Le nuove norme contenute nel T.U. sul pubblico impiego non sono tali da rivoluzionare la macchina amministrativa e conferirle da sole quell’efficienza cui tutti anelano. Sono per lo più norme emergenziali , tese ad affrontare problemi che stavano scoppiando, quali l’assenteismo e il controllo dei dipendenti, le malattie inventate durante i ponti del calendario, la precarietà. Si è perso per strada, tra le stanze del Parlamento, quel riassetto organico che finalmente tornava a centralizzare i concorsi, a creare una Dirigenza unica, a far fare un passo indietro alla discrezionalità rispetto al merito. Via via , dal testo governativo all’esame parlamentare , la delega che il Governo reclamava si è assottigliata fino alla mera risistemazione di alcune norme, che non aggiungono né tolgono nulla all’impianto esistente. Non più concorsi nazionali accentrati , non più Albo nazionale della Dirigenza, ma possibilità per le Regioni di scegliere, sia pure all’interno di un Albo generale. Il tema centrale non è stato affrontato, e cioè che solo i concorsi unici nazionali sono in grado di arginare il deteriore fenomeno del rapporto fiduciario tra politico e dirigente, un po’ come è avvenuto storicamente con i Segretari comunali che , chiunque fosse il Sindaco, erano lì per assicurare in maniera autonoma la loro funzione di custodi della regolarità giuridico-amministrativa. Il riordino del testo unico stava andando in quella direzione, ma è stato stoppato e deviato verso una salvaguardia del potere discrezionale delle Regioni e degli Enti locali. In questa maniera è illusorio pensare che l’efficienza e la rigorosità dell’azione amministrativa possano trovare legittimazione e forza da norme di legge e c’è da sperare solo che la volontà politica, il buon senso, e la visione strategica dei decisori locali siano messi in campo per realizzare modelli burocratici efficienti dove c’è fiducia ma anche controllo, indirizzo ma anche verifica, delega ma anche rispetto dell’autonomia. Con il crollo dell’organizzazione verticistica della burocrazia italiana, ci sono Regioni che si sono permesse di non fare concorsi per vent’anni. Non che non abbiano assunto nessuno, Si , con atti fiduciari, con avvisi più o meno rigorosi, con pseudo concorsi emanati il quindici di agosto o il 23 dicembre che sono stati bloccati dalla magistratura, con tante e tante schifezze che si sono sentite nei corridoi di questo o quell’ospedale, di questo o quell’Ente. E quello che più sconcerta è che nessuno si preoccupa più di tanto di rafforzare i pilastri della macchina amministrativa, con la dirigenza che non conosce il personale, con il personale che vive alla giornata in attesa di indirizzi che non arrivano, con la frenesia di darsi da fare quando arriva un ‘esigenza politica un rimprovero dall’alto ,oppure un articolo di stampa che cerca di individuare responsabilità e colpe di un fatto. Passato il quale, si torna a vivere come sempre. O meglio, a sopravvivere.
PUBBLICO IMPIEGO, LA RIFORMA……RIFORMATA
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