PROFILI DEI RAPPORTI TRA FRATELLI

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Dott.ssa Margherita  Marzario

La parola “famiglia” contiene, tra le altre, la parola “figli”, perché da essa nasce uno dei legami più particolari che è quello tra fratelli e sorelle, che, però, nelle famiglie odierne sta diventando meno comune per il numero crescente di figli unici e più controverso anche per la diffusione delle famiglie allargate. Eppure il rapporto tra fratelli e sorelle ha un valore incommensurabile, in particolare fa crescere il fanciullo “in un ambiente familiare, in un’atmosfera di felicità, amore e comprensione” (mutuando la terminologia dal Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). Il sociologo Francesco Belletti afferma:“[…] non è una passeggiata l’esperienza di avere dei fratelli o delle sorelle. È un’aspettativa, un legame, che richiede impegno, perché si tratta di condividere gli stessi spazi, magari di dover condividere gli stessi giocattoli e fin da piccoli imparare che l’altro occupa il tuo posto: l’altro non è una persona lontana ma è qualcuno con cui devi davvero fare i conti. E questo costruisce anche un atteggiamento più sociale, più attento al lavoro di gruppo, più attento anche alle contrattazioni, al saper litigare bene, ad avere conflitti ma a poterne poi uscire bene. Perché dalla relazione tra fratelli non si può scappare, perché poi a casa si torna tutti. Imparare questo fin da piccoli, magari con una buona vigilanza da parte dei genitori, è una vera ginnastica di educazione civica, una vera pratica di relazione positiva e di capacità di stare insieme agli altri”(da un’intervista del 20 maggio 2019 sul libro “Educazione orizzontale. Il mestiere di sorelle e fratelli nelle famiglie numerose”, Edizioni Toscana Oggi).

Belletti continua: “Nelle relazioni tra fratelli vi è una forma di educazione “orizzontale” (in inglese, in-family peer-to-peer education) capace di mettere in luce alcune differenze e competenze sociali, come la capacità di generare legami buoni, solidaristici e capaci di accogliere “l’altro da sé”, il diverso”. Scegliere razionalmente di avere un figlio unico (così come avere più figli da relazioni diverse) è privare quel figlio di diritti e opportunità che avrebbe potuto avere con accanto fratelli/sorelle. La vita in famiglia con fratelli favorisce lo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale (art. 27 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia) e aiuta, nel processo educativo, a preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di pace, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi (lettera ddall’art. 29 Convenzione).

Secondo la psicologa e psicoterapeuta Anna Oliviero Ferraris: “Tra fratelli, anche nelle famiglie tradizionali, è normale che ci sia rivalità. Vedere il proprio genitore maggiormente concentrato sul nuovo arrivato, nato da un nuovo amore, può far sentire il figlio emarginato. È bene aiutarlo ad accettare questa situazione valorizzando il suo ruolo di fratello maggiore”. “[…] sviluppare la medicina preventiva, l’educazione dei genitori e l’informazione ed i servizi in materia di pianificazione familiare” (art. 24 lettera f Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia):se per pianificazione familiare s’intende“progettazione delle modalità di formazione delle famiglie, attraverso la fase della formazione della coppia, della definizione del numero delle nascite, dei tempi e dei modi del loro distanziamento”, di tutto questo devono tenere debito conto le persone separate o divorziate quando formano famiglie ricomposte o ricostituite e danno alla luce altri figli.

“[…] al di là delle fatiche, difficoltà, frizioni, gelosie (non a caso la parola “conflittuale” è stata la più gettonata nel definire la relazione tra fratelli), la sensazione più forte e più duratura della vita tra fratelli rimane allegria e gioia. In altre parole, tra fratelli si litiga, ma certamente la vita è più lieta” (dal convegno a Bellaria Igea Marina “Il tesoro nascosto: educazione orizzontale nella famiglia numerosa, 8 settembre 2018). La relazione tra fratelli è una delle più fondamentali (si pensi alla costituzione della memoria personale e familiare), speciali e anche conflittuali. Il numero dei figli, la differenza d’età tra fratelli, la costituzione di famiglie allargate, anche a distanza geografica, devono essere tutte considerazioni in seno alla“pianificazione familiare” che non è solo prevenire gravidanze indesiderate ed eventuali aborti. Il rapporto tra fratelli è più di un rapporto di parentela, è una componente che contribuisce alla salute di ciascuno: “La salute è creata e vissuta dalle persone all’interno degli ambienti organizzativi della vita quotidiana: dove si studia, si lavora, si gioca e si ama. La salute è creata prendendosi cura di se stessi e degli altri, essendo capaci di prendere decisioni e di avere il controllo sulle diverse circostanze della vita” (dalla Carta di Ottawa per la promozione della salute, 1986). I fratelli sono le prime persone con cui si gioca, si studia, ci si ama, ci si prende cura. Con i fratelli, tra l’altro, si condivide e si elabora la sofferenza per la separazione dei genitori: “I figli hanno il diritto di conservare intatti i loro affetti, di restare uniti ai fratelli, di mantenere inalterata la relazione con i nonni, di continuare a frequentare i parenti di entrambi i rami genitoriali e gli amici. L’amore non si misura con il tempo ma con la cura e l’attenzione” (dal punto n. 1 della Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori, 2018).

La scrittrice Mariapia Veladiano precisa:“Il figlio ancora unico che chiede ai genitori «mi fate un fratellino?» intuisce la natura assoluta del cambiamento. Se il genitore amatissimo che ha ancora tutto per sé dice sì, allora l’evento può accadere e lui si prepara e rassicura, meglio essere pronti che trovarsi rovesciati dal trono tutto d’un colpo. Se dice no, si rassicura lo stesso, il mondo sta al suo posto. Quando arriva il fratellino o la sorellina si impara che l’abbraccio si allarga, l’amore non si divide e assottiglia e nemmeno è un possesso. È dato e non accaparrato o carpito. L’esser fratelli dà la fondamentale esperienza del limite: non tutto il tempo dei genitori è per me, anzi, il fratellino o la sorellina minuscola com’è e inetta chiede quasi tutta l’attenzione per un bel po’ di giorni, settimane, mesi, anni. Ma si sperimenta anche che c’è una mano da tenere e si può essere grandi e responsabili per qualcuno. Si impara che i litigi possono non essere per sempre, che i giocattoli vanno chiesti e non arraffati, che gli spazi vanno condivisi e che insieme è bello anche se non è sempre semplice”. Avere ed essere fratelli giova al “ben-essere” e alla “form-azione” del fanciullo nella famiglia, “quale nucleo fondamentale della società e quale ambiente naturale per la crescita ed il benessere di tutti i suoi membri” (dal Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).

La Veladiano aggiunge: “Essere fratelli non è «più facile o più naturale» rispetto all’essere amici. Gli amici si scelgono, si possono lasciare, ci si può allontanare. I fratelli ci sono e se le cose non vanno bene non si può operare un misconoscimento di fratellanza. Ci si può ignorare ma si resta fratelli e sorelle. E, ancora la storia, il mito e la letteratura ci raccontano come sia devastante non imparare a vivere in serenità tra fratelli. Le guerre fratricide sono quelle più sanguinose. L’esperienza dell’essere fratelli è in qualche modo fondativa, si può dire, del nostro essere persone”. Fratelli coltelli o fratelli gioielli, fratelli monelli o fratelli modelli: l’essere fratelli, l’avere fratelli dà essenza, resistenza, resilienza e consistenza all’esistenza diventando parte ineludibile e inestricabile della vita. Avere ed essere fratelli è la migliore forma di coeducazione, educazione alla pari, educazione “ambientale” secondo i principi della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.

Bisogna ricordare, però, a proposito di diritti dei bambini che tra i “diritti opacizzati” vi sono quelli dei cosiddetti “siblings”, i bambini invisibili, ovvero i fratelli di bambini malati o disabili. Dai vari dossier loro dedicati si evince che il modo in cui prendersi cura di un proprio familiare diventa parte integrante della vita di ogni membro del nucleo familiare, anche dei bambini. La presenza di una persona fragile nel nucleo familiare diventa, oltre che un oggettivo “carico di cura”, anche una potente occasione di educazione alla responsabilità reciproca, per gli adulti e i più giovani. I cosiddetti “caregiver bambini” non hanno ancora 18 anni e già aiutano fratelli, sorelle e genitori disabili o gravemente malati, e nessuno si accorge di loro, spesso neppure gli insegnanti, che vedono calare il loro profitto scolastico ignorando le loro “vite nascoste”. Alcune associazioni si occupano di portare le loro storie all’attenzione dell’opinione pubblica, tra cui la “COMIP – Children of Mentally Ill Parents – Figli di Genitori con Disturbi Mentali”. Per i cosiddetti “caregiver bambini” “valgono” ancor di più il “diritto all’ascolto” ex art. 12 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, l’art. 23 della Convenzione relativo ai bambini con disabilità e il successivo art. 24 sulla salute, specificatamente nella previsione del godere di una vita soddisfacente che garantisca la dignità e godimento dei più alti livelli raggiungibili di salute fisica e mentale.

In ogni caso il rapporto tra fratelli è uno dei più rilevanti non solo sotto il profilo psicosociologico ma anche sotto quello strettamente giuridico, civilistico e penalistico, per esempio fa sorgere l’obbligo di prestare gli alimenti (art. 433 n. 6 cod. civ.) ed è una circostanza aggravante in caso di omicidio (art. 577 comma 2 cod. pen.).

Nell’intervista del 20 maggio 2019 Belletti conclude: “Fare i genitori è un altro mestiere difficile. La parola ‘mestiere’ è provocatoria perché pensare al mestiere in famiglia è ovviamente fuori contesto ma dà proprio l’idea che sia un’arte da approfondire, non una cosa che viene del tutto naturale ma che richiede una certa attenzione: diventare genitori è oggettivamente una grande sfida. La contemporaneità scarica sui giovani grandi incertezze e paure. Quindi la prima strategia è quella del rinviare le decisioni importanti, e quindi si fa il primo figlio a 35 o anche a 40 anni ed oltre; dopodiché, un po’ inevitabilmente, c’è una deriva, quella del fermarsi ad uno, massimo a due figli. Quindi è proprio un problema delle nuove generazioni; sono le coppie che dovrebbero forse sentirsi meno sole davanti a quella grande scommessa che è mettere al mondo un figlio, che è poi un’esperienza entusiasmante, che ti cambia la vita davvero; però, prima di buttarsi in questa grande scommessa, le persone hanno bisogno di essere confortate. Oggi se uno dice: “Aspetto un figlio”, si sente dire: “Ma chi te lo fa fare!”, figuriamoci il terzo o il quarto… Ecco, c’è anche il clima sociale che rema contro, e le persone sono sempre più sole e sempre meno accompagnate da un popolo”. Diventare genitori non è né un atto dovuto né un diritto ad avere ad ogni costo un figlio, ma una scelta libera e responsabile, personale con conseguenze sociali, ricordando,da una parte, il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia (art. 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, cosiddetta Carta di Nizza, 2000) e, dall’altra, “sottolineando in particolare il ruolo fondamentale che la famiglia e la sua stabilità svolgono nello sviluppo armonico ed equilibrato del bambino” (dal Preambolo della Carta europea dei diritti del fanciullo”, Risoluzione A3-0172/92). È, perciò, scelta consapevole e responsabile generare più o meno figli e intessere tra loro una sana e vitale rete relazionale.

Papa Giovanni Paolo II nel Discorso alla Rota Romana il 27 gennaio 1997: “I rapporti tra i coniugi, infatti, come quelli tra i genitori ed i figli, sono anche costitutivamente rapporti di giustizia, e perciò sono realtà di per sé giuridicamente rilevanti. L’amore coniugale e paterno-filiale non è solo inclinazione dettata dall’istinto, né è scelta arbitraria e reversibile, ma è amore dovuto. Mettere, perciò, la persona al centro della civiltà dell’amore non esclude il diritto, ma piuttosto lo esige, portando ad una sua riscoperta quale realtà interpersonale e ad una visione delle istituzioni giuridiche che metta in risalto il loro costitutivo legame con le stesse persone, così essenziale nel caso del matrimonio e della famiglia”. I rapporti familiari sono espressione della civiltà dell’amore e anche l’amore ha le sue regole. La famiglia è una piccola repubblica in cui si è cittadini con diritti e doveri. E con i fratelli si impara a esercitare e rispettare diritti e doveri reciproci.

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Insegnante, giurista, con la passione della lettura, della scrittura, della fotografia e di ogni altra forma di arte e cultura. Autrice di tre libri per Aracne Editrice (Roma) – fra cui “La bellezza della parola, la ricchezza del diritto” (2014) menzionato nel sito dell’Accademia della Crusca –, di oltre 150 pubblicazioni giuridiche citate in più sedi (testi giuridici, convegni, università, siti specializzati, tesi di laurea) e di altri scritti, già operatrice socioculturale nel volontariato (da quello associativo a quello penitenziario). Nata a Salandra (MT), vive a Matera.

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