Ricordando Elisa Claps: la responsabilità collettiva

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articolo di Teri Volini

 

 

Nella prima settimana del primo mese del 2001 – a cavallo della festa dell’Epifania – i cittadini di Potenza si ritrovarono di fronte ad un’inusuale  presenza: un  cumulo di piscòn‘, grandi massi trasportati  e sistemati con l’aiuto di camion e gru  nella piazza Mario Pagano, cuore della cittadina lucana. Grande fu lo sconcerto dei frequentatori della pedonale via Pretoria, molti dei quali –  dediti all’abituale  struscio  e – in quel  periodo dell’anno – allo sfoggio dei nuovi capi di abbigliamento frutto delle feste ancora in corso –   non gradirono che quel guizzo finale di clima natalizio fosse disturbato da un “ammasso di macerie”, come venne da alcuni definito.

L’Opera era il “Documento di pietra”,  una  scultura sociale che prevedeva il coinvolgimento della cittadinanza per un’azione di autoscoscienza collettiva, e  mostrava  sotto i grandi massi, un lungo, lucente nastro purpureo: la forza della vita,  l’energia vitale, impietosamente schiacciata dalle pesanti pietre, in quel caso rappresentanti la  durezza d’animo della maggior parte dell’umanità, giunta al punto di ignorare qualsiasi cosa non   compresa  nei  ristretti ambiti dell’interesse personale o al massimo della propria cerchia d’interesse, familiare o sociale.

Non osando apertamente contestare l’opera, che  aveva il sostegno   istituzionale, e  non trovando valide motivazioni per farlo,  venne attivata una tattica alternativa: sminuirla  con l’evitamento,  minimizzarla con il silenzio; distruggere tramite  l’“ignoramento” il “Documento di pietra“, l’impegnativa  Installazione  che  veniva a realizzarsi  simbolicamente  proprio all’inizio del terzo millennio. Nonostante la sua “ingombrante” presenza, l’Opera  venne dunque  inesorabimente ignorata anche a livello mediatico, specie televisivo, così che  il suo  significato e il suo intento comunicativo non ebbero   la possibilità di essere compresi, anzi ne vennero    impediti e  travisati.
Tranne le persone più sensibili e  quelle mosse da quella  sana curiosità che spinge a capire ciò che non si conosce, molti passarono davanti al Documento di Pietra come se non esistesse.

Invece di  sprofondare  nella delusione e nell’astio, mi feci attenta osservatrice di quanto accadeva, arrivando alla conclusione  che   proprio quella reazione disturbata fino al limite della negazione  e dell’offesa  era la prova che l’Opera aveva colto nel segno, realizzando il suo intento: veniva  respinta proprio perché aveva  toccato un punto dolente; il significato del cumulo di pietre era stato  percepito  nel profondo, al di là della  mente cosciente. Era stato colto perfettamente il suo  severo messaggio,  su cui riflettere e da cui partire per riconsiderare  pensieri, azioni,  abitudini e scadimenti  dell’umana natura.

Il feroce coraggio della verità

La maggior parte della gente –  pur senza volerlo ammettere ed anzi rigettando l’opera che  glielo sottolineava –  aveva   compreso  ciò  che in genere  risulta troppo penoso e difficile da accettare e affrontare: la cattiva coscienza che alberga in ognuno di noi, la mancanza di quel feroce coraggio che ci spinge a cercare e riconoscere il “negativo” per potercene poi liberare, come si fa con una malattia. E in realtà il principale intento del Documento di pietra era  di contribuire al risveglio della consapevolezza, manifestando, con quella montagna di massi tutta la durezza di cui l’animo umano sembra non accorgersi;  di evidenziare quella modalità che  rende normale qualunque cosa, anche la più orrenda,  fino a non vederla nemmeno. L’Opera voleva tentare di stanare quella sorta di assopimento,  quell’apatia verso quanto accade intorno a noi, e che ci rende  indifferenti alle problematiche più vicine e a quelle più lontane, nell’ immensa sofferenza del mondo. In tutti i luoghi del pianeta  sono diffuse tali attitudini;  i piccoli centri se ne  credono  immuni, ma non è così.

Siamo tutti interconnessi

La montagna di pietre nel centro storico ancora illuminato a festa, che ricopriva e schiacciava quel  nastro di seta rossa, se  osservato con  il cuore e con mente aperta, mostrava tutta la gravità degli atteggiamenti con cui  umiliamo e distruggiamo l’energia stessa della vita e le migliori qualità degli umani:  il rispetto, la compassione, la fratellanza, il coraggio, la generosità, il rinnovamento,  la gioia ..
Il Documento di pietra voleva ricordare  la necessità di non fossilizzarsi in una sola prospettiva, e di essere disponibili ad attivare un cambiamento, a  ripristinare nuovi valori basati sulla  giustezza del pensiero e dell’ agire. Voleva soprattutto sottolineare la  responsabilità di ognuno di noi  in tutto ciò che accade, e quanto   l’insensibilità,  l’ipocrisia, l’omissione equivalgano ad una precisa complicità con gli autori  di ogni delitto.
DOC PIETRA in Basilicata http://www.terivolini.it/html/performances17.htm

 A cento passi

E intanto, senza che nessuno lo sapesse (?), a cento passi dalla piazza della Prefettura, mentre i passanti – seccati, irridenti o sdegnati-  mettevano bende sugli occhi per non vedere  i massi che  li rispecchiavano nella loro  parte oscura e tappi alle orecchie   per non sentire lo stordente messaggio che la pietra tentava di comunicare; a cento passi da essa  giaceva il  corpo di Elisa Claps. Privato della sua vita giovane  già da 8 anni, abbandonato nel sottotetto di uno dei  principali luoghi di culto della città, nascosto nella  Chiesa della Trinità,  esso è rimasto in tutto questo tempo nel centro stesso del capoluogo di regione,  avvolto in  una fitta,  impenetrabile rete di coperture e misteri,  nonostante le strazianti quanto dignitose  richieste  fatte dalla famiglia affinché  si  rompesse il  silenzio da parte di chi poteva fornire informazioni. 

Diciassette lunghissimi anni: durante i quali noi abbiamo goduto del tiepido sole,  gustato il cibo, potuto conoscere  nuovi luoghi e nuove persone, amato, sofferto, creato,  insomma  vissuto la nostra vita;  diciassette anni, oggi per tutta la cittadinanza improvvisamente  dilatati, divenuti a-temporali,  di certo  eterni  per la madre della ragazza, cui non era dato neanche di sapere se piangere  come morta la sua  quasi-bambina scomparsa. 

Ciò che accadde in quei tragici giorni, dopo il diciassette marzo, giorno del ritrovamento dei resti del corpo fisico di Elisa, e  lo stesso reiterato, scomposto  susseguirsi di rinvenimenti,  dichiarazioni,  ritrattazioni, seguite e provocate dalla massa d’acqua/lacrime  che ha dato inizio alla “ricerca della verità”- semmai sarà possibile giungervi – non fa che confermare quella necessità  che il Documento  di pietra  suggeriva  senza parole: di accettare che siamo tutti  “collegati”, e che con il nostro comportamento ci influenziamo reciprocamente; che siamo quindi tutti responsabili di ciò che avviene  nel corpo sociale,  se non direttamente implicati in un delitto commesso da uno dei suoi membri,  lo siamo indirettamente in ogni nostra omissione,  nel  non sentire  il  bisogno di sincerità  al posto dell’ipocrisia, nel non attivare   improrogabilmente   una diversa, rinnovata  coscienza, nel non nutrire la nostra fame di giustizia e nel non colmare la sete di verità   che – sole – possono  farci  crescere ed evitare il perpetuarsi di  orribili  vicende  e di altri più o meno tragici, più o meno locali, più o meno conosciuti eventi, ed  il concretizzarsi  di simili grandi dispiaceri personali e collettivi.

Non potrebbero farlo

Non entro nel merito dei ” poteri” che si ipotizza abbiano potuto stendere   la loro longa manus su  tutto quanto è accaduto in questa e in altre occasioni, qui o altrove, ed anche nella normale gestione della  quotidianità.  So soltanto che non potrebbero farlo se ognuno di noi, come libera persona e come cittadino cosciente, rifiutasse di aderire in principio a quelle modalità; se  trovasse il coraggio di respingerle, ammettendo  anche pubblicamente la presenza dei problemi proprio per poterli risolvere, invece di giustificarli  per non fare “brutta figura“; se  riflettesse nel profondo, parlasse  chiaro, e  divenisse  esempio di  pensieri puliti e azioni  positive;  se coltivasse verità,  integrità,  coraggio,  senso della giustizia e franchezza invece di crogiolarsi nella palude dell’ ipocrisia e del qualunquismo:  invece di  “normalizzare” qualsiasi cosa, anche l’orrore, cadendo preda di quell’assordante  silenzio  che apparenta troppo alle società feudali e alle mafie di ogni tempo.  Potremmo enormemente arricchire la nostra vita  comprendendo il potere che dà il fare in ogni occasione “la cosa giusta”.

THE SOCIAL SCULPTURE – La (S)cultura Sociale di Teri Volini –   https://issuu.com/terivolini/docs/the__social_sculpture_e_book_agg_to

 

 

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Sull' Autore

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Pittora, incisora, performer land artista, designer, ricercatrice, poeta, portatrice di memoria, linguista, conferenziera... ha esposto dagli anni '80 le magiche suggestioni de La Montagna Stregata – ispirata alle piccole dolomiti lucane di cui è originaria – seguita da diversi cicli di Opere pittoriche, presenti in oltre 90 mostre personali in sedi regionali, nazionali ed estere, come Potenza, Milano, Zurigo, Winterthur, Nizza, New York, Arles en Provence, Canterbury... con notevoli riscontri di critica e pubblico, ed in numerose collettive, con pubblicazioni, premi e riconoscimenti. Tramite i diversi linguaggi espressivi - pittura, scultura, poesia, installazioni, performances, azioni simboliche, video, manifesti d’artista, ricerche, conferenze, articoli, incontri mirati con le giovani generazioni e la società civile - l'Artista biofila si fa promotrice di un nuovo rispetto per il pianeta, percepito non come un oggetto da dominare e sfruttare, ma come Terra Madre, generatrice e nutrice di tutti i viventi. Presidente del Centro d’Arte e Cultura Delta di Potenza, ha al suo attivo un sito web e un blog, due raccolte poetiche, una trentina di ebook, pubblicazioni su diverse testate a livello regionale e nazionale, la collaborazione in free lance con La Grande Lucania, Il Lucano, Il Capricorno, Talenti Lucani, Valori... Canta nella donna il valore femminile originario, sottolineandone sacralità, bellezza e magia nell’esuberante creatività e nella corrispondente ciclicità con la Natura: l'una e l'altra essendo portatrici e nutrici di vita. Preconizza un tempo in cui l'arte e la vita siano coincidenti ed in cui sia possibile riconquistare l'incanto gioioso di fronte alla bellezza e al mistero della vita sulla terra.

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