
Vincenzo Mori*
Ho letto Viaggio con la madre, l’ultimo romanzo del professor Santoro e ho fatto come sempre all’autore tanto di cappello. Un po’ mi intimorisce parlare della sua produzione artistica perché per me sarà sempre il Maestro che ha allevato alla poesia e alla bellezza generazioni di studenti e che ha tenuto a battesimo i miei primi versi e forse di questo si sarà abbondantemente pentito. Questo suo ultimo romanzo non può non evocare il primo, Concerto di memorie, dell’ 89, che lessi avidamente, del quale rappresenta a mio avviso una sorta di completamento emozionale. Protagonista è la madre il cui ricordo fuoriesce intatto dalla penna dell’autore. E alla mestizia di averla perduta si accompagna il desiderio di farla rivivere nella scrittura, fin nelle pieghe più recondite e, parlandole, di riuscire a colmare il non detto e trovare la chiave di segreti taciuti. Conoscendo anche umanamente l’autore, non mi sorprende che egli conservi della figura materna un ricordo così vivo. Il viaggio, quell’ultimo viaggio, è triste senza dubbio. Mario accompagna la madre, dimessa dall’ospedale romano, a morire sotto il proprio tetto e lungo il percorso le rivolge premure e parole affettuose. La madre, silenziosa, ne è avvolta come in un sudario e nelle parole del figlio c’è la gratitudine per la vita esemplare che ha condotto e per gli insegnamenti che ha trasmesso. A dire il vero sono due i percorsi che viaggiano paralleli. Il primo lo fa l’ambulanza con il suo carico di sofferenza e a ogni sobbalzo il figlio sembra dirle – Non temere, mamma, ti porto a casa – Il secondo è quello che l’autore ripercorre a ritroso nella storia della sua famiglia. A suscitare l’onda dei ricordi è ovviamente quel viso ancora luminoso, nonostante la morte incomba su di lei. I capitoli, in genere brevi e serrati, compongono un viaggio negli affetti che ha come guida la madre, confermando che è lei la voce di quella casa dei ferrovieri, è lei l’anima di quella famiglia. L’ambulanza che trasporta quel corpo stremato, vegliato dal figlio vivo e dolente, sembra proteggerli come un involucro di metallo e li avvicina come mai era accaduto. Su tutto aleggia un sentimento nuovo, di tenerezza, che madre e figlio hanno sempre taciuto. Andando avanti nella lettura, la presenza della madre diventa sempre più vibrante tanto che ad un certo punto, pur sapendo che è morta da tempo, essa si materializza agli occhi del figlio come una presenza reale. Mi riferisco ad alcune pagine del finale del romanzo, che vi invito a leggere o a rileggere, e che mi hanno indubbiamente colpito. Questo dialogo con la madre scomparsa ha del surreale e si respira un’atmosfera inquietante e quasi carica di suspence. Sembrano le scene di un film di Hitchcock nel quale la macchina da presa segue i passi dell’uomo che sale le scale di quella casa abbandonata. Quel luogo amato evoca nostalgie che attraversano i sensi del protagonista con i sapori e gli odori della cucina che una volta ristagnavano lungo le scale. Continuando ancora questa sequenza, il figlio, come in trance, oltrepassa una porta. Ed ecco la visione della madre che è in piedi, di spalle, intenta ai fornelli con tutta la sua corporeità, che anche dall’altro mondo, non rinuncia al suo ruolo di nutrice. Quello tra la madre morta e il giovane uomo è un dialogo impossibile ma la sua narrazione è tanto verosimile da sembrare un dialogo tra vivi. Si parlano a lungo e ancora una volta, come fu per tutta la vita, essi si scoprono uniti da un legame speciale ma come per un sortilegio, non osano toccarsi, perché i fantasmi non si toccano e né si baciano. Ancora una volta riemerge una colpa sommersa ed essi sfiorano il mistero di una vecchia ferita ormai chiusa. Ancora una volta, in nome dell’amore che li unisce, essi si assolvono reciprocamente da colpe che non hanno. E mentre il dialogo continua, proprio come un colpo di scena in un film avvincente, all’improvviso cade sul lettore un macigno, una confessione straziante, una invocazione alla morte che per fortuna la vita nel suo svolgimento ha ampiamente rinnegato e smentito. Il figlio comprende e sa quanto è costato alla madre pronunciare quelle parole terribili. Comprende il pentimento di sua madre per aver scagliato quell’anatema contronatura. E la consola. E lo fa con la finezza dei sentimenti che gli è propria. Ma finalmente su ogni tormento, su tutti i pensieri contrastanti rifulge l’immagine della madre, luminosa più che mai, che espone orgogliosa suo figlio agli occhi del mondo. Volendo cimentarmi con un’analisi più generale dello stile di Mario Santoro a me sembra che in questo romanzo egli utilizzi una scrittura limpida, piana e regolare, che non ammette sobbalzi, se non quelli dell’ambulanza che trasporta il corpo della madre. E questa scelta fa pensare che lo scrittore voglia erigersi a cronista neutrale, a storiografo degli affetti, apparentemente non coinvolto nel tumulto dei sentimenti. Ho ritrovato concetti simili nelle parole di Daniele Giancane, professore di Letteratura per l’infanzia presso l’Università di Bari. Egli, nella sua prefazione a Concerto di memorie si esprime così: “ La soluzione dell’Autore certamente ha a che fare con una forma di pudore, che diviene metodologia del distacco da sè: raccontare senza raccontarsi – pur parlando di sè – […]. Narrare senza farsi troppo coinvolgere dal flusso emotivo dei ricordi…”. In effetti Mario, sia nella vita che nei suoi scritti, sembra fare del pudore e della riservatezza un tratto distintivo, una sua prerogativa. E questo sentimento non raffredda le emozioni anzi le amplifica e il lettore consapevole sa riconoscerle. Diciamo quindi che le emozioni convivono con il pudore nella scrittura di Mario alla quale infonde un tratto di compostezza e di eleganza. Ma tornando ancora al testo scopriamo che l’autore assembla i ricordi come se fossero i mattoni di un edificio, che poi è la grande casa della memoria personale e collettiva, e questo lavoro di recupero della memoria non indulge né al vittimismo e né al rimpianto di una lucanità perduta come tanta letteratura nostrana. Vi troviamo invece la bella narrazione e il gusto del racconto. E seguendo questa traccia, affiora dai ricordi la madre giovane, affacciata alla finestra, simile a un angelo vigile che insegue con lo sguardo il figlio che si allontana. Emerge la generosa accoglienza che la madre fa al povero che bussa alla sua porta come un Cristo in incognito e che invece scandalizza le bigotte comari del vicinato. Poi il figlio ricorda la devozione della madre a un Dio insondabile e onnipresente, mai messo in discussione. E non ci sorprende che la mano materna, sicura e decisa, abbia saputo educare i figli con la dolce violenza in uso a quei tempi, In ultimo a me torna in mente l’immagine dei pretini del Seminario, di quei giovinetti inutilmente maltrattati e di quella crudeltà senza motivo, con buona pace della misericordia di Gesù Cristo. Ma oltre al monumento di affetto che Mario erige a sua madre, regina della casa e delle virtù domestiche, nel romanzo scopriamo una successione di personaggi e di luoghi dell’anima, una galleria di presenze amiche, di sorprendenti bozzetti che suscitano il sorriso. Come nelle pagine che parlano della zia Furbona o dell’incauto zio Rocco con le sue redini, delle gite ai santuari e della fede vacillante del padre che quasi litiga con un confessore insolente. A me sembra che il professor Santoro, dopo averci mostrato, se mai ce ne fosse stato bisogno, la stoffa del romanziere, veste i panni di studioso dei fenomeni sociali che pure gli appartengono, e che, nello snodarsi della storia, vada collezionando una raccolta di gesti antichi e di consuetudini sulle quali sta per calare l’oblio. Con questo romanzo, usando il racconto della sua famiglia come fil rouge, egli ripercorre un sentiero che definirei antropologico, descrivendo una umanità modesta, solidale, moralmente integra. Possiamo quindi dire che il romanzo di Mario Santoro è anche un commovente come eravamo descritto attraverso i rituali di una comunità inesorabilmente proiettata verso una nuova era, dove un mondo sta scomparendo e un altro è pronto a sostituirlo con le sue incognite e le sue inquietudini. Ed è bello ascoltare la voce dell’autore che parla con affetto e con sottile ironia dell’attaccamento della madre alle tradizioni. Nonostante l’avanzare del progresso, sembra proprio di vederli quei pomodori messi in bottiglia e poi bolliti, le ‘nserte di peperoni cruschi oggi famosi nel mondo e le provviste di conserve di ogni tipo. Su tutto grandeggia il rito del pane, quel sacro alimento cotto nel forno a legna e che non va mai sprecato. Mentre nella cucina di casa si erge già, come un totem minaccioso, quella scatola di metallo percorsa da vibrazioni, il frigorifero, simbolo tangibile del benessere conquistato. Tutto questo concorre a dipingere l’affresco di un’epoca non lontana, divorata in fretta dalle comodità e dalla smemoratezza del consumismo, che l’autore fissa in queste pagine in maniera indelebile. Ma c’è dell’altro in queste pagine. C’è l’infanzia e la giovinezza di Mario che egli ci regala con affetto, forse con nostalgia.
*SCRITTORE, POETA