IO E…..QUELLA SERA DI NOVEMBRE

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teresa-lettieridi  TERESA LETTIERI

Non ho mai scritto di terremoti, mai un appunto di un ricordo o di una semplice sensazione. Nonostante io sia stata una terremotata, anzi due volte terremotata, e forse lo sono ancora. Perché il terremoto non è come il morbillo che si prende una sola volta nella vita e poi sei vaccinato; se sei fortunato, puoi non replicare, se non lo sei te lo ribecchi, e probabilmente sei comunque fortunato.  Il mio essere “double earthquake”, come direbbero gli americani, che di faglie  hanno una gran collezione,  ha tuttavia rimandato a quella parte di memoria che avevo volutamente archiviata, per evitare “amarcord”  dolorosi. Stavolta ho voluto mettermi alla prova e “sentire” cosa è rimasto di quella esperienza, forse per capire se il dolore alla fine trova una sua collocazione definitiva  o se, pur ignorandolo, è sempre lì a ricordarti che comunque ti è stata risparmiata la vita. Ho vissuto un terremoto quella sera di novembre del 1980 nella mia città, mentre rimediavo ad uno studio frettoloso dei “Promessi Sposi” temendo una interrogazione l’indomani, e un terremoto in terra irpina, forse il peggiore in assoluto, dopo che il cataclisma aveva già segnato quel posto. Mio padre è di quelle zone e in quei posti io ci trascorrevo le vacanze, dai nonni, gli zii, insomma dalla mia famiglia. La concitazione e il terrore che riempirono quei lunghi secondi, sedati inutilmente dalla calma apparente che i miei genitori ostentavano nei confronti di noi figli, impartendoci disposizioni su dove ripararci mentre il mondo ci veniva addosso, forse scomparvero completamente alla notizia che il paese di papà risultava “raso al suolo”. Queste notizie giunsero intorno alle 3 di notte in radio, mentre io e i miei fratelli più piccoli con mia madre trascorrevamo con altre famiglie quelle ore di paura nel Parco Montereale e papà aiutava con altri soccorritori i vigili del fuoco a “tirare dalle macerie  una famiglia di tre persone. Uno sguardo attonito scorsi sul viso di mio padre quando fu costretto a sostituire il pensiero di poter raggiungere il paese appena dopo il fatto e quindi ignaro degli accadimenti,  alla preoccupazione quasi eufemistica di non trovare nessuno dei suoi, cancellati improvvisamente da un “umore” della terra. Una sola cosa rimaneva da fare. Raggiungere il posto e renderci conto dell’accaduto. Mille pensieri  turbinavano nella mia mente…..raso al suolo…..cosa vuol dire…raso al suolo. A 16 anni, dopo una scossa che, almeno in prima battuta, aveva fatto crollare dei muri divisori del liceo classico di fronte al quale abitavo e che non dava ancora contezza dei danni, la frase..raso al suolo….apriva all’immaginazione le ipotesi più terribili e pure inimmaginabili. E a 16 anni mio padre decise che io dovevo stare con lui, in un viaggio che non sapevamo cosa ci avrebbe riservato. Un viaggio che alla fine e solo alla fine avrebbe svelato il “costo” di quegli interminabili secondi, cosa era rimasto di “noi”. Partimmo l’indomani accompagnati dal fratello di mia madre impiegando quasi il triplo del tempo costretti ad affrontare gli sbalzi dei ponti e viadotti segnati dall’onda sismica che continuava imperterrita a seminare angoscia. L’arrivo fu apocalittico. Una massa informe di pietre, massi, ferri contorti, pilastri piegati immersi in una foschia leggera e percettibile sulla pelle dove si posava appena fermi per indicare che la morte stava annunciando la sua presenza ad ognuno di noi. In quel pulviscolo c’erano i gemiti di chi giaceva sulle rovine della sua casa e sommessamente sapeva di non poter fare nulla, le lacrime di chi scavava a mani nude, di sangue , in cerca del suo sangue, i sospiri di chi sentiva che qualcosa lì sotto ancora si muoveva e doveva  tentare il tutto per tutto. A meno di 24 ore dal disastro, nessun soccorritore aveva raggiunto il posto e l’atmosfera era pervasa da un silenzio inconsueto. Surreale? Affatto. Realissimo, tanto reale che un tecnico del suolo ferrato non avrebbe mai potuto riprodurlo dopo infinite prove. Era il silenzio della morte e solo chi ha vissuto una esperienza del genere potrà comprendere quello che racconto. Chi conosce che odore” è”, non “ha”, ma “è” la morte? Che sembianze ha, che colore ha, che suoni ha? In queste occasioni dove la sua presenza alita sul collo di chiunque, il silenzio parla solo di questo, grida solo un dolore disperato, grida mute e sorde, di chi non ha più nulla da reclamare, da chiedere, da interrogare. Non c’è risposta per chi è rimasto a vegliare quella che era la sua casa, per chi ha perso, figli, padri, fratelli, e vaga in cerca di un qualcosa che nemmeno lui conosce. Non c’è risposta se non quella del dolore silenzioso anche per chi scava, senza sapere, solo nel suo dolore. La corsa verso la casa degli zii proseguì a piedi, tra case crollate indicate solo dal portone principale rimasto beffardamente in piedi, quasi ad segnare che lì c’era qualcuno solo qualche ora prima. Una corsa veloce ma difficile, ostacolata e terminata dinanzi la casa che mille altre volte mi aveva accolta e che in quel momento era un monumento tra tante macerie. Così il supermercato annesso, attività di famiglia, dove il pavimento era abitato da scatole, bottiglie, conserve, marmellate, saponi, mescolati in un guazzabuglio di mura letteralmente “ scoppiate”. Nessuno. Non c’era nessuno e nessuno delle poche persone rimaste sapeva dirti nulla. La tappa successiva, dai nonni, non ricordo come fu raggiunta. Li trovammo accampati, sulla scalinata della masseria, tutti presenti, tutti impegnati in racconti, quasi litanìe, cantilene sull’accaduto, forse per sdrammatizzare la paura. La casa era in piedi, come chi sta per morire ed è appeso alla speranza che non accada. La stalla in parte crollata era l’ unica a dare contezza dell’accaduto ma chiunque si sarebbe accorto che tutta  la costruzione era implosa, lasciando all’apparenza della facciata da villa toscana un equilibrio precario quanto fragile. E mio nonno che l ‘aveva costruita la guardava con la tenerezza di chi aveva perso una parte di sé sebbene ognuno di noi fosse consapevole che era rimasto lì per una combinazione di destini al contrario di molti altri. E quel caso fortuito che ci aveva concesso di ritrovarci tutti insieme si scontrava con il dolore e l ‘amarezza che scorgevo sul viso di mio zio, costruttore, ogni volta che qualcuno dei suoi concittadini ricorreva a lui per farsi aiutare con i suoi mezzi di movimento terra nel recupero di corpi ormai silenziosi o di chi ancora di sentiva gemere sotto le macerie. Lui aveva perso tutte le sue attrezzature sotto il crollo di palazzi che erano venuti giù senza esitazione seppellendo tutto. Gli vedevo indicare le mani, era l’ unica cosa che poteva offrire per salvare i bambini che piangevano sotto cumuli immensi di macerie e le cui lacrime accompagnavano le sue, inerme e impotente rispetto a quella tragedia. Andammo via mentre il giorno lasciava il posto alla seconda notte all’aperto, rischiarata dalla fotoelettriche dei primi vigili e soccorritori della protezione civile che  iniziavano ad arrivare dopo  aver attraversato altri paesi nelle medesime condizioni , dopo aver cercato sulla mappa per la prima volta quel posto senza averlo mai sentito nominare se non per il terremoto e dopo aver scoperto un’altra parte di Italia a molti sconosciuta. In questi giorni, mesi di dura prova per il Paese coinvolto pressoché quasi per intero in questo sciame sismico, che poco ha di sciame a dire il vero, credo che le ferite siano molto più ampie delle faglie che si aprono sotto terra. Credo che in quelle  ferite ci siano tutti i morti di tutti i terremoti, tutti coloro che hanno perso qualcuno nel sisma, quelli che hanno perduto la loro casa. E’ una ferita l’obelisco che ritrovo al cimitero del paese di papà che riporta i nomi di tutti quelli che quella sera furono seppelliti in un attimo senza possibilità. E’ una ferita la foto che ritrovai dopo quattro mesi dal sisma su una raccolta del Mattino che raccontava gli accadimenti di quei giorni. Era mia nonna avvolta in una coperta che guardava il deserto intorno a lei mentre un giornalista di questi che passano per le zone terremotate le chiedeva cosa facesse sulle macerie della sua casa. Vorrei rispondere io al posto di mia nonna a quel giornalista (da strapazzo) e dirgli che se avesse conosciuto il significato di “appartenenza” a sé stessi, ad un territorio, ad un Paese, una domanda del genere non avrebbe potuto porgerla , soprattutto ad una donna di ottant’anni che ha perso la sua casa. E concludo proprio con questo concetto che latita in una Italia dove ci si vende per pochi euro, dove il tornaconto personale sovrintende a qualsiasi valore morale ed etico e dove ormai nessuno (ma non voglio crederci) appartiene a nessuno e dove le ferite non saranno mai chiuse se non cominciamo a pensarci, a pensare come fare.

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1 commento

  1. Bonaventura Giovanni Tancredi il

    Ciao Teresa, quella sera ero anch’io a montereale, dopo aver assicurato Francesca alla madre… Ricordo si scavò con “furore” c’era sotto le macerie la mamma di un ragazzo che faceva da badante al sign. Giuliani, cieco: Non scappò, avrebbe fatto in tempo ad uscire da casa Ima tentò in tutti i modi di aiutare il signore e …la mattina, all’alba partimmo per il cratere… ti mando il racconto a parte ciao

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