POTENZA, LA CITTA’ DE “I PAGLIACCI”

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LUCIO TUFANO

LUCIO TUFANO

Circolavano per la vecchia città, nei larghetti e nelle cuntagnole (sentieri in pendiMitelli_Ciarlatano_Casanatense_1660o che univano la città alla campagna), in sosta presso i portoni dei borghesi, o si aggiravano per i vicoli, personaggi speciali per la forma del corpo, la goffa figura, le gambe sottilissime ed il torace prospiciente su di una pancia enorme, per i piedi grandi e la sagoma corta ed esile, per la testa a cocomero e la faccia storta o prognata, per la gobba ed il gozzo su volto rugoso, per nanismo ed agitati e scherzosi per ostentato priapismo, o anche allampanati e dinoccolati, uomini trottola, uomini lampioni, uomini romboidi, a cilindro ed aCallot_Jacques_daCapriccidivariefigure_BritishMuseum piramide stretta …
Pullulava nei vicoli una vera e propria “corte dei miracoli”, buffoni, gobbi e nani, ben sapendo come per “corte dei miracoli” si è sempre inteso il quartiere abitato da mendicanti, ladri e manigoldi delle grandi città sia nel medioevo che in età posteriore, ma anche covo di miserabili, come le “corti dei miracoli” di Parigi, così denominate perché le pretese infermità con le quali i mendicanti imploravano la carità pubblica sparivano come per miracolo quando rientravano nel loro covo.
La più celebre è quella descritta da Victor Hugo in Notre-Dame de Paris; delimitata da rue Saint-Sauveur, rue des Petits-Carreaux, rue du Caire e rue Saint-Denis, godeva di diritto d’asilo e neppure i soldati di ronda osavano penetrarvi. Tranquilla di giorno, si animava al rientro dai loro loschi intrighi dei suoi componenti, che per tutta la notte si davano ad orge sfrenate. Il quartiere fu «ripulito» nel 1656 da una metodica operazione di polizia e le ultime tracce sono scomparse con gli interventi di urbanistica del XX secolo.
Ai re ed ai loro ambienti, nelle sfarzose corti delle antiche monarchie, aggregando come subentranti, il popolo e la “corte dei miracoli”, si ebbero i personagggiullare_38i della vis comica e le medesime connotazioni somatiche e teatrali del grottesco popolare, colto e descritto dagli scrittori. Erano i potenti ed il popolo portati a fruire di motti, capriole, beffe e comicità, di non sense e di follia creati da tutti coloro che, velando con allusioni il rimprovero e la satira, si destreggiavano nell’approvazione e nei rabbuffi, il sorriso e l’accusa, l’elogio e la burla.
Se Pulcinella è l’erede di quello che i Persiani denominarono Pendy ed i Romani Maccus, dei mariones, nani calvi ed ignudi che in pose grottesche e buffe sono stati ritrovati negli scavi di Ercolano, se il pigmeo e buffone partecipava al pranzo dell’imperatore Tiberio, e il nanerottolo Licinio era nelle confidenze di Augusto, nelle corti medievali vi furono i giullari ed i menestrelli che frequentavano la stanza dei principi, loro “cugini”, mentre le dame – come sostiene Brantôme – consentivano loro ogni confidenziale ed intimo sollazzo.
Perfino la Chiesa degiullari_e_buffoni1l ‘500 si avvalse dei buffoni che sostavano presso le corti papali: Leone X era alle prese con frate Mariano e con frate Serafino “non meno celebre del primo, già beone, burlone e dissoluto”.
Vi è una storia della buffoneria e del buffonesco che risale al Triboulet, il cui nome deriva da Tribulos, dolore.
Aveva il naso grosso e la testa enorme, zoppo e deforme, l’emblema dell’umana degradazione; eppure solo a vederlo, provocava il riso. Era al servizio del re di Sicilia nel 1464 e poi di Luigi XII e di Francesco I di Francia.
Strana storia questa dei buffoni al cospetto ed in balia di potenti signori, al punto che, considerati vittime e reietti che si ribellano e chiedono giustizia e vendetta per le offese e le umiliazioni subite, sia Victor Hugo a proposito di Triboulet nel Roi s’annuse, che Giuseppe Verdi nel Rigoletto, sentirono il dovere di riscattare la loro dignità. Buffone di corte, contemporaneo di Triboulet fu anche Caillette. E non si trattava solo di buffoni. In quegli ambienti vi erano giocolieri, musici, ballerini, nani e gente dello spettacolo.
Chi rese famoso il buffone Thony? Furono Brantôme con la prosa, e Ronsard, con la poesia, presso la corte di Caterina dei Medici. Brousquet, bravo nelle satire e nei motti à propos, operò alla corte di Enrico I.
Da Caterina dei medici inoltre e presso Carlo IX vi furono Greffier, Estienne, Des Rosieres, Chathelot, Sardiniére e Madonna di Rambonillet.CHICOT
Uno dei più noti, apprezzato da tutti, fu Chicot. Si chiamava Antonio Anglarax e da portamantello del duca d’Angiò, diventò buffone di corte apprezzato e sempre più stimato, specie quando il duca, suo amico, diventò Enrico III.
A frotte accedevano i nani, prima che i circhi equestri pensassero di utilizzarli, negli ambienti dei principi, dove di solito ci si divertiva, si faceva baldoria in ragione della ricchezza di denaro, dell’abbondanza di derrate e di forza. Un’antica tradizione faceva provenire questi personaggi, nomadi e strani, indovini, giocolieri suscitatori di risate dall’Oriente, dalla Persia, dalla Cina e dal Giappone, emblematici esponenti di sapienza, di buon auspicio e porta bouheur.
Fu la rivoluzione francese con le sue mestizie ed il terrore ad infliggere ai sovrani ed alla nobiltà potente il redde rationem per quella abitudine di ridere e sbeffeggiare gli storpi e l’usanza di mantenere tali individui spesso riservando ad essi ruoli privilegiati da spettacolo e da primordiale divismo. Epigoni del vecchio modo di divertirsi presso la nobiltà furono i nani presso la corte di Stanislao Leczinski, duca di Lorena.
I nani buffoni che ancora vengono citati nelle cronache e nei saggi degli storici contemporanei sono quelli come Tom Ponce, Nicola Perry detto Bebè, le principessine nane Colibris, Natalia e Felice.
Si esibirono, nelle piazze e al cospetto del pubblico, pagliacci e clown per tutto l’ottocento, senza quella crudele dipendenza e soggezione che nobili e principi, capricciosi e volubili erano soliti fare. Fu allora, con l’aria dello Sturm and Drang, del romanticismo languido e del pathos dei poeti che il pagliaccio diventò patetico, addolorato e malinconico come il famoso Pierrot[1].
Naturalmente non si è trattato più della gioia animale dell’istinto festaiolo, legato visceralmente alla cultura popolare con carattere pubblico ed universale. Il grottesco romantico è come “un carnevale vissuto in solitudine e con la coscienza acuta del proprio isolamento”.
«La letteratura, le arti plastiche, la musica hanno dato il loro contributo per rappresentare il buffone ed il pagliaccio. I fratelli De Gancourt con i fratelli Zemgano, Giulio Clarete con Bum-bum, Mendès con la femme de Tabarin, hanno scrutato ed analizzato l’anima di questo complesso (e strano) tipo umano, fatto di scherno e d’amore, di sorriso e lagrime».ruggero_leoncavallo_01
Qui occorre ricordare Leoncavallo, notissimo musicista, che a Potenza, negli anni in cui il padre esercitava il ruolo di magistrato presso la Corte di Appello della nostra città, compose la sua opera “I Pagliacci”, alla fine dell’800, utilizzando il pianoforte del teatro comunale “Francesco Stabile”, appena costruito ed inaugurato.
Non vi è più l’allegria e la sghignazzata, la risata viscerale, la buffonata da guitto e da burlone sfrenato senza freni e senza limiti, è il riso che prende la piega dell’ironia e del sarcasmo. La comicità perde gran parte della sua forza rigeneratrice ed il grottesco non è più quello medievale o rinascimentale, anzi si manifesta in qualcosa che fa paura … «ciò che è comune e tranquillo si trasforma improvvisamente in terribile». È dunque questa la tendenza del grottesco romantico, legata all’indebolimento della forza rigeneratrice del riso. È sempre la follia che domina il grottesco e consente di osservare il mondo con occhi non offuscati dalle idee, dalle sensazioni e dai giudizi comuni.
Da queste considerazioni viene fuori l’idea di una forza inumana, estranea, del deus ex machina, del burattinaio che gioca con gli uomini e li riduce in marionette, è questa la caratteristica del grottesco romantico.
[1] Il giornalista Eleimo tenta di fare una storia del comico buffonesco e clownistico in “La Scena Illustrata” del 1°-15 marzo 1931, con il titolo “Buffoni e nani di corte”.

 

 

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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