QUANDO L’INVERNO ERA DI CASA

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MEMORIE DELL’INVERNO

LUCIO TUFANO

Che se ne sa del vecchio inverno, quello di quando eravamo ragazzi, nella vecchia città dai vicoli angusti e dalle strade innevate?.

L’inverno era di casa, abitava da noi contraddicendo il calendario, accendendo i suoi camini, quando esso segnava ancora i giorni dell’autunno o quelli della primavera. Appannava le grandi vetrate della scuola di via Roma, Rosa Maltoni Mussolini, e costringeva la maestra Gina Molinari a chiamare il bidello perché si accendessero, di buon mattino, le luci.

Il gesso in mano ai compagni intimiditi dalle domande strideva sulla lavagna. Già nel pomeriggio per la città si accendevano i lampioni a propiziare l’avvento della sera.

Le guardie, i contadini ed i ragazzi si avvolgevano nei cappotti o nelle mantelle e nella loro custodia camminavano contro la tormenta.

Nelle campagne i contadini spogliavano le pannocchie di granoturco nelle case o nelle stalle, di tutte quelle frasche utili a farne dei materassi soffici ma rumorosi. Si scioglievano i primi fiocchi di neve sui tetti, sugli alberi, sulle facce dei compagni ed il primo ghiaccio gelava le fontane.

Il talismano delle caldarroste bruciava e profumava la mano che le stringeva nella tasca profonda.

Il forno di chiodd-chiodd sfornava le scanate di pane in ruote grandi e fragranti che una donna con il gozzo, di solito, portava su di una tavola. Una fragranza che aveva sapore di festa, di veglia serale, di libertà, di attese scandite dalle infreddolite caldarrostaie che attizzavano la brace sotto larghe padelle bucate.

Il progresso della città, le nuove costruzioni hanno cacciato il vecchio folclore della povertà contadina ed urbana, la povertà pulita, la sobrietà e la frugalità delle mense, con tutte le possibili nostalgie che essa recava alla memoria di noi ragazzi contro le rabbiose luci al neon, che tolgono le stelle anche ai cieli delle chiese, mentre alle finestre, nei vicoli che sono rimasti l’ultimo geranio è morto e anche la neve ha fioriture brevi ed appassisce sporcata dai rifiuti nella luce anemica di sbadiglianti lampadine.

Invece il nostro inverno era lungo, la nostra neve durava con le fiabe ed i sogni, il nostro entusiasmo per uno spettacolo che ci consentiva di essere attori. Era la nostra più vera stagione che durava e trascorreva lenta, nitida la neve che imbiancava i tetti, le strade e le campagne. Vasto, intimo, vero, stimolava la fantasia, ci raccoglieva attorno al braciere con la nonna o attorno al camino nei paesi di Corleto Perticara o di Laurenzana dove mi ospitava la zia Anita Pica, insegnante. Convinti che non dovesse finire mai, immaginando il sonno lungo degli alberi e degli animali.

Ci incuriosiva conoscere dove dormivano i lupi, le marmotte e le talpe giacché la neve copriva con una bianca coperta tutta la campagna, anche il lucido ghiaccio dei torrenti. “La marmotta che sfrutta il grasso della sua pelliccia, e le volpi ancora sveglie, lasciano impronte di zampe veloci e furtive nei pressi dei pollai e che i cani fiutano minacciosi, né distratti da altri odori”.

I lupi scendono dall’Arioso, si facevano vedere nelle contrade di Pignola e del Basento. “Le pernici bianche sfrecciavano invisibili lungo gli anfratti di neve e di terra, c’era il respiro lungo della tramontana tra le querce e i pini; richiami lontani di campane …”.

“Da umide brevi finestre di stalle esalavano vaporosi i fiati dei mansueti ruminanti, che battevano la catena contro la greppia, mentre il vaccaro mungeva il latte. “Battevano gli scarpari per via Pretoria e le pale degli operai spazzavano la neve, nessun suono sull’intatta neve saliva alle case difese da siepi di brina.

Tutto l’inverno era un’attesa qui nell’Appennino sui monti e sulle colline che in autunno sentivano ancora il canto dei galli del grande risveglio, e correre fra i ghiaccioli di acqua limpida.

Ecco che nel mattino tutto bianco e pulito si sentivano il gocciolio delle grondaie e la caduta repentina di una stalattite infranta con lo stesso rumore dei vetri.

I camini esalavano il fumo della legna che ardeva nel terso cielo, percorso da qualche volatile.

Erano minuti rubati alla notte, il batter dei rami degli alberi che ogni tanto si liberavano dal peso di neve, “ogni voce sfuggiva al silenzio del gelo ad annunciare il Natale, le feste, nell’aria tenera ed aspra, percorsa dalle note della Novena, qui dove abitava l’inverno.”

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Il vento gela le contrade, le inneva, scuote gli alberi e batte i vetri alle finestre, ossessivo e assordante.

La neve ammanta le vie, i vicoli e i tetti delle case; ha colmato al piano ogni fossato, annullato ogni siepe e in alto ha ricoperto di un bianco e soffice lenzuolo le chine e la montagna dell’Arioso.

In città, per le strade ci contrasta i passi per recarci a scuola, attenti alle discese scivolose. Ci s’illude che i presepi allestiti nelle chiese diano un po’ di tepore, perciò la gente entra ed esce dopo averli visitati.

I cappotti, inzuppati e induriti dal nevischio e i berretti allungati sulle orecchie, decine di ragazzi si divertono frenetici sullo “scivuglio“.

Via Pretoria è lastricata di ghiaccio e dalle grondaie, lungo i muri, pendono stalattiti a grappoli.

Freddoloso è il cuore della città, per gli amici che in fretta si scambiano i saluti, frasi smozzicate e confidenziali. La via è breve, eppure la si affronta su e giù con determinazione, imbacuccati e senza alcun senso di monotonia. Sembra di scorgervi sempre cose nuove, senza l’ombra di stanchezza, si passa e si ripassa davanti ai soliti negozi: qui il caffè Brucoli, con i panettoni Motta ed Alemagna, ed i dolci natalizi esposti nelle vetrine, ancor prima la bottega di don Pietro Giacummo, il negozio di tessuti di Oronzio Ignomirelli, il salone di Di Pietro, quello di Pergola, la farmacia Diamante e la salumeria di Peppinuzzo Maddaloni, più in là la drogheria dei fratelli Renza, affianco le vetrine di giocattoli di Melchiorre, e poi la bottega del barese, datteri e banane, farina di castagne e noci di cocco, la modista Pellicone, le salsamenterie Cozzi e Nino Mastrangelo ed i confettuzzi della signorina Satriani, le gioiellerie di Cusano e Graziadei, l’Industria calze di Petilli … solo i vecchi e gli operai si ritrovano nelle cantine dei vicoli riscaldate dal braciere e dalle botti.

Neppure il rigido inverno di montagna riesce a sfasciare la coesione di spirito e di materia potentini, specie quando la neve è appena spazzata da decine di operai e via Pretoria ricomincia a popolarsi di persone dai sonanti e tipici scarponi chiodati e le arie della Novena di Natale si diffondono dappertutto. I volti delle persone che s’incontrano non sono sempre gli stessi, mutano anche per quelli che indossano il grigioverde e vengono a turno in licenza dalle zone di operazioni e da quelle occupate per ritrovarsi con gli amici più anziani e con i parenti. È questa via Pretoria, negli inverni dei primi anni ’40, che mantiene sempre il carattere vivace di un’arteria importante della città e tende ad ampliare il suo corso vitale verso la modernità. È trascorso più di un anno di guerra e già infierisce il contrabbando dei generi alimentari. Vige l’oscuramento perché le incursioni aree non fruiscano di segnali per più facili obiettivi.

La Lutwaffe fa diluviare migliaia di bombe sulle città inglesi, mentre gli italiani combattono in Nord Africa, in Africa Orientale e sul fronte Greco-Albanese. I nostri bersaglieri e i nostri fanti devono, fra l’altro, fronteggiare in quel Natale del 1941 la controffensiva russa, afflitti da temperature polari e per nulla equipaggiati d’indumenti ed attrezzature per quel rigidissimo inverno. Il 22 giugno Adolfo Hitler aveva scatenato l’operazione Barbarossa, un attacco strategico e in massa contro l’Unione Sovietica. Sono partite le tradotte del CSIR «Corpo di Spedizione Italiano in Russia» che sul Volga e sul Don copriranno di sangue tutto il percorso della ritirata. Si tratta ormai di episodi da tempo consegnati alla Storia.

Da noi si va a scuola a frequentare la quinta classe elementare presso la scuola Rosa Maltoni Mussolini di via Roma.

È apprensiva e frenetica tra i compagni più agiati, la corsa in direzione di “Unica”, la dolceria del centro, proprio nel locale dove, dopo qualche tempo, si sarebbe sistemata la parruccheria Gianni e Amalia. Si riempiono le tasche di caramelloni Piera Colmar, marca Stratta, crema nocciola, marca Baratti, menta glaciale marca Elach, caramelle Bingo. Tutte cose deliziose delle quali i boccaccioni in vetro dei signori di “Unica” sono colmi. Ci si ferma attorno a Damiano, l’ambulante con bacheca portatile a scansie di ceci arrostiti, semi di zucca, liquirizie, fave abbrustolite …

Al Teatro Stabile intanto piovono a raffiche, sul palcoscenico, colpi di tosse, battimani, fiocchi e pacchetti, garofani. Fragorosi applausi alla bandiera e alle piccole italiane.

Le maestre elementari salutano i prodromi al metodo globale. Il direttore Emilio Gallicchio ha organizzato le recite sui temi trattati da Romolo Corona nelle operette musicali. Attori principali, la piccola italiana Enza Apicella e il balilla Pompeo Altieri per le rappresentazioni di Zurica (trama orientale), Tu boby zingara e Rosa d’Albania.

Tra gli ebrei fatti internare nella città vi è quasi tutta la famiglia Coen, ospite di Rocco Marsico, chiamato Cacimodd, Giovanni Arcieri è il cacciatore che compra e vende fucili; vende anche la selvaggina che porta nel carniere dalla caccia. È monco della mano destra che sostituisce con una croccia di legno sulla quale poggia il fucile quando prende la mira. Dicono che alla Sezione Cacciatori vi siano ancora delle sue fotografie. Personaggi indelebili della Potenza anni ’40, come il maestro Cerverizzo, provetto cacciatore con Bitto Corbo, amico di Flora Volpini, ebrea confinata a Potenza e che odia e deride Hitler, definendolo “baffino”, e che alloggia nella locanda di Giagni in vico san Bonaventura. A scuola hanno fatto affiggere, sopra il Crocifisso, sulle pareti delle aule, un altoparlante che ci riporta la voce del direttore e gli anniversari da celebrare con le canzoni di quegli anni e gli inni del regime. Le insegnanti sono mobilitate per le parate e vestono con gonna e giacca nera, camicia bianca e cravatta; le più note sono Concetta Pica Ferrarese, Gina Molinari Colucci, la Acerenza Andriuoli, la Vaglio, la Labella, la Ruoti, la Tursi Vicario, i Rosco, moglie e marito, De Gregorio, la Tordela, la Giambrocono, la Rivelli, la Nocera, la Augusta Romano Masi, la Dragone Giuratrabbocchetti …

AI Sala Roma e allo Stabile si proiettano i film dell’epoca: La cena delle beffe, La corona di Ferro, II Fornaretto di Venezia, Noi vivi e Addio Chira!, con Alida Valli, Fosco Giacchetti, quelli con Rossano Brazzi e Leonardo Cortese …, più tardi Bengasi e Giarabub.

È sempre più gravosa la parabola della guerra, con la carta annonaria, il coprifuoco, le ultime adunate del Fascio con i cadetti sempre mobilitati della Gil e il loro comandante Di Bello, i giovani istruttori Nino Carchio, Coretti, Sante Chiantini, Frascione, Saverio Coscia, Greco … Solerti protagonisti di una stagione che sembra ricca di prospettive e di successi, alimentati da un regime che non lascia indietro nessun giovane, mobilitandolo fin dalla più tenera età.

Si ascoltano i bollettini di guerra alla radio Marelli, incassata in un mobile in noce lucido, che fornisce notizie tra gli intermezzi sonori dell’usignolo dell’ERI e le canzoni di Natalino Otto, Alberto Rabagliati e il Trio Lescano.

Ripassa Mussolini, proviene da Bari, dove ha assistito allo sbarco dei feriti del fronte greco. In automobile scura, con due o tre persone in borghese, scortato da cinque altre automobili. Giunge alle 10,30 di sera in piazza Sedile.

Vi è l’oscuramento, le lampadine azzurre nelle vie, i rettangolini di luce praticati sui fari delle macchine. Si ferma pochi minuti alla Casa del Fascio. Alle 23:00 esce, guarda l’orologio della piazza e con un balzo raggiunge lo sportello della macchina, saltando tutto intero il marciapiede.

Dopo aver salutato i presenti, prosegue per Salerno. La notizia si sparge veloce: non in visita ufficiale.

Stormire di cucchiai, piatti di stagno, vociare chiassoso, scalpiccio, rumore di panche, richiami e ordini delle cuoche/bidelle, odore gradevole e intenso di cucina: hanno lasciato le lavagne ed i banchi per un cucchiaio di tubetti al sugo. A rinvigorire la memoria la maestra ha fatto loro trangugiare l’olio di fegato di merluzzo. Nel mese di dicembre sono stati distribuiti agli alunni delle scuole elementari e industriali oltre 2000 libri di testo. Si organizza la «Befana fascista»: i pacchi dono, con giocattoli di guerra, aeroplani, carrarmati, fucili, soldatini di piombo e di terracotta, bambole crocerossine, saranno distribuiti nel Teatro Stabile il 6 gennaio ai bambini dai sei ai dodici anni, con assoluta precedenza ai figli dei caduti, mutilati e feriti, richiamati alle armi e famiglie numerose.

 

 

 

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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