sposare e ricollocare a piacimento. Per fare questo, prima di cadere nella faciloneria demolitoria di un progetto che ha avuto anche i suoi indubbi oneri, un primo passo potrebbe essere vedersi, parlare e spiegare gli intenti nonché ascoltare le proposte. Insomma diamoci una chance, diamo al progetto un’opportunità per essere meglio compreso. La partecipazione richiede molto impegno, la condivisione anche, ma i frutti non tarderanno a mostrarsi. Saremo noi stessi a completare il progetto.
- Architetto, classe ’79, nata a Bari e cresciuta tra Potenza, Napoli, Londra e Matera, intrecciando la passione per architettura, musica e società
