UNA NUOVA STRATEGIA PER LA MONTAGNA

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RICCARDO ACHILLI economista

Il tema della montagna, in un territorio, quale quello lucano, per il 92% composto da montagna ed alta collina, avrebbe dovuto essere il tema dei temi nella programmazione dello sviluppo regionale, sia per le impedenze allo sviluppo che un territorio montano tipicamente possiede (difficoltà infrastrutturali e di collegamento, povertà e scarsa produttività agricola, che impedisce quel fenomeno di affrancamento parziale dalla terra in grado di innescare lo sviluppo urbano ed industriale, sismicità e fragilità idrogeologica del territorio, scarso ricambio demografico e tendenze al declino, difficoltà di erogazione dei servizi essenziali, in specie quelli di rete) sia per le opportunità, in termini ambientali, turistici, storici, di possesso di alcuni beni “unici” ed a alto valore aggiunto (come le foreste) e di potenzialità di produzione energetica, di cui pure è intessuto.

Il tema della programmazione di una politica della montagna, al di là di nobili intenzioni di qualche Assessore regionale del passato che inserì la denominazione “economia della montagna” nella sigla del suo Assessorato, non è mai decollato, in primis per il fallimento delle oramai defunte Comunità montane, ridotte, per eccessivo frazionamento, scarse competenze di gestione del territorio, vaghezza delle attribuzioni, ad enti assistenziali di mera gestione contabile ed amministrativa della forestazione.

Poi è intervenuta la programmazione delle Aree Interne, parte del ciclo 2014-2020, oserei dire parte illuminata della mente di un Fabrizio Barca che non voleva condannare lo sviluppo del Sud alla inevitabile polarizzazione di risorse economiche e popolazione sulle aree forti urbane, di fondovalle o costiere, ma garantirne la propagazione capillare. Tuttavia, la nobile intenzione è rimasta ostaggio di programmazioni farlocche, se non inesistenti, comunque intervenute con grandi ritardi, e difficoltà attuative della componente infrastrutturale della strategia.

Eppure tali difficoltà non ci devono autorizzare ad abbandonare l’idea di mettere a valore lo sviluppo della montagna. Sarebbe come rinunciare integralmente allo sviluppo della Basilicata. Nel Giornale delle Fondazioni (2018) ci si pone espressamente il tema di far diventare la Montagna cuore dello sviluppo. L’obiettivo, come sostiene Caterina Seia, è quello di scoprire un’altra Italia, “che partecipa alle sorti comuni del Paese, ma soffre di più, sta provando a riorganizzarsi, a ripopolarsi grazie a giovani e immigrati, a inventare nuove imprenditorialità, a esprimere nuova consapevolezza ecologica”. Vi si legge una quantità notevole di casi di studio, ubicati nelle Alpi ma anche nell’Appennino, e di proposte di policy. Si tratta, di fronte alla crisi ambientale generata dalle grandi concentrazioni metropolitane ed ala conclamata crisi economica e di identità delle aree “periurbane”, le periferie intermedie fra città e aperta campagna, di riconfigurare, per usare la terminologia di Rossi Doria, il rapporto fra polpa e osso del territorio.

Attenzione: non si cada nella visione illusoria del “non c’è niente da fare”. Spiega Antonio De Rossi che è in tto, in forma spontaneistica, soprattutto nelle aree montane del centro nord, una “riconfigurazione delle geografie fisiche e culturali del Paese (che) trova riscontro in diversi indizi, ancora pulviscolari e frammentari ma diffusi e evidenti: fenomeni di reinsediamento a macchia di leopardo, nuovi montanari, inedite forme di turismo, agricoltura e sviluppo locale, arrivo di stranieri. Ma anche e soprattutto sperimentazioni di pratiche, dalla riattivazione e rigenerazione dei luoghi a base culturale fino alle cooperative di comunità che elaborano forme altre e autorganizzate di welfare”. Si tratta, ovviamente, di non lasciare tali fenomeni allo spontaneismo, che può indurre a processi squilibrati, creando, oltre che una divaricazione fra polpa ed osso, anche una fra osso ed osso, se non addirittura a forme di speculazione. Si tratta di governare tali fenomeni.

La sfida principale, prosegue De Rossi, a mio avviso anche criticando implicitamente la Strategia Aree Interne, è quella di creare nella montagna una nuova cultura, non semplicemente capitalizzare la cultura esistente formata dalle preesistenze storiche, ma creare nuove forme abitative, nuove relazioni sociali, ovviamente in grado di pescare dalla tradizione, ma che non si limitino alla tradizione stessa, o ad una semplice “riverniciata” di superficie dei valori simbolici tradizionali, ad uso e consumo del turista, ma che siano realmente nuove, oltre che identitarie. In questo, evidentemente, la costruzione di nuove infrastrutture e servizi essenziali per i borghi interni e montani, come da Strategia Aree Interne, è un elemento fondamentale, ma non sufficiente, perché non si ferma lo spopolamento soltanto garantendo l’apertura dell’asilo nido o dell’ufficio postale, e neanche con l’apertura del museo locale degli usi e delle tradizioni o con la promozione della sagra tradizionale dei prodotti locali o con i sentieri tematici.

Lo spopolamento si ferma rendendo attrattiva l’idea di abitare quel territorio, facendo venire a vivere lì gli abitanti di periferie e zone periurbane sempre più “difficili” ed anonime, creando valori per i quali, in un certo senso, “valga la pena vivere”, il che implica, certo, la fornitura dei servizi essenziali (per i quali, lo dico en passant, bisogna smetterla con l’autarchia dei singoli Comuni e passare alle Unioni intercomunali, con bacini di utenza idonei), ma non solo: una nuova qualità abitativa, moderna ed insieme antica, confortevole come l’abitazione di città e identitaria come lo chalet alpino,  la capacità di creare forme di welfare comunitario e relazionale e soprattutto la capacità di creare lavoro, iniziative imprenditoriali in loco, tramite lo sviluppo di start-up promosse dai nuovi residenti, ma sostenute nel tempo dalle amministrazioni locali e dal credito cooperativo, basate su produzioni tipiche, non sostituibili con quelle industriali o di serie. Alcuni casi di successo: quello di Ostana, piccolo centro delle Alpi piemontesi che, negli anni ottanta, scese fino a soli 6 abitanti, ovviamente tutti molto anziani. Un paese morto, ed invece, grazie alla progettualità dell’amministrazione locale, ha recuperato con criteri architettonici moderni ed attraenti i vecchi immobili abbandonati, ha creato scuole di design, persino di politica, nuovi servizi, nuove occasioni di lavoro tramite l’agriturismo, al recupero delle tradizioni artigianali che ha consentito la creazione di una filiera corta della fabbricazione di mobili ed oggetti artigianali in legno dalle foreste locali, spesso unici, ad incentivi anche economici per le giovani coppie intenzionate a trasferirsi. Oggi Ostana ha circa 50 abitanti stabili e qualche centinaio di pendolari ivi residenti, quasi tutti giovani fra i 20 ed i 40 anni a medio-alto livello di reddito.

Certo, sarebbe facile obiettare che le Alpi piemontesi, con la loro vicinanza fisica a centri urbani come Torino o Cuneo sono una cosa ben diversa dall’Appennino lucano, fisicamente lontano da qualsiasi centro urbano significativo, posto che una attrazione di popolazione dal salernitano è possibile solo per il Cilento, e viceversa la collina materana appare molto lontana dal polo metropolitano barese. Si tratta, però, di mettersi d’accordo sugli obiettivi da raggiungere: più che sull’attrazione di popolazione fresca, sul trattenimento di quella attuale, più che sul rinnovamento demografico, sul sostegno a livelli di natalità sufficienti quantomeno a garantire numeri stabili, decongestionando comunque, seppur per piccoli numeri, le periferie dei due capoluoghi che, pur nel piccolo numero di abitanti, accusano gli stessi problemi di abitabilità delle aree periurbane più grandi.

 

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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