RENZI, ITALIA VIVA E ALTRI SEGRETI DI PULCINELLA

0

L’autoproclamato Macron italiano punta al 10%. Alla Leopolda di quest’anno parte Italia Viva, il nuovo partito di Matteo Renzi che aspira a erodere i voti di Forza Italia. E che sogna ancora un centrosinistra senza Di Maio. Lo attende un brusco risveglio?

Italia Viva nasce con i colori di Instagram. E all’insegna della parità di genere, rispettata sia negli interventi sia in tutte le cariche interne. Ma, al di là della forma, il partito di Renzi si proclama schiettamente liberale. La rottura coi socialisti europei è nettissima. Il modello è dichiaratamente Macron. E spazio per collaborazioni permanenti col Movimento 5 stelle non ce n’è.

Getta finalmente la maschera l’ex sindaco di Firenze. La corrente renziana ripudia ogni legame con il PD, accusandolo di fuoco amico. Il messaggio è quello di sempre: nuovismo in varie salse, contrapposizione netta con gli avversari storici, accento sull’innovazione e sul femminismo senza una particolare critica sociale. Da oggi Renzi non è più, neanche sulla carta, “socialista”: è uno schietto liberale, che ribadisce la bontà delle sue ricette politiche ed economiche (nonostante tutto).

Che voglia presidiare questo spazio è chiarissimo. Lo si evince dalle parole dolci riservate a Berlusconi, l’ultimo alfiere del centrodestra liberale (distrutto dal sovranista Salvini). Lo si evince dal corteggiamento alla Carfagna esplicitato dalla Boschi in persona (che conferma sussurri di mesi e mesi). Lo si evince dall’iperbolica asticella fissata per le prossime elezioni: il 10%.

Il paragone con Macron è del tutto improprio. Il Presidente francese banchettò al momento giusto col PS in grave crisi. Il PD italiano tossisce ma non perde sangue.

L’asticella del 10% sembra invece molto più alla portata del Rottamatore. Lo suggerisce l’aritmetica, contando il bacino potenziale di +Europa, Forza Italia, Cambiamo! (di Toti) e il 4% a cui è accreditata Italia Viva nei sondaggi. Ma è una salita difficile da scalare.

Anzitutto Renzi dispone di una macchina meno potente del previsto. Parte dell’originale corrente renziana è rimasta nel PD: pensiamo a Lotti, Guerini, Delrio. Dietro di loro esistono strutture sul territorio che forse simpatizzano per Renzi. Ma che gli immobilizzano e obliterano pacchetti di voti, lasciandoli all’interno del Nazareno.

In secondo luogo Renzi ha scelto una strategia aggressiva (come al solito) per imporsi al centro. E cioè prosciugare i pozzi liberali. Svuotare i voti di +Europa e Forza Italia. Questi due partiti stanno attraversando un momento di grave crisi, e l’obiettivo di Renzi è strattonarli.

Ma il Cavaliere è un osso duro. Gran parte della catena di voti che mediava in passato è scivolata da Salvini. Ma in attesa che la Lega si trasformi da partito di destra a partito di centrodestra, difficilmente si riuscirà a schiodare Berlusconi dalla coalizione conservatrice. E forse a maggior ragione il suo pezzo rimanente di elettorato, lo zoccolo duro che gli è rimasto, si sposterà con maggiore difficoltà a sinistra verso Renzi.

Se l’ex sindaco vuole intestarsi la qualifica di riferimento del mondo imprenditoriale può farlo. Ma le catene elettorali dei grandi imprenditori devono “vedere cammello”. Che con Salvini e il centrodestra pare, in verità, assai più tangibile del PD a nuovo corso zingarettiano. E il voto d’opinione mediato da Silvio sembra oscillare verso la Meloni. Non certo verso la Bonino.

Quanto a +Europa, dopo una serie di sfortunati eventi anche il partito europeista sembra al capolinea. La Bonino perde pezzi (tra cui Tabacco e, soprattutto, Fusacchia alla Camera). Ha già subito un fortissimo contraccolpo con l’entrata in pista di Renzi (passando da oltre il 3 a meno del 2%). Il copione che recita da anni prevede, come prossima mossa, la candidatura nelle liste renziane. Andrà così? Intanto, sembra tramontare anche il progetto di Calenda. E chissà che l’ex ministro non faccia da pontiere tra i nuovi radicali e i renziani.

Il vero ostacolo a questa operazione è il nuovo bipolarismo ideologico che sta nascendo in queste settimane. Se PD e M5S si saldano assieme, Renzi è condannato a giocare come Ala destra del centrosinistra. E di un centrosinistra il cui baricentro è destinato ad ancorarsi su posizioni più laburiste. Con tanti saluti all’amore eterno tra Rignano e Confindustria.

Conscio di questa prospettiva, Berlusconi tiene a galla Forza Italia. Una gamba liberale al centrodestra può sempre servire ed è di certo lo stesso ragionamento che in molti si fanno sia nel partito sia nella coalizione. Lega e Fratelli d’Italia hanno subito con insofferenza il terzo incomodo. Ma la mina Berlusconi rimane sempre accesa e i suoi elettori restano affezionati al lato destro del Rubicone. Se il centrosinistra si rifonderà attorno all’asse giallorosso, Arcore è pronta a intercettare qualche voto d’opinione. E ora che Toti non c’è più, non è detto che attorno alla Carfagna non si possa organizzare un lido attrattivo per voti in fuga.

Renzi deve contrattaccare e rifiuta qualsiasi alleanza strutturale col Movimento 5 stelle. Chiama i pentastellati “sovranisti” (termine che forse si presta più per la Lega ormai) e sostanzialmente chiede al PD l’impossibile: rompere l’unica alleanza che ha i conti per vincere. Può giocarsi la carta perché ha un sponda interna al Nazareno: i compagni di merende di cui sopra, rimasti placidamente negli organi e nelle cariche interne dem. Ma gli riuscirà? O gli servirà solo a provocare qualche altra slavina di dirigenti verso di sé?

Far uscire il PD fuori da questo schema è fondamentale per attaccare i pacchetti di voti industriali e imprenditoriali che mantiene Salvini. Cioè gli ex voti berlusconiani che si sono convertiti per interesse alla nuova fede salviniana.

In poche parole, il piano di Renzi è spezzare il governo giallo-rosso in favore di un’alleanza tra PD e la sua creatura con sguardo puntato ai “moderati di centrodestra”. Questo polo di centro macroniano, in cui il PD sarebbe relegato a fare la sinistra cosmetica (o i DS ubriachi), dovrebbe essere in grado di convincere le filiere settentrionali che votavano Berlusconi prima e Salvini ora a votarsi al nuovo Renzi. Che schiettamente sta in tutti i modi parlando a loro.

Ora, una manovra del genere è tanto ambiziosa da raggiungere un calibro onirico. Il Partito democratico sta finalmente recuperando ricette e prospettive politiche socialdemocratiche, cioè un’identità consona al suo preteso posizionamento politico (il centrosinistra). Incidentalmente queste proposte sono in linea con le prospettive storiche del Movimento 5 stelle, che ormai non sembra nemmeno più capace di recuperare i voti confluiti a destra su Salvini. E spezzare l’unica coalizione aritmeticamente capace di vincere qualcosa sembra davvero una pretesa eccessiva perché il Nazareno possa permettersi di accoglierla su due piedi.

Quand’anche il peso degli ex renziani ancora nel PD fosse così forte da indurre a questa decisione, il risultato sarebbe ancora lungi dal realizzarsi. Renzi dovrebbe svuotare Salvini, che invece può spendere la carta Berlusconi come caparra a garanzia degli interessi di chi lo vota ora. Il che già indebolisce le speranza di Rignano sull’Arno di raggiungere il fantomatico 10%.

Infine, Renzi avrebbe bisogno di una leva fondamentale per fare appello con successo all’elettorato “moderato”: trasformare il centrodestra in una di quelle alleanze populiste che spaventa i settori benestanti della società. Per riuscirci, oltre alla scomparsa di Zio Silvio, sarebbe utile come l’ossigeno un revival dell’alleanza tra Salvini e Di Maio.

Ma lo schema gialloverde ha già dimostrato di non funzionare alla prova pratica. Incarna una contrapposizione netta e forte tra interessi economici: quelli dell’industria settentrionale, che chiede di aumentare i profitti a scapito di tasse e servizi, e quelli della disoccupazione meridionale, che ha bisogno come l’acqua di investimenti e reddito (da lavoro).

È più verosimile invece che i pentastellati corrano da soli, o viceversa sfruttino l’occasione per drenare voti al PD e alla sinistra tutti dediti all’ennesima operazione suicida.

Questa scissione di Renzi è assai ambiziosa. L’ex sindaco conta di farla in barba a molte persone. Non è detto che fallisca. Ma c’è un particolare che forse gli sfugge: sta costruendo un intero partito sulla sua figura, o perlomeno sulle proposte politiche che lui e la sua comunità hanno sempre impersonato e portato avanti.

Ma Renzi e il renzismo non hanno un grande appeal da cinque anni a questa parte. E se un’altra scissione, più promettente, più consistente, in una fase più favorevole, andava molto meglio di Italia Viva nei sondaggi e poi ha mietuto un misero 3% nelle urne… Viene difficile ben sperare per i vivisti.

Anche perché c’erano due deputate del centrosinistra, perfette per il progetto renziani, che stavano fuori dal PD e potevano tesserarsi a Italia Viva. La centrista Lorenzin e la femminista Boldrini. E invece niente: si sono appena tesserate al Partito democratico…

Condividi

Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E. In passato ho scritto anche per ItalianWheels, per Onda Lucana e per Leukòs.

Lascia un Commento