Da queste parti si fa un gran da fare a cercare di stimolare un dibattito costruttivo. Da queste parti si prova a sollecitare, al tempo stesso, opinioni comuni e decisioni di vertice, cercando di inquadrare la realtà che ci circonda con un occhio analitico ma senza perdere di vista una certa visione globale. Fatto sta che, se i nostri sforzi (e di tutti coloro che provano a dire la propria), portati avanti al solo scopo di offrire il punto di vista dei cittadini per la costruzione di una comunità migliore, vengono volutamente o distrattamente ignorati, poiché ritenuti inidonei oppure inadeguati anche solo a stimolare una qualche riflessione, è chiaro che i tentativi di un manipolo di buoni intenzionati va a farsi friggere. Eppure ritengo che sarebbe un errore grave ignorarli (o non prestarvi almeno un minimo di attenzione). Non perché da queste parti si abbia la verità in tasca, tutt’altro, né ci troverete la bussola per uscire da una situazione obiettivamente complicata, ma bisognerebbe tendere di più l’orecchio verso una piazza che ha smesso di mormorare e si sta rimboccando le maniche a fare, dire, e.. suggerire. Perché, vedete, non ci sono persone migliori di quelli che stanno nelle piazze e nelle strade, e nei quartieri e nelle contrade, non ci sono persone più attendibili di quelle che prendono l’autobus, che lavorano in fabbrica, che coltivano un orticello lontano dal palazzo, che accompagnano i bambini a scuola, che svolgono la libera professione (se va bene) oppure che devono sbarcare il lunario perché non hanno neppure uno straccio di lavoro, non ci sono persone migliori di quelle per indicare dove la baracca deve andare affinchè si esca fuori dalle sabbie mobili in cui è franata. Ed è per questa ragione che continuare ad essere sordi nei confronti della “piazza” non crediamo sia una soluzione intelligente mai, ma di questi tempi in modo particolare.
Ecco perché dalle virtuali colonne di questa virtuale testata, quasi quotidianamente proviamo a pensare e riportare soluzioni, idee, proposte, quasi mai campate in aria, ma realistiche e concrete, e non è che lo facciamo per il mero piacere di vedere i nostri scritti virtuali comparire come un miracolo su una piattaforma virtuale, letta distrattamente da qualcuno, ma perché un dibattito lo vorremmo provocare sul serio, per cui smettetela con quei pregiudizi che vi fanno credere che, siccome questa cosa l’ha scritta Tizio allora di sicuro non va bene, perché quello una qualche mira ce l’avrà per fare tutto questo baccano. Non abbiamo nessuna mira, nessuna ambizione, se non quella di poter dire la nostra, non ce ne frega niente né dell’applauso e men che meno di un like strappato a forza, perché proprio non ne potete fare a meno, perché magari su due o tre cose la vedete come noi. Né siamo interessati a fare combutta con il politicante di turno che ci prende a benvolere e speriamo che ci affidi le sorti dell’umanità. Siamo per le cose concrete e semplici. Pensiamo che queste due caratteristiche facciano la differenza. Spesso siamo ispirati dalla “Regola del Tre” di Steve Jobs. Quando Steve Jobs teneva un discorso, utilizzava un espediente molto semplice: focalizzava la sua attenzione (e di conseguenza quella del suo pubblico) su pochi concetti, espressi in modo chiaro, diretto. La sua capacità di visione e di immaginazione veniva così condensata solo in tre punti chiave, facili da dire, facili da memorizzare.
E ci piacerebbe che l’attenzione dei decisori di questa città venisse puntata prioritariamente non su 10, non su 8 ma su tre cose sulle quali costruire l’asse portante per la città che sarà. Provo a dire: rifiuti, trasporto pubblico e identità (ovvero centro storico e rapporti con i quartieri).
Possono essere anche altre, di sicuro. Ma, perdiana, ecco quello che il cittadino vorrebbe avere in cambio del suo abitare ancora questi luoghi. Fategli capire quali sono i tre assi portanti sui quali state immaginando la città del domani. E lavorate sulla prospettiva su come realizzare questi tre assi, magari di concerto con i cittadini. No, non temete, non vogliamo essere chiamati anche noi a discutere. Vorremmo soltanto che aveste le idee chiare e che diate la sensazione che il cammino sia quello giusto. E per essere giusto, il cammino è necessario che sia condiviso.

1 commento
Mi permetto un piccolo esempio che forse, più di tante parole, può spiegare meglio il concetto che vorrei esprimere. Se all’interno di un’azienda messa male le soluzioni previste fossero: 1) assicurare comunque il lavoro per i dipendenti 2) sacrificare gli utili 3) mantenere la mission originaria ad ogni costo….nella migliore delle ipotesi, si è prolungata la sua agonia senza assicurare un minimo tentativo di cambiarle destino. Che siano 3_7_136 i punti critici su cui intervenire, questi dovrebbero essere percepiti, da tutte le parti interessate, come naturale necessità finalizzata e quasi automatica. In pratica, se l’azienda di cui sopra avesse concepito la necessità di innovare i propri obiettivi, condividendo con i propri dipendenti la “voglia” di raggiungerli per uno scopo ben preciso, si otterrebbe quella componente essenziale chiamata interesse comune necessaria per dar vita al benessere collettivo. C’è da lavorare molto e gratis…sarà questo il problema?