Di Mario Santoro
Ritrovo tra le mie carte il volume di Gianfranco Blasi dal titolo ‘e io plano’, terza edizione anno 2004 con note introduttive di Gerardo Messina e di Antonio Savino risalenti probabilmente alla prima edizione, con il significativo disegno in copertina e varie altre illustrazioni a cura di Maria Ditaranto, con dotti eserghi di Nikolaj Berdjaev e Manlio Rossi Doria. Come accade spesso, a causa della forza di trascinamento di un verso, pescato quasi per caso, torno a rileggere le poesie che suscitano sempre nuove emozioni e mi viene spontaneo felicitarmi con l’autore che si dichiara, a giusta causa e pur nella difficoltà di rintracciare le ragioni che inducono a scrivere un libro di poesie, “felice di averle scritte”. Decisamente non gli si può dare torto sia per la capacità implicita di vincere la cosiddetta innata ritrosia, sia per il coraggio di mettersi a nudo dinanzi al lettore, sia ancora per la varietà dei riferimenti e la profondità dei sentimenti, sia, infine, per la levità della scrittura, in talune situazioni, e per una linea di candore che aleggia nelle poesie e impiacevolisce il lettore che si lascia catturare.
Il tono resta sempre in sintonia col titolo del volume, leggero e, per così dire, palpabile, a tratti si fa dimesso senza mai alimentare il senso della resa, piano e gentile nel suo consegnarsi agli altri, come pronto a frangersi senza fragore o a tricerarsi, un po’ per celia on po’ seriamente, dietro un velo delicato di ironia e di autoironia, su una sorta di linea gozzaniana, e sempre capace di mantenersi almeno ad un palmo da terra, in una sorta di equilibrio, solo apparentemente precario e volutamente fragile. Concordo pienamente con Gerardo Messina che dichiara: “Ho ritrovato, dentro le espressioni ora felici, ora in punta di piedi, ora in versi, ora in prosa offerte in queste ‘poesie’, i sentimenti profondi che abitano nel cuore dell’uomo”. E i versi sembrano adeguarsi al tono privilegiando una scrittura che tende alla verticalizzazione, allo scivolamento della parole, che a tratti rotolano con dolcezza e delicatezza, si fanno suono, o ‘dolce romore’ palazzeschiano, capace di accarezzare e ninnare con l’ausilio della musica, ‘il sax in sottofondo’ per usare un’espressione cara ad Antonio Savino. Si creano così atmosfere gradevoli, morbide, come vellutate e brevi, anche quando il verso accenna a tentare la rapida impennata, la frantumazione improvvisa o il volo ampio e disteso, quasi volo di Icaro senza senza i dardi inclementi del sole a sciogliere la cera. Questa condizione di gradevolezza e di magia si mantiene inalterata in tutte le sei sezioni che marcano una condizione tematico argomentativa con rimandi spazio-temporali e con sempre il tentativo di valicare orizzonti sempre già lontani ed ampi e il desiderio di coniugare materialità e spiritualità all’insegna di una poesia che, appunto perché tale, tende sempre a andare oltre. Si principia con la luce fisico-spirituale che domina la prima sezione con immagini vivide e con sempre la ricerca della partecipazione dell’anima e la tensione verso l’alto fino all’appagamento:
Mi fermo per adorarti
in te annullo il mio potere,
assaporando l’alba
per ricomnciare.
La poesia tende alla preghiera e si presta alla contemplazione della luna di ‘Una notte umbra’ e non solo, nel chiarore che deflora la notte e si fa ‘ luce tracciante’ , ossia illuminazione:
Sei dentro
l’anima mia
luce tracciante
a segnare la via
che ci congiunge,
come stelle cadenti
desideri mai detti,
utopie dolcissime
come l’aria
stanotte.
Ed è proprio l’incanto che appaga l’anima, almeno sul momento, a spingere il poeta alla riflessione fino alla meditazione insistita sulla Croce atta a salvare l’umanità. Ne consegue un verseggiare che necessariamente tende a dispiegarsi come rettilinea e dunque ad un poetare prosastico prima di riprendere a farsi rapida e impressiva ma sempre profonda, problematica, sostanzialmente sincera. Proprio la sincerità, che è linea conduttrice, sicuro filo d’Arianna nel ginepraio dell’esistenza, risulta fungere da comune denominatore, nel suo porsi con leggerezza pensosa, con direttività ed immediatezza, e nell’affidarsi, qualche volta ad un semplice dato, ad un flash.
Il poeta si avventura in percorsi che riguardano la terra e sembra fare propria la lezione di Manlio Rossi Doria nel suggerimento in esergo alla seconda sezione: “Importante è dare il bando spietatamente ad ogni nostalgia, ad ogni illusione di poter tornare al passato”. E così nel racconto della Lucania, della terra, dei paesi abbarbicati sulle colline, delle montagne, dei boschi non risuona il pianto facile e abusato di lunghi decenni del secondo Novecento pur nella concretezza dei riferimenti:
Sento gi odori
forti
dell’erba e dei fiori
selvatici
ripercorrendo
la strada
dopo Rifreddo.
E successivamente, la dichiarazione decisa e convinta della discontinuità con certi elementi del passato in una sorta di maturata consapevolezza, risulta chiara e nella evidenza di nuove siuazioni.
E cosi può scrivere:
Sud Mediterraneo
profumo di rosmarino
fra gli aranceti,
le spiagge bianche,
la spuma del mare
e giovani di un’altra generazione.
La consapevolezza è totale che consente non solo di affermare che
Cristo va
oltre Eboli
ma anche di affermare che
Né nero
né disperato
è il Sud
il nostro
ora ci appartiene.
Finalmente, verrebbe da aggiungere, dopo il pianto o meglio la piagnoneria, il franamento, i dirupi, i paesini franati, gli sconquassi, la lamentazione, senza una vera denuncia di un destino ingrato e crudele. Si comprende bene, quindi, il salto di qualità e chiaro risulta il senso di appartenenza ad una regione che perde il dato dell’astoricità e una legittima nell’autore una punta di orgoglio. Ed è quasi naturale della terza sezione il passaggio ad una poesia intimistica, sciolta nella versificazione, immediata, con parole dettate direttamente dal cuore, quasi senza filtri e senza falsi pudori:
Quanti progetti
idee
quante canzoni cantate
quanti incontri
cercati,
quanta voglia di te.
E’ dunque presente il rimando continuo al tempo dei sogni, delle promesse, delle illusioni, dei ponti sul futuro, con o senza campate. Ed è anche il tempo delle dediche. Vale per ‘Anna’, per l’amore per lei, nel lieve sussurro che contrasta quasi la voglia di gridarlo ai quattro venti:
Se dicessi che ti amo
si spegnerebbe
la voglia di gridarlo…
Vale per il bene nei confronti dei figli, per Francesco nel suo correre via come una gazzella, per Gianmarco, ‘linea che chiude /il cerchio della felicità’, per Martina che è ‘effervescenza di cuore’ e ‘tenerezza di abbracci’, vale per altre figure e per molte situazioni che il ricordo propone improvvisamente e con segnali minimi ma efficaci, oppure gradualmente e con profondità di emozione che invano l’autore vorrebbe tenere a bada. E sono proprio le emozioni che dominano la sezione ‘Per l’amore, per le emozioni’, e che fanno sì che la poesia elevi il suo tono, si alleggerisca, puntando ad una sorta di impalpabilità. Ma si fa anche evanescenza e tende alla purezza rendendo, per ammissione diretta, le notti ‘lunghe e serene’ e dunque godibili; altrove si fa dialogante e conversativa con la ripetizione insistita e testarda della aspitazione alla libertà intesa in senso lato e come dono da conservare ‘usque ad’. Ed è la libertà nel bisogno di fissarla perché non sfugga, di sentire il profumo, di individuarla e di sceglierla tra tante suggestioni e tentazioni e di continuare a cercarla nella indomita volontà di possederla anche quando sembra eclissarsi. Insomma è libertà che sola può spingere il poeta ‘oltre frontiera’ e può consentirgli la serena pace della sera, senza tumulti e fragori nel cuore e senza gli allettamenti inevitabili delle finte sirene. Siamo alla quinta tappa di un primo cabotaggio con lo scontro che la realtà cruda impone, con le finzioni, le presunzioni, certe vuotaggini velate di perbenismo e di insignificante cortesia e lo scontro tra mondi che tendono vieppiù alla divaricazione tra gli uomini di potere, per i quali tutto sembra facile e comodo, e quelli che non riescono a sbarcare il lunario e indietro a tutti
gli altri uomini soli:
bisogni perduti,
ferite che si aprono,
il lavoro che si è perso,
che si spera, che si chiede…
Per tutti e soprattutto per gli ultimi vale l’invito del poeta, che resta sempre inguaribile saggio romantico ad essere
Costruttori di sentimento
liberi di passare la frontiera
sono gli uomini veri,
che impugnano la vita…
E la vita, indipendentemente dalle contraddizioni implicite, dalle avversità, dal sempre presente ‘Male di vivere’ tipico del Novecento, va sempre vissuta tentando di ergersi al di sopra della ‘mediocritas’. E’ quello che fa Gianfranco Blasi come afferma nel passaggio di chiusura del volume che richiama il titolo ‘…e io plano’ con tanto di consapevolezza e di saggezza, con proposito di fare sempre meglio o, come si dice, sul serio ma senza prendersi troppo sul serio, e dunque seguendo anche una linea di disincanto, con velo delicato dell’ironia bonaria ma non per questo meno efficace, con la dichiarazione autentica dei sentimenti, degli affetti, dei valori.
E con il poeta dovremmo forse tutti ripetere ‘…e io plano’.