Dallo scandalo petrolifero bisogna uscire con la verità giudiziaria ma anche con una consapevolezza dei problemi che bisogna affrontare per evitarne il ripetersi. Per la prima c’è da aspettare, per la seconda bisogna attrezzarsi con tutta urgenza. Il Governo regionale deve ripiegarsi nell’analisi delle problematiche che sono emerse e deve andare in Consiglio con un piano articolato valido per l’immediato e soprattutto per il medio e lungo termine. Primo tra i problemi, l’enorme asimmetria tra chi tiene i soldi e chi non li tiene, tra la multinazionali e una regione che non è la Lombardia, che non ha una economia forte e che per far quadrare i conti ha bisogno sempre, come diceva mio nonno, di novantanove soldi per fare una lira. Però qualcosa si può fare, pur in queste condizioni generali. Ed è il vero potenziamento delle strutture pubbliche, che non è fatto di numeri o di generici titoli di studio, ma di professionalità forti, capaci di reggere l’urto di un contraddittorio con l’utente o il richiedente. Lo spettacolo di una grande industria che se ne viene con i migliori scienziati e di un Dipartimento che si presenta con una dirigente che accetta di andare allo sbaraglio senza un minimo di supporto consulenziale, è la fotografia di questa palese dismetria, tra la volontà della politica e l’impossibilità di applicarla davvero. Se la Magistratura se la prende con la dirigenza, ci dovrà essere un motivo, ma chi conosce la macchina regionale sa che di rilevante c’è l’inadeguatezza di alcuni uffici, lasciati soli ad arrangiarsi, con dirigenti pronti a vedere le pagliuzze e a ignorare le travi, abilissimi sempre nel girarsi di spalle nei momenti di difficoltà, quando occorre che qualcuno si faccia trovare con il cerino acceso. La voglia di cambiare, se mai avrà modo di affermarsi tra un’emergenza e un’altra, deve mettere a fuoco la pubblica amministrazione, introducendo competenze, professionalità, e poi moralità e nuove opportunità per tutti. Se guardiamo alle nomine nelle Aziende e negli enti subregionali, c’è da constatare che la musica non è cambiata ed i suonatori sono sempre gli stessi. Non c’è cosa più pericolosa degli uomini della continuità, quelli che hanno detto sì ai leader precedenti e che continueranno a dire si a quelli che verranno. Come la Repubblica è rimasta fregata dai burocrati continuatori del fascismo, così le rivoluzioni si imbrigliano nell’affidarsi a persone di cui già gli altri si sono fidati e che si barcamenano tra il vecchio ed il nuovo dicendo un po’ si a tutti. Lo spoils system americano è fatto in maniera che chi governa si prende tutto: il nostro invece è una forma arrangiata secondo cui chi governa non ha il coraggio di cambiare tutto e si riaffida a persone che sanno dove mettere mano. E non è un caso che le migliori performance stanno arrivando da chi è stato investito per la prima volta di responsabilità dirigenziali alte, a dimostrazione che cambiare fa bene e che è più accettabile il rischio di un flop che quello di una continuità di metodi e mezzi del passato. Molti politici si accontentano di dirigenti che ubbidiscono ed invece dovrebbero trovare quelli che non lo fanno quando sono convinti che la cosa non va fatta. E poi diciamolo francamente: ma siamo proprio sicuri che la politica di una totale e garantita meritocrazia non sia pagante in una terra piena di cervelli, di competenze alte, di ricercatori, di tecnici provata professionalità ? Arricchire quelle competenze, aprire gli incarichi, acciuffare cervelli ed idee, fare entrare l’aria fresca di una nuova moralità, prendere le persone che sono capaci di guardare lontano e di portare valore aggiunto all’ amministrazione, questa sarebbe lo spartito di una rivoluzione dai suoni percettipibili, che farebbe uscire la gente rinchiusa in casa per guardare da vicino la primavera della modernità.
IN COPERTINA
Richel Carson, studiosa ed esperta di scienze ambientali, che denunciò l’uso indiscriminato di DDT e di altri pesticidi nel suo libro “Silent Spring”,