QUELLE GIORNATE DI PRIMAVERA

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di  Gerardo  Acierno

Erano i giorni della solitudine e dell’isolamento a causa del covid-19. Vito, bibliotecario in pensione, s’era svegliato come sempre  che era ancora notte. Pioveva forte, sentiva gli spruzzi sbattere contro i vetri del balcone. Raggomitolato sotto le coperte aveva deciso di godersi il tepore del letto senza alcuna voglia di verificare l’ora. Pensava a quella strana primavera: mugolante, infida, sfuggente. La sentiva simile a certi animali selvatici che spuntavano all’improvviso davanti ai suoi passi di ragazzino, spaventandolo, quando d’estate dal paese scendeva, lungo bruciati sentieri di creta, fino al torrente dove lo attendevano i compagni del vicolo per il quotidiano bagno sotto il ponte di tavole. 

    Poco dopo, scortato in cucina da una stanchezza indicibile sbuffava indolente mentre si preparava il caffè nella moka. Nonostante il contagio dalle sue parti fosse meno feroce, Vito aveva paura.  A tutti era stato ordinato di restar chiusi in casa per contrastare la diffusione del coronavirus, cosicché zia Carmela, sua domestica da tempo immemore,  non poteva fargli visita, qui nel casale sul lago, non poteva venire ad accudirlo né a rivoltargli il letto né a sistemargli la sdraio e il tavolino per la colazione sul prato verde smeraldo. Vito era intimorito, come affermavano i virologi in tv, dalla sofferenza che questo morbo consegnava alle proprie vittime.

     Dalla finestra del bagno guardava il lago color grigio cenere, neanche un volatile e, alzando lo sguardo, sulla collina non intravedeva il paese, tenuto in ostaggio dalla nebbia. Poi la pioggia era svanita e Vito si era messo all’ascolto di un inconcepibile silenzio prima di sedere alla scrivania. Sigaretta accesa, giacca da camera e pantofole felpate aveva aperto un libro a caso: pagina 144.. una riga .. il paese era stato bruciato … e ancora una volta la realtà – in questo caso quattro parole di un racconto di Pavese – lo trascinava nel sogno, la sua memoria trasfigurava la vicenda narrata dall’altro facendola diventare cosa sua, la vestiva di cose sue, di cose del suo mondo, del suo paese, insomma della sua vita.

     Quel suo andare a ritroso, lo spingeva  ad approdare alla processione un po’ sacra e un po’ profana che si svolgeva nel paese la notte del terzo sabato di maggio, tra montagne di ginestre crepitanti, accumulate in decine di falò piazzati agli angoli più stretti e scomodi dei quattro rioni. In quelle ore di fuoco, con il fragoroso corteo bloccato dalle fiamme e dal fumo, le porte delle abitazioni si spalancavano, il fiasco del vino in bella mostra sul tavolo di casa era un invito ad entrare, dissetarsi e scambiare chiacchiere e tiritere. E poi avanti, verso la cantina del vicino e quindi nel  grottino di un’altra abitazione e ancora un’altra. Il paese, sezionato nei suoi quartieri da antichissimi e intoccabili confini, bruciava di picaresca allegria come le ginestre, lente a consumarsi, rinfocolate di continuo dai turbolenti contradaioli per costringere la processione della guglia e i suoi portatori a rimanere in zona il più a lungo possibile. Continuava a suonare la banda, sostenuta, istigata e minacciata ogni qualvolta tentava una pausa, cercava di riprendere fiato: ‘Musica!’ era l’urlo feroce, asfissiante, osannato che si levava dalla folla. Ogni angolo del paese doveva bruciare nella notte della vigilia perché nel cielo mattutino della domenica festiva inevitabilmente doveva sentirsi la puzza di bruciato: – È la tradziò! – si continuava a ripetere in paese senza pudore né vergogna ma con orgogliosa e plebea strafottenza.

       I giorni di clausura vedevano la Basilicata in fondo alla classifica dei dati sull’epidemia, aggiornati quotidianamente da giornali e televisioni. Per una volta era una classifica, questa, che non dispiaceva ai lucani. Tuttavia anche loro piangevano vite che si potevano salvare; imprecavano per scelte presenti e passate non all’altezza della situazione. La pandemia aveva dimostrato che c’era bisogno di restare uniti per farcela, per superare il difficile momento.

     A Vito mancavano gli amici. Gli mancavano le chiacchiere del Circolo, la fioritura dei platani del Corso, l’allegro strombazzare del fruttivendolo di Cerignola, l’espressino bollente servito insieme al cornetto e al sorriso della giovane cameriera al tavolo stile liberty del bar della piazza. Le sue giornate, appesantite di solitudine, di silenzio e di confusi pensieri spingevano la fiducia a scemare. Anche il sole al tramonto, durante quelle giornate, sembrava non specchiarsi più sul lago né gli suggeriva il piacevole goccio di grappa accompagnato dal profumo della sigaretta prima della notte, che sarebbe stata come al solito insonne. Vito si sentiva come il bambino di Tabucchi, “con il palloncino floscio tra le mani: gli era stata sottratta l’aria e lui non se n’era accorto.

     Poi, dopo il lungo periodo di confinamento chiamato ‘lockdown’ finalmente era arrivato il tempo di uscire, ma una nuova paura, “la sindrome della capanna”,  aveva attanagliato le persone. Giornali e tv parlavano di un milione d’italiani  – Vito non era tra loro – che facevano fatica a lasciare la casa, ora che era concesso farlo. Abituati alle comodità casalinghe, alle protezioni, ai sereni gesti domestici, o soltanto al calduccio del proprio letto, non si aveva voglia di uscire, di una gita fuori porta, di una scappatella al mare o di un arrosto nel bosco. Un milione di persone aveva paura e basta.

     Per dare sfogo ai suoi solitari pensieri e festeggiare la libertà ritrovata Vito aveva deciso di fare , l’indomani, una capatina al Circolo, per saggiare l’aria che tirava da quelle parti e quali storie  là dentro, dopo la tempesta, ora ci si poteva raccontare.

    Il giorno dopo, però, Vito aveva cambiato idea. S’era incamminato nella matassa di vicoli che erano stati il suo mondo infantile. Da tempo non lo faceva. Di solito quando lasciava la casa gialla sul lago e risaliva in paese, egli preferiva intrattenersi nel Circolo o fare quattro passi sul Corso per guardare le vetrine dei negozi oppure fermarsi a gustare gli ottimi gelati da ‘Pagnozz’.

    Nel vecchio centro storico era passato accanto a palazzotti diroccati abitati da gatti e da ombre. I portoni avevano stemmi sudici e dimenticati. Davanti alla Chiesa Madre, circondata da colorate casupole, s’era imbattuto in una vecchia signora vestita di nero e in un ragazzino sul monopattino. Saluto sfuggente, nessuna mascherina anti-contagio, né lei né il piccolo. Soltanto paura e fretta di rincasare. Una porta anonima aveva inghiottito i due lasciando Vito in compagnia del vento a scodellare le ultime gocce di rugiada da una siepe appena accennata di verde. Uomini e cose come fantasmi nel primo giorno di ritorno alla ‘diversa’ normalità. La paura sovrastava tutto e tutti. Anche il borgo, in quelle giornate di quella strana primavera, faticava a ritrovarsi.

      Eppure era stato proprio in quelle giornate dominate dalla pandemia che Vito si era sentito sempre più tentato da un dialogo con Dio, con le cose sacre, con la sua fanciullesca religiosità, ora labile e a lungo trascurata. Aveva riscoperto, tra letture e avvenimenti molto significativi trasmessi in televisione, la profondità delle parole di certi uomini di Chiesa. E per la prima volta (c’è sempre una prima volta!), l’anziano bibliotecario si era trovato d’accordo con un Cardinale. Ne aveva condiviso appieno il pensiero, lo aveva apprezzato dopo averlo fatto proprio, nello stesso giorno in cui il governo aveva dato il via libera al ritorno nelle strade, nei parchi, nei locali, nelle piazze, insomma nel giorno in cui si tornava a vivere, alla faccia della pandemia.

   Infatti stava scemando il contagio. Anche i lucani, dopo essersi confrontati con il male, dopo aver visto paesi e città trasformati in deserto e sofferto per le angoscianti immagini delle notti di Bergamo e sentito il lamento delle sirene delle ambulanze, erano stati chiamati a ripartire. Si riprendeva. La vita riaffiorava, riemergeva dalle “capanne” nelle quali si erano trasformate le case e si andava fuori. Lo aveva fatto anche Vito; in piena serenità e dopo aver letto il Corriere che riportava le parole del Cardinale di Bologna: “..il virus ci ha sfiorato e toccato tutti e tutti ora dobbiamo combattere per isolarlo e non per isolare gli altri da noi. La pandemia ci ha mostrato i punti di frattura della nostra casa comune – aveva scritto Monsignor Zuppi – Bisogna curarla. Presto e nel modo giusto. È l’idea del bene comune che noi dobbiamo ritrovare”.

    Vito aveva letto e riletto queste parole. Fino a mandarle a memoria. E forse erano cose già state dette quattro secoli prima anche dal Cardinal Federico Borromeo per la peste di Milano, quella  raccontata nei ‘Promessi sposi’ da don Lisander Manzoni. Forse. Non ricordava bene, Vito. Stava invecchiando il bibliotecario. Ma non importava. Importante era che dopo questa lettura, queste giornate  e queste sue solitarie considerazioni egli si sentisse sereno, a tal punto sereno da immaginare addirittura la notte, la sua notte, arrivare e non mettergli per niente nessuna paura.

 

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