Prima scena: Stamattina, sotto un cielo azzurro, illuminato da un bel sole ma accarezzati da un vento gelido mi sono trovato nel piazzale antistante l’ingresso di un laboratorio analisi di Potenza, sito in periferia. Eravamo una quindicina in attesa della chiamata per l’accettazione e il prelievo. Per il rispetto della normativa Covid la struttura ovviamente non può accettare al suo interno più del numero di persone consentito, così che bisognava attendere fuori ., La scena è facilmente immaginabile persone anziane intirizzite che battevano i denti o che cercavano uno spigolo di riparo per trovare un po di sollievo. Vicino a me c’era una persona tutta imbottita e incappucciata che sostava nello spazio antistante la vetrata d’ingresso del centro, dove tirava un’aria leggermente tiepida. Vedo affacciarsi davanti l’ingresso, un’ impiegata per chiamare la persona di turno invitando l’incappucciato ad aspettare fuori lo spazio del centro. Davanti a questa scena, già sofferente anch’io per il gelo accumulato, ho manifestato a quest’ultima il disagio che ci procurava fare la coda all’aria aperta. Il problema da quando è arrivato il Covid, ed è trascorso già un anno, e non sappiamo quanto ancora, non è stato mai risolto né d’estate quando picchia il sole e men che meno d’inverno sotto al freddo la pioggia e la neve.
Seconda scena: sempre stamattina mi reco a Tito Scalo per ritirare un pacco presso la sede della ditta che è stata incaricata della consegna. Solo che a quell’indirizzo la ditta non si trova, o non si trova una insegna che lo indichi. L’insegna riguarda in vece un’altra ditta di trasporto cui la prima si affida per la consegna in città. Nessuna indicazione di questo passaggio nella bolletta di avviso. Ma l’aver perso un’ora per capire questo sistema di subappalto è solo colpa mia. Colpa invece della ditta è che , col freddo che faceva e il vento gelido che tirava, con la segretaria si può parlare solo per citofono, anche se la stessa è sola in ufficio e potrebbe ricevere una persona per volta. Per citofono ti chiede il numero di spedizione ( la ricerca nominativa è negata) , e ti chiede gli estremi della tua carta d’identità o patente, così che volendoti divertire puoi anche comunicare numeri falsi. E se devi pagare, non potendo passare i soldi sotto la porta è costretta ad aprirti lo spazio indispensabile epr passare i soldi. Dire che ti senti un appestato è poca cosa.
Messe insieme queste due scene quotidiane, ti viene da chiedere se sia giusto che l’onere della pandemia la debbano scontare solo i clienti e non ci sia né il buon gusto, né il dovere da parte delle ditte di agevolare in qualche modo la sosta, o mettendo coperture provvisorie per ripararsi dalla pioggia o organizzando dei locali per l’attesa. Invece no. Più il servizio è richiesto, più l’attesa fuori diventa una vessazione imposta dalla burocrazia ( vedi gli uffici postali) o dall’interesse privato ( vedi laboratori) , i quali non si curano affatto delle condizioni in cui attendi, né si prodigano almeno per le persone anziane o disabili. Questo non solo è un modo per dire “ arrangiatevi”, ma è segno di disprezzo per la gente. Ci sono soluzioni? Si che ci sono: ridurre il numero delle prenotazioni , stabilire il numero preciso delle persone per ogni ora di lavoro ( in maniera che uno non arriva due ore prima), allungare l’orario nella giornata. Invece no: il guadagno innanzitutto e i disagi a chi toccano.,
Nonostante l’inadeguatezza del posto mi ha fatto specie la paziente compostezza dei potentini. Pazienza, forse dovuta alla rassegnazione, la compagna di vita che da sempre divide la giornata con la gente di Basilicata. E a quella segretaria che ti guarda come fossi un appestato, vorrei poter esprimere lo stesso disgusto per come fa il suo lavoro. Giovanni Benedetto