ROSA PAGLIARULO IN COCCOVACE, ATTRICE DI TIATRO

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La Signora Rosa fin da ragazza aveva un sogno, voleva recitare. Le cose della vita a volte sono complicate assai: il matrimonio, i figli, il marito nu poco troppo giluso, avevano rinchiuso la povera signora in una morsa asfittica di pranzetti da cucinare, casa da rassettare, calzini da rammendare, letti, mobili da spolverare, piatti, feste comandate che non gli avevano dato tregua. Qualche volta, la sera, con occhio sospiroso, guardava alla televisione i protagonisti del suo sogno ed era l’unico momento in cui la famiglia tutta, ivi compreso quellu scucciante d’o marito, si piegava senza condizioni ai desiderata della Signora Rosa, non osando sfidarla sull’unica cosa che, messa in discussione, era in grado di scatenare le ire della donna che, rare erano rare, ma dalla potenza devastante di un uragano tropicale. Il sogno della Signora Rosa, come già detto, era il teatro, passava ore con sguardo fisso e sognante a seguire ogni parola, ogni mossa, ogni espressione di Pupella Maggio mentre recitava il “Natale in Casa Cupiello” che immancabilmente la televisione passava in occasione delle feste di Natale; il video registratore poi aveva amplificato le possibilità di replica, sicché la dolce signora Rosa era usa, oramai ogni mattina, di eseguire le faccende di casa col sottofondo dei capolavori di Eduardo, ora era Filumena Marturano, ora Rosa Priore, ora Concetta Cupiello. Passava la mattinata recitando le litanie come un rosario. Ma era un sogno, Rosa Pagliarulo in Coccovace sapeva bene che il marito, il cavaliere Aristide Coccovace mai avrebbe permesso che la sua Signora calcasse le tavole del palcoscenico, foss’anche solo della compagnia amatoriale della Parrocchia. – E già! Mo ce mettimme in mostra! Vire se stasera haja fa succedere a’ disturbata!– Con questa risposta il Cavaliere aveva definitivamente chiuso la discussione quando la povera signora Rosa aveva provato a saggiare il terreno per un eventuale sua partecipazione alla suddetta compagnia parrocchiale. Da allora l’argomento era stato chiuso, fino al 23 maggio del 1994. Voi vi domanderete che cosa è successo in questa data? Vengo e mi spiego. Il 23 maggio 1993, a seguito di una indigestione di purpetielli e di cozze, il Cavaliere era stato stroncato da un coccolone definitivo, che lo aveva trasformato da protagonista di capotavola a spettatore in bianco e nero di una mesta foto ricordo appesa in sala da pranzo. Dopo il comprensibile momento di dolore e scoramento per la dipartita del Cavaliere, passati i primi sei mesi di lutto stretto, una consapevolezza si era andata facendo strada piano piano nella testa della Signora Rosa: i figli sono sposati, il marito non c’era più, i suoi doveri si erano di molto ridotti e, soprattutto nel menage giornaliero, non c’era più nessuno a dirle cosa fare e cosa no. L’idea vagava nella sua mente come una farfalla distratta, oggi si poggiava sul lobo frontale, domani sulla corteccia sinistra, inafferrabile e leggera le solleticava la voglia di vivere e le faceva riaffiorare lentamente desideri sopiti. Dato oramai per definitivamente abbandonato il suo pensierino su Peppino il guardaporte che da giovane aveva un fisico scultoreo e a cui non di rado si era ispirata nei momenti passione col compianto Cavaliere Cuccovace, un altro pensiero cominciò a riemergere prepotentemente: il teatro! La Signora Angela Lo Russo, insegnante con un passato da attrice in una compagnia amatoriale universitaria, teneva le fila della compagnia teatrale parrocchiale. Sorridente, accogliente, simpatica, aveva allargato il suo viso in un sorriso allegro quando la vedova Coccovace aveva espresso timidamente il suo desiderio convocandola senza alcun tentennamento per il prossimo giovedì pomeriggio. –Rosa, non vi preoccupate, che c’è di male, anzi è giusto che vi svagate un boco, e poi il teatro cura, lenisce, aiuta a metabolizzare le cose della vita. Se non fosse per il teatro io a mio marito Peppino, queddu disgraziate! Mooh! Da mo ca l’avesse accise! Mhè svelto svelto Rosa, qua sta la domanda di iscrizione, ecco, brava, do’ sta il modulo dell’assicurazione, m’adda da’ duemila lire per il fondo della compagnia, che qua Don Nicola, u’ parroco, nun caccia nu cendesimo. Bhè, ci vediamo giovedì, cara, così facciamo l’audizione per vedere un po’.- Nei momenti di relax la cadenza scandita della dizione italiana calava rapidamente verso una parlata che palesava l’origine pugliese della Signora Lo Russo che, precisamente, era originaria di Bari. Rosa tutta contenta si organizzò al meglio ripassò i brani che aveva ripetuto mille e mille volte seguendo la televisione e il giovedì si presentò, un po’ emozionata e pronta per l’audizione. – Benvenuta Cara, benvenuta, carissimi ecco qui Rosa Coccovace che, da oggi si unirà a noi, mi raccomando cerchiamo di farla sentire bene, lo scopo del nostro piccolo gruppo è quello di passare delle belle giornate, di stare bene insieme e di coltivare la più nobile ed incredibile delle arti dell’uomo, il teatro. Il teatro ci fa liberi, solo a teatro potete essere chiunque vogliate, l’unico limite è la vostra capacità di calarvi nel personaggio. Il teatro! Come diceva il Grande Eduardo, la suprema verità nella suprema finzione!– Terminato questo pistolotto ispirato Angela Lo Russo chiamò al suo fianco il marito Peppino Foriante che, con aria rassegnata, si dispose a eseguire i compiti preventivamente preparati, a casa, per Lui dalla moglie Angela. –Allora signori, Angela ha pensato che per la Pasqua prossima è arrivato il momento di preparare la famosa Filumena Marturano del grande Eduardo, adesso uno per uno leggeremo dei brani, e via via Angela sceglierà, – occhiata di fuoco della Lo Russo- ehm , volevo dire, insieme sceglieremo come assegnare i ruoli. Rosa si fece avanti temeraria – La so, la so, è la mia opera preferita, la guardo sempre, Posso fare Filumena?– Un sorriso compassionevole si aprì nel viso di Angela, mentre tutti gli altri per un attimo trattennero il respiro aspettando l’esplosione di improperi che, normalmente, sarebbe seguita ad una richiesta avanzata da uno solo di loro, ma Rosa era appena arrivata e fu perdonata per questo. –Rosa, mia cara, non dubito che tu abbia visto innumerevoli volte il grande Eduardo in televisione, ma tu non hai mai calcato le scene, forse dovresti lasciare a chi ha più esperienza il compito di scegliere cosa è meglio, non ti sembra? Rosa sorrise accondiscendente, anche se qualcosa a livello degli strati più ancestrali del cervello le fece percepire un rumore strano, come il sentore di un digrignare di denti, come vetri appuntiti in bocca, nelle parole della Capo Compagnia, si disse: – Ha ragione, dopo tutto non mi ha mai sentito e forse io non sono capace, mo gli faccio sentire qualcosa e poi sarà Lei a scegliere. Recitò tutta la parte del monologo sui figli, sui bassi soffocati da ‘o calore, aiutata dal ragioner D’Amore che, con il copione in mano leggeva le battute. Miracolosamente non sbagliò una virgola, a memoria replicò ogni battuta, ogni mossa ogni pausa che aveva visto e rivisto fare a Pupella Maggio in televisione, una replicante perfetta che, se in una compagnia professionale avrebbe forse sortito critiche proprio per questo motivo, tra i componenti di una compagnia amatoriale fece colpo. -Bravissima-, sussurrò il professor Meloni, docente di applicazioni tecniche in pensione, –che brava-, si lasciò sfuggire il ragioner D’Amore, –perfetta-, disse la signora D’ambruoso commerciante di stoffe e di bottoni. –Non male-, disse la Lorusso, –penso che abbiamo trovato la nostra Diana, per cominciare mi pare che vada più che bene. Non siete d’accordo?- E lanciò un’occhiata da leone a tutti i presenti che quasi arretrarono a semicerchio, annuendo ritmicamente con la testa e balbettando un ritmico – Si, si, si si si si !- Fu così che cominciò il calvario teatrale di Rosa Coccovace, fatto di piccoli dispetti, rimproveri severi per un’inflessione, per una mossa, ogni piccola occasione era utile per l’operazione sistematica di demolizione che la Lo Russo aveva deciso di intraprendere sulla nuova arrivata. –E chi si crede di essere questa qui? Mo s’ambarate a memoria due o tre battute è arrivata la grande attrice! Ma Pe’ piascere, adda disce grazie ca la so fatte inizià a sta con noi, per compassione e nient’altro. Mo è arrivata, voglio fare questo, voglio fare quello!….Ma vire ce te ne vaje va! – Insomma l’aria non era buona, una escalation di interruzioni, piccoli rimproveri, dispetti che erano tutti volti a mettere Rosa in difficoltà e attivare quelle dinamiche di gruppo che sempre si avviano quando un debole, tra deboli, è fatto segno di ostilità da uno forte. I deboli si adeguano, non si indignano mai, seguono passivamente il forte per paura o ignavia. Quasi sempre. Rosa Coccovace era bravina, appassionata, gentile e, diciamocelo francamente, ancora procace e il signor Luigi Moccagatta, ex sottufficiale dell’esercito, ancora anelava. Aveva cominciato a corteggiarla sommessamente, un occhiata di solidarietà, una stretta di mano un attimo più tenuta, qualche languido sguardo dalle quinte del teatrino parrocchiale e, inevitabilmente, il contrasto tra la sua indole docile che lo aveva reso compatibile con la conduzione “virile” della capo Compagnia, e il senso di ingiustizia per il trattamento comminato a Rosa, oggetto del suo amore, aveva cominciato ad emergere. Ma come Dio volle la preparazione andò avanti, Rosa si piegò alle indicazioni della Lorusso che, riassicuratasi di godere del potere assoluto cominciò anche ad addolcirsi, convinta di aver domato anche la nuova venuta. E arrivò il momento della prima. Sarà stata la paura, il calo dei freni inibitori che tutti ci prende di fronte al pericolo, Moccagatta si fece avanti e, nelle quinte, credendo di non essere visto abbracciò la Coccovace e la baciò. Fu un turbine di passione, per pochi attimi fu un turbinio di baci, carezze, lamenti, deboli vaghe proteste, – Ma no, che fate…, io sono fresca vedova….. Don Luigi vi prego. Ma la Rosa ci stava eccome, da dietro una tenda Angela osservava irritata pensando “Sta Zoccola!”. Tremiti, farfalle nello stomaco, un senso di secchezza nella bocca, il vuoto assoluto nella mente sono il compendio di ciascun debuttante all’impatto della sua platea e quando poi la platea è fatta di conoscenti, amici e parenti l’effetto è anche peggiore per la consapevolezza che una cattiva figura non verrà cancellata come la performance scadente di un attore cane ma ricordata e tirata fuori ad ogni occasione, ogni sorriso sarà canzonatorio, ogni occhiata sarà di scherno, nei secoli dei secoli si tramanderà la figura di merda tra le cose divertenti di famiglia. Inoltre c’era il comprensibile turbamento psicologico per quanto successo con Moccagatta, quel languore caldo che le risaliva dal ventre, per tanto tempo dimenticato, che solo Peppino il guardaporte le aveva dato in epoche passate. La tensione era palpabile, la confusione mentale assai, successe l’inevitabile! Teatro pieno, gremito di amici, conoscenti, parrocchiani tutti venuti per vedere in azione la compagnia parrocchiale, scena tra Diana e Filumena Marturano, con ovviamente Diana interpretata da Rosa e Filumena da Angela Lorusso ben consapevole del turbamento che attraversava Rosa e incazzata per quello che Lei viveva come un attentato alla riuscita della rappresentazione. –Sorte de zoccola! Mo proprio aveva fa le porcherie cu quell’aldro scemo di Moccagatta!- Rosa Coccovace avrebbe dovuto dire: Folla, folla in farmacia. Rosalia, preparatemi un bagno. Oh, le rose rosse…! Grazie, Domenico. Che profumino: ho un po’ di appetito. Ho trovato la canfora e l’adrenalina. Ossigeno niente. Pensavo: se… mio Dio, non vorrei dirla la parola, ma ormai… se muore stanotte, domattina parto di buon’ora. Ho trovato un posto nella macchina di una mia amica. Qui darei piu fastidio che altro. A Bologna, invece, ho certe cosette da fare, tanti affarucci da mettere a posto. Tornerò fra dieci giorni. Verrò a vedervi, Domenico. E… come sta? …Sempre in agonia? …È venuto il prete? Nel marasma più totale Rosa Coccovace invece disse: ROSA ……………………….Folla, folla, ehhhhhh, mmmmm, spe- speriamo che muore,…..ehhhh….. E’ E come sta? Sempre a bagno Maria? Angela la guardava con uno sguardo da iena, sussurrando a denti stretti – l’avevo detto! Cagna!– e, andando in battuta perfettamente, Il preto è venute……e confromme ha visto che stavo in agonizzazione… Lèvate ‘o càmmese!…… Lèvate’o càmmese! Poi, saltando completamente tutta la parte successiva e le battute di Rosalia, fu addosso a Rosa gridando indiavolata …e le schifezze… …le purcarie… davanti a una che sta murenno, cagna dilettante… pecché tu sapive che io stavo murenno… ‘e vaie a ffa’ ‘a casa ‘e sòreta! Andatevene con i piedi vostri e truvàteve n’ata casa, no chesta. Assestando, in luogo dei prescritti – misurati colpetti con l’indice della mano destra teso sul mento di Diana, dei sonori ceffoni senza risparmio. Dopo un iniziale avvilimento Rosa posò lo sguardo sulla platea e davanti agli sghignazzi divertiti del pubblico di amici e parenti le cadde la benda. L’arciprete finì in ospedale con un braccio rotto, a Moccagatta fu rotto il setto nasale e la dentiera e man mano che ci si avvicinava all’epicentro della lite, i colpi e le ferite divennero più epici, si contarono 15 ricoverati, e diversi contusi, alla fine della “rappresentazione” le due fiere erano ancora al centro del palcoscenico, ferite, ma ancora in piedi. Lo show fu interrotto dal brigadiere Cocco con un colpo di pistola sparato in aria. Il giornale del mattino titolò a tutta pagina: EPICA RAPPRESENTAZIONE TEATRALE IERI SERA AL TEATRO DELLA PARROCCHIA DI SANTA RITA. Finita male ieri sera la rappresentazione della celebre opera di Eduardo De Filippo – Filumena Marturano- al teatro della parrocchia, in scena un litigio tra due attrici della compagnia amatoriale ha esitato feriti e contusi, il pubblico delle file più lontane, quello non coinvolto nella rissa, ha molto apprezzato, le richieste di bis sono state numerosissime anche se sono andate deluse stante la traduzione in caserma delle due protagoniste e in ospedale di molte comparse. Come si dice, comunque è stato un successone. Purtroppo non sono annunciate repliche. Peccato. Dopo il grande successo Rosa e Moccagatta misero su una piccola compagnia per conto loro.
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Sull' Autore

Giampiero D'Ecclesiis

Giampiero D'Ecclesiis (Miles Algo) è un geologo. Forse anche per questo riesce ad amare la profondità dei luoghi e della terra. Poeta e scrittore pubblica i suoi racconti e le sue poesie in anteprima sulla pagina Facebook e sul suo blog. Nel 2008 presenta un libro di sue poesie dal titolo “Fantasmi Riflessi” cui segue, nel 2009, il suo primo lavoro narrativo “Vota Antonio, Viaggio semiserio in una campagna elettorale del 2009” (Arduino Sacco Editore). Nel 2012 per la collana “Scritture in metamorfosi” curata dall’Associazione culturale LucaniArt, pubblica una silloge di poesie dal titolo “Graffi nell’anima”. Con il suo racconto “150° Unità d’Italia – 20 luglio 1915, Isonzo” vince il primo premio della sezione Narrativa adulti del 1° Concorso letterario Nazionale “Premio Carolina D'Araio” e, sempre nella stessa occasione, con la poesia “Salendo al paese” il terzo premio della sezione Poesia adulti. Pubblica “Due avventure di Giovacchino Zaccana viaggiatore” in una raccolta di racconti editi dalla casa editrice Pagine nella collana “Nuovi autori contemporanei”. Nel 2014 pubblica il libro “Ipnotiche oscillazioni ed altre storie” Edizioni Universosud cui segue, nel 2015 sempre con la Casa Editrice UniversoSud, il libro di racconti “Giovacchino Zaccana – Appunti disordinati di viaggio”. Collabora con giornali e con riviste on line pubblicando poesie, brevi racconti e riflessioni di natura sociale e culturale. Ha un rapporto critico con il mondo che lo circonda. E’ curioso, irriverente. Odia ed ama la politica. Preferisce quella di prossimità. E’ capace di animare eventi complessi quando la letteratura, la musica, il teatro e la poesia possono restituire una occasione anche ai luoghi che vive. Così ha fatto rendendosi ‘testimonial’ del bisogno di spazi verdi fruibili nella sua amata Potenza, di luoghi da sottrarre all’amianto, all’incuria e all’abbandono.

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