QUEL VECCHIO GINNASIO LICEO: IL PROF. LICHINCHI

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LUCIO TUFANO

 

 

 

Fhaedra, Medea, Oedipus, Mirra scellerata, amaro pianto, crudele fato, il dolore di Elettra, la nostra voglia inconscia di penetrare nel cupo mistero della tragedia greca.

Septuaginta pedites si accompagnavano sul fiume. Ci preoccupava la guerra di Troia e lo stagno, il ristagno, la batracomiomachia, la nostra allegoria sul povero affluente, l’Aritiedd.

La rana rupta et bos declinava la nostra avida attesa: la ressa di spade, di cimieri, di libri. Qualcuno aveva le spalle di Vercingetorige, altri apparteneva alla stirpe osco-sabella, Quaremba cavalcava gli elefanti nella battaglia e Marella costruiva ponti a mezzo guado.

Caricasole, mitico Iperione, corazziere adibito dagli dei a caricare le batterie del sole, s’irrigidiva sull’attrazione modale e sugli inesorabili appuntamenti della consecutio.

Una guerra di classe e contro classe per chi sfidava tutti, corsaro dei ruoli e che cambiava i pilastri dei quattro cantoni, sconvolgeva le regole del gioco, autentico brigante, schiavo da anfiteatro, gladiatore del “Quo Vadis”. E poi Annibale contro Scipione, nella immensa montagna di pietre del bombardato palazzo vescovile. Una geografia rimasta intatta e che si è conservata fino a noi, percorsi di guerra, sentieri tra i dirupi – le pietre come frecce colpivano le fronti – a disegnare le vicende e ad irretire e cementare nelle proprie malte la ricostruzione e poi di nuovo, chissà, la distruzione.

Sogno lungo, stupendo, del nostro Ginnasio-Liceo. Giorni pieni, illusioni eroiche ed intellettuali, poetiche europee: Baudelaire, Verlaine. La campagna bellissima, il primo, il secondo ed il terzo amore: le viole.

Catullo ed i baci di Lesbia, le scritte nei cessi, la legge di Gay Lussac e di Lavoisier, le formule tatuate sulle cosce femminili, gli schizzi sui fogli di Napoleone, fortunato in battaglia più che in amore.

Pasco-epaton-peponta, i cinque perfetti di orao, i lunghi esercizi di solfeggio e mimica. Le lenti ci scrutano. Lichinchi fu la radice, l’etimo, la lingua. Aveva con sé tutti i frammenti e come un paziente archeologo ricuciva i nostri percorsi, le tracce di noi che ci eravamo perduti, segnati nei cocci e ci guidava nelle strette feritoie di ogni epoca, nelle gole dei fiumi al passaggio delle legioni, dei proconsoli e delle cigolanti catene di schiavi macedoni o dell’Asia Minore.

Lichinchi era fatto a modo suo con una morale sobria ed antica espressa nei giambi, nei ditirambi.

Quel vecchio Ginnasio-Liceo dai banchi tagliuzzati e sporchi. Sul legno corroso, alle stratificate macchie di inchiostro delle generazioni passate si sovrapponevano le scritte delle successive.

Il ritratto di Einaudi, il crocifisso, l’intonaco che si staccava dalle pareti, e, fuori, oltre quei grandi finestroni, immancabili il freddo, pioggia e neve.

Quando, varcata la soglia e l’impettito ed autorevole custode Marino, entrava lui, nella classe si diffondeva il sole di Corinto, di castra castrorum, gli Atridi, il De Bello Gallico.

Entrava l’estimatore di Rubrichi, il famoso grecista col quale era in corrispondenza. Entravano le coniugazioni balbuzienti, i secchi paradigmi dei verbi irregolari.

Paccus? Mimnermo, Tucidide? Lichinchi li riassumeva tutti.

Olivastro come un antico greco, sornione come Orazio, persuaso della fragilità delle cose e degli uomini, ironico sui fatti del mondo, consapevole delle irrepetibili beffe della vita, era decisamente contro le mitomanie e le autoesaltazioni.

Durante il Fascismo, infatti, nessuno era riuscito mai a fargli indossare la camicia nera, tanto in contrasto con i bianchi pepli e le tuniche della sua democrazia.

Viveva del suo mondo, quello dei greci e dei romani ed in questo era consentito l’ingresso solo ai suoi alunni. Li accompagnava nei labirinti della Polis, nelle biografie degli scrittori ove egli faceva da guida reincarnata.

Tacito, Sofocle, Plutarco, gli amici di ogni giorno.

Negli ultimi tempi, prima di morire, parlava solo in greco o in latino.

“Anche l’asino conosce il greco: se gli dici hiii!, si avvia, se gli gridi hisc!, si ferma”. “Le lingue morte bisogna renderle vive”, esclamava, sempre pronto, con lo stupore di tutti, a spiegare il mistero, la meccanica, la genesi, i significati di origine, e quelli derivati.

Spezzava le parole come i colori di una tavolozza, ne ricomponeva i frammenti per un discorso su ciascun concetto, come Platone che nel “Cratilo” dà grande importanza a questo tipo di algebra.

Il suo autore preferito era proprio Orazio e ne spiegava le satire con gusto ed abilità, medesimandosi nella filosofia e nella forte ironia di “Ibam via sacra” e ripetendone i versi quando qualcuno lo annoiava.

Beffardo e mordace contro i ricchi ed i potenti, contro le frivolezze e la civetteria delle donne. Misogino forse come Giovenale, citava sempre la satira sesta, paragonando a Messalina le signore di cui si raccontavano fatti piccanti. Costumato e sobrio, non avrebbe accettato mai alcuna moda bizzarra né i fenomeni di isterìa di massa.

“Studère, studère, post mortem quid valère” – sussurrava bonario ai giovani afflitti dagli esami, e subito aggiungeva: “sed in vita quid magnere?”. Una sorta di filosofo lucido e dal messaggio maccheronico, trapiantato nei calzari delle epoche.

Era lui che interpretava tutti i personaggi dell’antichità, pervadendoli di sé in guisa da rendere impossibile scindere la figura di Menippo dalla sua.

Il vorticoso fluire dei tempi, la rivoluzione tecnologica, la tremenda confusione dei princìpi, l’avvento delle utopie contraddittorie e sterili, la pratica degli arrivismi facili ed immorali, le violenze sulla concezione stessa della giustizia, così come egli l’aveva ereditata dagli antichi e custodita e di cui nutriva un culto profondo ed irreversibile, tutto contribuì a renderlo schivo, a farlo sentire un intruso.

Vedeva scompaginato quell’ordine cui avevano posto mano i migliori, non solo greci e latini, ed egli stesso con i suoi studi, la “sintassi di terza”, la sua fede nei valori tradizionali.

Ciò nonostante ripeteva che democrazia significa stare con due piedi in una scarpa.

Ma furono questi gli uomini-personaggio, questi gli oscuri registi che ci approntarono le scene di un mondo che finimmo per amare, per desiderare come realtà. Furono questi che ci dischiusero una idea della vita che si è invece brutalmente rivelata diversa.

Furono la compostezza dei ruderi, dei marmi, l’arcadia, i simboli-paesaggio che stabilirono in noi il primato della poesia sulla prosa, il gentile connubio degli alabastri con le eriche, i papiri, le ricette filosofiche, le mitologie, le voci di antiche civiltà, i motti: calòs-cagatòs, l’emblematico codice della memoria umana.

Lo incontrai ad Atene: stava per dileguarsi nei suoi passi da scazonte, il giambo zoppo, nel grande cimitero dell’acropoli, esperto archeologo, frequentatore d’erbe e di pietre. Era lì che mormorava il suo pas, pasa, pan e nelle sentenze “cai tode Fochiulideo”, a me che lo interrogavo, ritmava gli epiloghi: gamma-delta-eta-teta-jota-cappa-lambda-mi, e quelli dell’alfa e dell’omega.

 

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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