QUESTA REGIONE NON E’ PERDUTA

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FEDERICO VALICENTI

 

E’ bello, oltre che buono, partecipare alle iniziative che promuovono l’approccio alla lettura, dei treni di libri, di vagoni che camminano su rotaie invitando a leggere, di carrozze che si trasformano in biblioteche viaggianti. E’ bello perché l’invito al libro è il viaggio, che sia onirico o reale, che sia lungo o corto, che sia grande o piccolo, non importa, l’importante è che faccia viaggiare. I più maliziosi dei lucani staranno pensando: ” allora noi saremo destinati alla non lettura, a non diventare viaggiatori sulle parole scritte da altri, a non avere suggestioni emozionali”  e perché mai? Direbbe l’altro lucano più scaltro, perché non abbiamo ferrovie. Comoda scusa per non farsi coinvolgere dalla lettura. Ma risulta vero se si pensa al treno solo in senso strutturale. Ma il treno può essere anche una metafora narrata dove tanti vagoni, le nostre diversità, si legano l’uno all’altro e iniziano un percorso comune. Mi piace trovare nei libri le suggestioni del cibo, da Manuel Vàzquez Montalbàn, al primo Montalbano, a Maigret, a Yashimoto, alla Allende, e tanti altri scrittori del cibo che con i loro momenti a tavola sono spesso centrali all’interno della narrazione. Siamo un popolo tosto, resistente, il nostro punto di forza vero è l’accoglienza, che è una cosa difficile da spiegare se non la si sperimenta direttamente. E l’iniziativa dei giovani è impressionante, ho visto start-up incredibili, di cui non sapevo l’esistenza, che mi hanno impressionato per la vivacità, l’intelligenza dei progetti proposti. Questa cosa deve far riflettere sul fatto che questa regione non è affatto perduta, il fatto è che tutti questi singoli, o questi gruppi di persone, dovrebbero parlare più tra di loro, fare rete, non essere isolati. Questo consentirebbe di lavorare tutti insieme, portando una nuova idea del territorio e delle sue prospettive, uscendo da una visione localistica delle iniziative. Più sai, più conosci, più sarai libero, non è una questione solo di economia, ma di cultura. Questi e solo questo sono i dettami con cui a casa mia sono cresciuti tre figli, ed io e mia moglie con loro.  Se non studi oggi, domani sarai schiavo. Negli anni ‘50 e ‘60 il sud è stato saccheggiato, negli anni ’70 e ’80 gli è stato imposto un modello culturale che non gli appartiene, e ora si vedono i risultati. Ma se si sveglia il Sud, so cazzi! E io questa frase, questa cosa qui, l’ho sentita dire la prima volta venti anni fa a Vinitaly, a Verona, nell’opulento veneto, da produttori vitivinicoli del settentrione. Guarda la Puglia, che dopo essere crollata più volte ed anche miseramente, ora ha capito che deve investire sui prodotti e le economie locali, i vini, il turismo culturale, il cibo, l’olio, il territorio. La Campania uguale, ha capito che solo riprendendosi la propria cultura, riappropriandosi della sua storia sarebbe rinata. In Basilicata, che è anche scarsamente popolata, questa visione è ancora molto lontana. C’è un controllo sociale, politico quasi capillare, si sa sempre quello che succede, il controllo delle iniziative è stringente. “Divide et impera” è stato un atteggiamento vincente, approfittare delle debolezze strutturali, per così dire, ha fatto sì che i vari gruppi non solo non parlassero tra loro, ma spesso finissero uno contro l’altro. E questa è la vittoria di quel controllo sociale, dove non si sono costruite ferrovie per poter evitare che i vagoni si unissero uno dietro l’altro e incominciassero a viaggiare su binari paralleli ed uguali agli altri. In Basilicata la cultura è sospesa, di quel sospeso che è drammatico. Il Lazio ha sempre parlato col mondo, perché c’è Roma. E oggi abbiamo una nuova possibilità di rinforzare e ampliare questa “conversazione”, gli immigrati non vengono a prendere da noi qualcosa, ma portano la loro esperienza. Se la Basilicata non fosse stata un crocevia di culture, un luogo dove storicamente sono passati tutti nelle migrazioni da Oriente a Occidente e viceversa, lasciando tracce incredibili, noi non avremmo ad esempio il peperone crusco.  Gli arabi conquistarono la Spagna nel 711 d.C. e stettero li fino al 1492 e dopo iniziarono a portare i prodotti dal nuovo continente, tra cui lo “zafarano” peperone, che ha una struttura molecolare unica, diversa da tutti gli altri peperoni. Appeso ad essiccare al sole di Senise si disidrata completamente, e questo fa in modo che il picciolo non si stacchi dal frutto, a differenza di un peperone astigiano o di cornetto napoletano. Disidratandosi diviene gommoso, non commestibile, allora il lucano lo frigge in olio caldo e diventa come le chips, croccante. E non è da tutti saperlo cucinare. Ma questa ricetta non è araba, il crusco non è una ricetta antica, e questo perché fino ai primi del ‘900 l’olio non si usava per friggere, se non nelle friggitorie per strada, perché era un prodotto prezioso. Nelle case si usava la sugna, lo strutto che ha un punto di fumo molto basso e non frigge. Se si cucinano le patate nella sugna infatti non diventano croccanti. Ma non si può non friggere questo peperone, quindi mi sono chiesto come e da dove potesse essere nata questa tradizione. Mi sono messo dietro alle transumanze. Ho scoperto che durante queste migrazioni stagionali i pastori si portavano dietro i peperoni secchi, e li cuocevano prendendoli per il picciolo e li facevano roteare sulla fiamma, in questo modo il peperone si inturgidisce e diventa una spezie e poi frantumato con le mani serve per condire carni, salame. Vitamina C. Io ho provato a cucinarlo nel forno, ma non è la stessa cosa di quello fritto, che è più buono…forse fa male ma di sicuro è di un bene prezioso, quasi quanto lo zafferano!

FEDERICO VALICENTI  -CIBOSOFO

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa
Online dal 22 Gennaio 2016
Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall’agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line ” talenti lucani”, una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell’opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.


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