QUANDO MONTICCHIO ERA “VILLAGGIO LANARI “

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di Franco Cacciatore

 

 

 

Prima d’ogni altro è da annotare che, come si  legge in documenti di archivio, “con l’arrivo dei Savoia, la necessità di denaro per ripianare le vuote casse dello Stato piemontese spinse nel 1861 il nuovo governo a saccheggiare e confiscare il patrimonio pubblico del soppresso stato meridionale, disponendo tra l’altro la chiusura del Convento di San Michele”. Questo avvenne nel 1866, mentre insorgeva il fenomeno del brigantaggio, che proprio a Monticchio ebbe il suo epicentro.

In questo contesto e con un tragitto che ricorda quello di Federico II da Jesi a Melfi, giungono dalle Marche in Basilicata i fratelli Annibale e Ubaldo Lanari. Saranno loro ad acquistare i 5000 ettari (1000 furono sottratti alla vendita dopo l’intervento di Fortunato) della selva di Monticchio. A loro, affermati imprenditori, è anche affidata la costruzione della travagliata linea ferroviaria Ponte Santa Venere – Melfi. Con loro la vendita della foresta demaniale trasformerà una negatività in qualcosa che porterà a nuova vita l’area di Monticchio. Nel 1892, per niente intimoriti dallo stato dei luoghi, noti per essere la boscaglia dei briganti, con poche e pessime strade, i laghi e i corsi d’acqua non curati e regno dell’anofele, si trasferiscono a Monticchio e con ingenti investimenti danno il via a un progetto avveniristico per l’epoca: creare una azienda agricola all’avanguardia nella Regione. A fare da attrazione certamente la bellezza del luogo ma anche l’intuizione delle potenzialità economiche che offriva. Loro iniziano la loro opera ampliando la superficie coltivabile, con il disboscare le zone più adatte alla creazione di poderi. Ognuno dotato di una casa colonica alla maniera di quelle marchigiane: al piano inferiore la stalla, il forno, la cantina, un ricovero attrezzi e a quello superiore le camere, la cucina e il magazzino. Ogni abitazione ha un centinaio di metri quadri, racchiuso da un muro di cinta, per la lavorazione dei prodotti agricoli e una piccola area destinata a orto. Tutte dotate di strada collegata alla rotabile. Sono altresì impiantati castagneti, noccioleti e vigneti. Piantati alberi da gelso per dar vita all’allevamento del baco da seta. Per ogni podere quattro diverse destinazioni: due a grano, un’altra a granturco e fave e un’ultima a foraggio per il bestiame. Le stalle, dotate di attrezzature tecnica d’avanguardia, ospitano mucche marchigiane e romagnole, suini ed ovini. Uniscono produzioni d’avanguardia come la lana Merinos dalla Nuova Zelanda, il tabacco e la barbabietola. In conclusione una tenuta davvero modello con la presenza di circa 30 famiglie, proveniente in gran parte dalle Marche, appunto da Jesi e poi da Osimo, Fano, Falconara, Ancona e altri centri. Ancor oggi nell’area sono presenti cognomi marchigiani come Della Rossa, Torreggiani, Crudeli, Polverari. Per citarne alcuni. L’Azienda Lanari in breve divenne un villaggio a sé stante, autosufficiente con una vita autonoma dotata come era di tutti servizi. Dalla sua chiesa, alla scuola, l’ufficio postale, la rivendita di sali e tabacchi e finanche una linea ferroviaria con relativa stazione, di grandissima utilità. Oltre agli scambi commerciali permetteva alle popolazioni del luogo di avere il collegamento con Roma e al tempo dell’emigrazione con il Nord Italia collegandosi con Rocchetta e Foggia. La sua fine con il terremoto del 1980, la stazione è crollata e sostituita con un prefabbricato, poi in abbandono. Nel 2017 suscita grande entusiasmo la tappa alla stazione di Monticchio dello “Sponzfest Express” di Capossela. Si comprende il suo grande potenziale turistico e oggi è in corso la sua riattivazione. Di questo parleremo nella prossima puntata conclusiva. Torniamo ai Lanari che all’attività agricola, ne coniugano altre annesse. Da un caseificio a un conservificio. Infine l’imbottigliamento dell’acqua minerale del luogo con un attrezzato stabilimento. I Lanari avviano la commercializzazione dell’acqua minerale con un vero battage pubblicitario. Addirittura indicono un concorso per la creazione di un inno per le acque acidule gassose di Monticchio Lanari. A vincerlo una vera gloria del teatro napoletano, Eduardo Scarpetta, con un testo in vernacolo, dove si identifica con il suo grande personaggio, Don Felice Sciosciamocca. La musica del M.° Federico Marini.

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La stampa della partitura presso lo Stabilimento Grafico Musicale Venturi di Bologna. Nel frattempo impiantano uno stabilimento termale (bagni e fanghi) a Monticchio Bagni, le cui proprietà terapeutiche erano già note al tempo dei Romani. Indispensabile per il funzionamento degli impianti la corrente elettrica di cui dotano la zona, estendendola a Melfi, che sarà uno dei primi comuni lucani a chiudere l’epoca dell’illuminazione a petrolio. I Lanari e la sua gente sapranno anche affrontare e superare il tragico terremoto del 1930 e quello successivo del 1980. Oggi di quel passato pionieristico non resta quasi nulla. Resta lo stabilimento delle acque minerali con alterne vicende (mentre l’iniziativa di  nuovo impianto della stazione termale è morta sul nascere!), la riattata Abbazia di S. Michele Arcangelo, con la presenza di Cappuccini conventuali e alcune attività ricettive. Realtà nuova, una Base Scout a livello nazionale, si deve al sacerdote Dante Casorelli che alla soglia dei 90 anni, l’ha realizzato, sottraendo all’abbandono una vecchia struttura della Regione.

6) INGRESSO CAMPO SCOUT

Davvero molto poco per un’attesa troppo lunga. Qualcosa però accende la speranza di una nuova stagione per Monticchio. Non solo la riattivazione della sua stazione ferroviaria ma qualcosa che viene da lontano, l’interesse del Fai e dell’Unesco.

FOTO 1) Monticchio – Antica immagine dello stabilimento dell’acqua minerale –  2) Abitazione Lanari e targa sul portone – 3) Piazza Lanari –  4-5) Testo e partitura inno alle acque minerali di Monticchio Lanari. –6) Ingresso Campo Scout

COPERTINA: storica immagine del brand Acqua minerale Lanari 

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Franco Cacciatore

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