Leonardo PisaniDI LEONARDO PISANI
Tempo fa vidi per puro caso vidi un documentario riguardante i film risorgimentali, trattarono anche quel piccolo gioiello diretto dal compianto regista Ennio Lorenzini “Quanto É Bello Lu Murire Acciso”, un originale film storico del 1975, che descrisse l’atmosfera di ribellione al tempo del Risorgimento. Colonna sonora del mitico Roberto De Simone, premiato dalla critica con il David di Donatello, il Nastro d’Argento e il Globo d’oro, ora praticamente caduto nell’oblio e nella vulgata è considerato un film sul patriota Carlo Pisacane, al contrario, invece di descrivere la vita dell’ufficiale e rivoluzionario borbonico ma ne rivisita la figura, dal quasi un novello Che Guevara, che invece di andare in Bolivia, sbarca sulle splendide rive del Cilento.
Insomma dai 2000 metri di La Higuera al tirreno di Sapri o chissà viceversa, tutto inserito nell’onirico di Lorenzini in una pellicola, la quale ha come vera protagonista principale la “Passione Politica”. Già Passione e Politica, immaginate la mia sorpresa quando nel documentario rimarcano che al film partecipò come comparsa un futuro deputato della Basilicata e sottosegretario di Stato: Nicola Savino. In realtà, Savino recitò anche e non fu una semplice comparsa e mi divertii a vedere la sua “performance” cinematografica. Ora a distanza di anni, a pensare che il binomio Politica e Passione, erano topici per quel socialista sanguino… Chiamai subito Nicola e gli dissi: “ Ma hai fatto un film con Lorenzini e non mi hai mai detto mai nulla”. “Ma è passato tanto tempo, quasi mi so scordato”. Rimanemmo che avremmo fatto un’intervista su quel film che poi fu girato in anni caldi, duri, tempestosi ma anche costruttivi. Quando Nicola Savino, seppur uomo delle Istituzioni anzi del partito regione lucano di Verrastro e Colombo, sapeva mantenere un dialogo anche duro con il Pci, erano gli anni della sanguinario Pol Pot in Cambogia, dell’assalto al Welfare State in Gran Bretagna di Margaret Thatcher e in Italia Aldo Moro ed Enrico Berlinguer lanciavano il compromesso storico, mentre in America un giovane Bill Gates fonda la Microsoft. Erano anni di innovazione e lotta in Italia, di grande fermento culturale politico e Nicola Savino, era lì come esponente di rilievo del Partito Socialista lucano .
L’intervista la feci fare da una valente collaboratrice ligure ed esperta di Cinema Roberta Gambaro. Con Nicola sono stato amico, oltre che compagno o anche semplice interlocutore in diverse esperienze politiche del nostro “riformismo” in Basilicata ma vorrei ricordarlo, ora che ci ha lasciato non come l’assessore regionale alla cultura della Basilicata pre e post terremoto o come sanguigno deputato Psi e sotto segretario di Stato, ma come attore di un film di sinistra, con attori non pagati ma intrisi di passione che voleva parlare alla sinistra e alla società e Nicola ci parlò del film, di Bassani, della politica e della nuova società di internet. Ciao Nicola, ti abbiamo voluto bene.
Come ha vissuto l’esperienza di partecipare al film?
Savino: “Al tempo ero preside e candidato nella campagna elettorale per la regione. Interruppi volentieri la campagna per partecipare a questo film. Era un clima nel quale l’impronta che aveva l’esperienza, era di un collettivo di sinistra. Pisacane, nel film, era una rivisitazione di Che Guevara. Anche la scena della morte e della esposizione sul tavolaccio, richiamava un po’ il clima ingenuo di sinistra, che poi bisognava capire cosa voleva dire “sinistra”…
Rivello, il mio paese, era un comune socialista e forse è anche per questo che Lorenzin e il suo gruppo “bussarono” alla porta di Rivello, cercando comparse. Tuttavia il film non si svolse a Rivello ma a Sapri, per l’esterno dello sbarco; sul fiume Serrapotamo e nel Cilento. Gli interni furono ripresi in un contesto tanto meraviglioso quanto abbandonato, che si chiama La Certosa di San Lorenzo, a Padula, la quale struttura ha la forma di una griglia poiché questo San Lorenzo fu arrostito su questa griglia. Conservo un filmato di Giorgio Bassani il quale si chiedeva come si facesse a far deperire un posto del genere. La sovraintendenza, oggi, ha recuperato questo splendore architettonico ma sarebbe bello farci qualcosa oggi e non lasciarlo così abbandonato. Trasformarlo in qualcosa di utile.”
Ha qualche ricordo legato al regista e ai personaggi?
Savino: “ Ennio Lorenzini era un giovane e allegro regista. Purtroppo è morto per problemi ai reni, senza volersi neanche curare. Il suo temperamento faceva parte del fermento politico di quel tempo. Tenga conto che eravamo in un clima particolare e c’era ancora fermento e illusione di essere quelli “giusti”. Sto leggendo un libro dell’autore Galli della Loggia, dal titolo “Credere, tradire, vivere” che mette in evidenza quanto era complicato questo intreccio e come tutti noi fossimo vittime del tabù di questo mito. Comunque, tornando al film, quelli della troupe vennero a casa mia perché cercavano l’aiuto del comune per trovare alcune comparse. Io li invitai ad entrare e mi chiedevano se volevo aiutarli. Così accettai. A Torre di Padula, dove ci riunivamo per le scene nella zona e per qualche convegno, c’era la moglie del regista Taviani che faceva la costumista e mi piazzarono quella veste di velluto addosso. Non fui preparato precedentemente alle scene, anche se si trattavano solo di tre minuti di comparsa. Prima fui vestito così, poi mi dissero cosa dovevo fare e dire e fui doppiato. L’essere doppiato non è molto simpatico per chi recita, perché in fondo ti riconosci dalla voce e, se vieni doppiato, non ti riconosci più. Ci furono delle scene molto realistiche. Quando, ad esempio, ci lanciammo nel fiume nonostante la stagione non tanto clemente. Satta Flores (Pisacane) si spaventò perché arrivammo dall’altro lato del fiume, nella scena dove dovevamo ucciderlo con la pistole. Ecco, lui quando vede arrivare questo nuvolo di contadini locali, dovette avere paura e la scena fu talmente realistica che cominciò addirittura bestemmiare, anche se quella scena la ripetemmo. Tenga presente che avevamo solo una macchina da presa. I soldi erano pochi ed erano stati dati un ente dello Stato, ma erano veramente pochissimi. Occorreva che quella macchina riprendesse da più direzioni. Magari non ci si pensa, ma quando uno vede un film la scena cambia, la prospettiva e il punto di ripresa cambiano sennò ci si annoia. Questa era un’altra difficoltà del film, dati i pochi mezzi a disposizione. Questo significa che in una scena cruenta o in una scena dove devi attraversare un fiume, la macchina bisognava spostarla da un cavalcavia che sovrastava il fiume dall’alto e poi anche di fronte e dal lato. Quindi dovevamo ripetere questa scena con timore da parte di Satta Flores e da parte nostra che attraversavamo coi piedi bagnati questo ruscello. Tuttavia ci divertivamo molto.
Secondo lei c’è qualche rapporto fra la figura dell’attore e del politico?
Savino: “Beh, certo. Dipende da come uno lo interpreta. Vale su due fronti. Il politico può fare l’attore e può usare bene o male la capacità di comunicazione per convincere. Dipende da cosa tende a comunicare. Può ingannare per un proprio tornaconto; oppure può convincere per la volontà di un impegno. Allora, in quel caso è colui che contagia di un ideale, di una prospettiva, per il bene di tutti. Così succede pure per l’artista: l’artista può fare l’artista per comunicare un messaggio politico o per fare il suo mestiere. Meno colpevole se fa il mestiere lui, piuttosto che il il politico.”
Come vede da politico la funzione del cinema nella storia e nella formazione culturale del nostro paese?
Savino: “Posso dire che finché non c’erano altri canali di comunicazione e finché il libro non era molto frequentato, il cinema ha avuto un grande compito. Era una comunicazione con le masse.”
Se fosse stato il regista non solo del film ma della storia nella realtà, avrebbe modificato qualche evento? E se sì, cosa avrebbe cambiato e chi avrebbe voluto interpretare?
Savino: “ Mi andava il messaggio del film di Lorenzin. Mi andava una cosa significativa per il Risorgimento, come non mai. Quello di Pisacane è uno degli episodi più illuminanti del Risorgimento. Il problema è che è finita male ed è diventata un nastro che, purtroppo, nelle scuole non si è visto. Guardi…Io sono stato professore e preside e sto notando che non c’è proprio più la volontà di conoscere la storia e farla conoscere nelle scuole. Questo film andava certamente bene così. Non avrei avuto l’esperienza per poter immaginare una cosa del genere. Fui coinvolto per quello, compatibilmente con la campagna elettorale. Dal film, con la troupe rimanemmo amici, ci telefonammo qualche volta… però poi la cosa svanì perché non ci fu il giusto successo, anche se politicamente quel messaggio, in quel momento storico, poteva significare tanto. Credo fu una esperienza non ripetibile. Tanti attori come Satta Flores e Brogi, hanno lavorato gratis. Erano spinti più da coinvolgimento emotivo che da altro. Ora il mio paese che sta morendo, Rivello, al tempo era attivo culturalmente, ora purtroppo no.
Pensi che a Maratea, in quei tempi, veniva l’autore del film di Contini, nonché il Presidente di Italia Nostra, Giorgio Bassani che le ho già citato per la Certosa di San Lorenzo; come pure il pittore Masi che portava il poeta Michele Parrella. C’era un grande fermento culturale. Ora non c’è più niente. L’unica speranza è l’immigrazione se la sappiamo “fare” e gestire. Non c’è più entusiasmo e questo lo ricongiungo nuovamente a una scuola che non si impegna per far conoscere a storia e motivare gli studenti a conoscere e creare.
Anche io vivo in un paese di provincia del nord e paradossalmente trenta o quarant’anni fa era molto più evoluto e attivo rispetto a oggi. Oggi sembra essersi vestito da periferia…
Savino: “Rispetto al discorso delle periferie le cito alcune letture sporadiche. Si dimostra che nella zona pedemontana del Veneto, l’inserimento e l’integrazione degli immigrati sono avvenuti in maniera proficua e senza conflitti, perché c’era in atto lo spopolamento e quindi lo hanno rimpiazzato. C’era una popolazione incline all’accoglienza di cultura cattolica che non è disprezzabile quando c’è e quando c’è nella maniera giusta e con solidarietà. Voglio dire: c’è una differenza c’è una differenza tra la cultura della periferia e la cultura dei paesi spopolati perché nei paesi spopolati non c’è la fila che contesta la casa. Non si verifica quel fenomeno per cui italiano dice “ a l’immigrato la casa sì e a me no”… diciamo che non c’è quel fenomeno un po’ ottuso che invece non si verifica nei piccoli comuni dove l’accoglienza potrebbe attecchire in modo razionale. Aggiungo di più : la rete è una grandissima rivoluzione ma ovviamente spiazza i più anziani come me. Io fuggo dai social perché vedo che ti trattano a pesci in faccia. Specialmente nel caso mio, di ex parlamentare, questo fenomeno è ancora più accentuato. Insomma, ti considerano automaticamente un delinquente ma io non posso dimostrare che generalizzano, dunque è pericoloso oltre che nocivo. Però è uno strumento utile per le nuove generazioni. Credo che internet possa essere, rispetto a una riforma del sistema politico, piuttosto una premessa e un sostegno, ma non sostituisce l’incontro. Nella politica non ci vuole solo una idea ma una serie si attributi collaterali che non si distinguono in una foto o in un ragionamento. Questi si distinguono in un faccia a faccia. Internet funziona nel caso in cui dopo la conoscenza virtuale ce ne sia una reale e concreta. Si deve avere un riscontro tra le persone. Ci vuole un minimo di ripristino di contatti tra generazioni. Con internet purtroppo questo piano piano svanisce. I contatto tra le generazioni non è più la sapienza dell’anziano che dà insegnamento ai figli e ai nipoti su cose materiali e pratiche. La figura del nonno, il depositario del sapere a veicolo pastorale, ora è stato soppiantato da internet. Ora sono i nipoti che insegnano ai nonni ed oggi, i nonni, rappresentano chi accompagna i nipoti a scuola ma non più il vaso da cui attingere insegnamenti. Addirittura si arriva a pensare che i nonni possano ingrovigljare l’insegnamento dei nipoti. Certo che l’anziano non ha più la sapienza necessaria a livello tecnologico però io ha la saggezza, cioè ha capito delle dinamiche extra internet. L’incontro tra generazioni dovrebbe essere ripristinato in circoli, sezioni di partito, circoli culturali. Non si può affettare una società tra generazioni con una grande incomunicabilità tra l’una e l’altra. Quando una società si evolve perché c’è una nuova scoperta e trasformazione tutti siamo disorientati e allora basta il primo attore capace di recita che ci entusiasma, oppure fa l’effetto contrario. Tutto poi diventa di pancia e poco di testa. Credo veramente che si abbia bisogno di luoghi di comunicazione cosa che con internet non c’è, non c’è più luogo fisico e contatto. Il problema è che tutti hanno fretta tutti corrono e se tutto si riduce e pochi caratteri di comunicazione e diventa difficile il ragionamento.