Più che l’inizio di una avventura, tutta da progettare, le primarie del Pd hanno sicuramente certificato la fine di una stagione segnata da quella fusione a freddo tra moderati e comunisti che non ha mai funzionato e che si è potuta sviluppare solo lungo il versante della gestione del potere, all’insegna prima di un equilibrio distributivo tra le varie correnti e poi da un tentativo non riuscito di Renzi di mettere fuori gioco la sinistra del partito, mossa disastrosa che ha portato la guerra in casa Pd e con essa il declino inesorabile di una esperienza, declino accentuato dalla inconsistenza degli ultimi segretari e dalla loro incapacità di dare una anima e una identità ad un soggetto politico. Messa fuori dalla tolda di comando e ricondotta all’opposizione, la gestione correntizia che ancora si estrinsecava nel controllo delle tessere, è stata seppellita da una base del partito che di fatto era estranea ai vertici, ai loro compromessi, al loro modus vivendi e che si è preso la rivincita in nome di un ritorno al passato movimentista e valoriale. La discrasia tra elezioni riservate ai tesserati e primarie aperte ha sancito la rottura non solo tra moderati e radicali ma tra classe dirigente e popolo . E’ vero che non sono andati alle urne i cinque milioni dei bei tempi, ma quel milione e quasi 400 mila persone ha parlato chiaro sul tipo di partito che vuole . un partito di opposizione che deve rompere con la gerarchia e deve ricostruirsi dal basso quanto a valori, a diritti e a rappresentanza. Una strada lunga e difficile per recuperare consenso e riproporsi come forza di governo, ma la sola capace di togliere dall’immaginario collettivo quell’organismo senza identità costituito dall’assemblaggio forzato di esperienze sensibilità e visioni diverse. A valle di questa scelta si pongono ora due problemi: il primo è che non ci può essere un recupero di consensi elettorali senza rompere definitivamente con l’intera classe dirigente, di tutte le provenienze e di tutte le estrazioni: non c’è una sinistra buona e un centro cattivo, ma una dirigenza che ha fatto il proprio tempo, consumandolo in lotte interne , in uscite e rientri, in accordi e disaccordi. Il secondo è che obiettivamente i veri sconfitti sono i centristi, quelli che stavano bene con Renzi e che sognavano un Bonaccini capace di ridare fiato alla componente moderata. Questi ora sono fuori. Qualcuno come Fioroni ne ha già preso atto, qualche altro ci sta riflettendo, ben sapendo che il PD di domani non sarà quello della convivenza tra anime diverse, ma quello del recupero di identità che si rifà all’albero del Pci e che si intende far rinverdire con nuovi rami e nuove foglie. Non a caso,la prima uscita della neo segretaria è servita ad anticipare che si riaprirà il tesseramento.Porterà questo a una nuova scissione? E’ possibile, anzi probabile perché un Pd che ambisca a tornare ai cancelli senza prendere fischi , deve per forza di cose rifiutare il pragmatismo innovatore interpretato da Bonaccini e scegliere la piazza per una opposizione dura e intransigente. Come ha fatto la Meloni dall’altro lato, rifiutando compromessi, inciuci, allettamenti vari e passando così da 4 a 30 punti percentuali di consenso. Se vi fossero esempi da citare, il caso Basilicata è emblematico. Qui l’apparato ex democristiano ha prevalso con le tessere, portando la vittoria a Bonaccini, ma a Potenza è emersa evidente la discrasia tra voto dei tesserati e voto di popolo , con una Cgil, direttamente impegnata nelle elezioni Una Cgil che prepara la discesa in campo di Summa e che non solo isola i moderati dal Pd, da De Filippo, a Margiotta , a Cifarelli, a Chiurazzi, ma è antipittelliana , mal disposta a dialogare con il terzo polo e proiettata in un rapporto privilegiato con i cinque stelle , intorno al quale costruire un ipotetico fronte antidestra con molto velleitarismo e scarso senso del reale. Fossi in Bardi, aprirei una bottiglia di spumante per questo aiuto che arriva dalla svolta del Pd, una svolta che rischia di consegna i centristi ex Pd- ad alleanze con una destra che, spaccata e divisa, con una lega e con un forza Italia dimezzati, ha la possibilità di riorganizzarsi in uno scenario completamente nuovo con forze che possono ritrovarsi in nome del riformismo e del moderatismo. Perché delle due l’una: o questa nuova identità del partito delineata dalle urne si legittima rompendo con il passato e mettendo in conto che la strada sarà lunga e difficile e può passare anche attraverso anni di opposizione, oppure , in un entativo di tenere insieme forze e soggetti che il voto popolare ha diviso, si condanna ad una continuità senza futuro. Francamente non c’è da rallegrarsi a mettersi nei panni del neo segretario regionale che è uscito frutto di accordi di vertice, e di fatto è già delegittimato dal voto delle primarie. Rocco Rosa
PRIMARIE DEL PD, PIU’ CHE UNA NASCITA , PER ORA SEMBRA UN DIVORZIO
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