Ruggero II, la battaglia del Bradano e il Principe di Machiavelli

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Di Vito Telesca 

La costruzione di uno Stato forte e solido, destinato a durare nel tempo e capace di difendersi da solo, passa inevitabilmente da due fattori: il consenso popolare che garantisca la stabilità interna e gli equilibri socio-economici e un potere politico ed esecutivo capace di farsi rispettare e far rispettare le leggi, difendendo i propri confini attraverso milizie affidabili, legate al territorio da un rapporto diretto. Lo diceva, in modo più completo, anche Niccolò Machiavelli nel suo trattato di dottrina politica “Il Principe”. Dedicò un intero capitolo, il XII, proprio alla differenza tra quegli stati che facevano affidamento sulle milizie mercenarie e quelli che potevano contare su “milizie proprie”.

Dico, adunque, che l’arme con le quali uno principe defende il suo stato, o le sono proprie o le sono mercenarie, o ausiliarie, o miste. Le mercenarie e ausiliarie sono inutile e periculose: e se uno tiene lo stato suo fondato in sulle arme mercenarie, non starà mai fermo né sicuro; perché le sono disunite, ambiziose, sanza disciplina, infedele; gagliarde fra gli amici; fra e’ nimici, vile; non timore di Dio, non fede con gli uomini; e tanto si differisce la ruina quanto si differisce lo assalto; e nella pace se’ spogliato da loro, nella guerra da’ nimici. La cagione di questo è che le non hanno altro amore né altra cagione che le tenga in campo, che uno poco di stipendio, il quale non è sufficiente a fare che voglino morire per te” (Machiavelli, Il Principe, Cap. XII “Quot sint genera militiae et de mercennariis militi bus”).

Mileto. Reggio Calabria  1095. Nasce Ruggero II d’Altavilla, un predestinato. Già dalla maggiore età ereditò la Sicilia e parte della Calabria. I primi passi della sua esperienza politica furono cercare di stringere accordi  con il Papa e con i suoi “cugini” normanni di Puglia e Basilicata. Il suo progetto era molto più ambizioso: unire il sud Italia sotto la reggenza normanna, ma voleva farlo senza snaturare il suo carattere e il suo modo di vedere la società, ovvero l’unione di culture, senza mortificarle o, peggio, soffocarle. Nonostante cercasse con il Papa un rapporto morbido e favorevole, contrariamente agli accordi tra normanni e papato stretti  dai suoi predecessori, intraprese una formale apertura al rito bizantino, cosa che non venne vista di buon occhio dal Pontefice, che per i primi tempi riuscì a soprassedere alle iniziative di Ruggero.

I rapporti con il cugino Guglielmo di Puglia, invece, divennero saldi soprattutto quando entrambi strinsero un accordo per soffocare la rivolta di Giordano di Ariano, che gli valse il dominio su tutta la Calabria e, qualche mese dopo, la promessa dell’eredità del ducato di Puglia che avrebbe avuto efficacia con la morte del cugino, avvenuta nel 1127. Da quel momento Ruggero II aveva il sud Italia in pugno, ma doveva  fare i conti con Onorio II, che aveva l’obbligo di  “ratificare” il suo dominio ma  che, per tutta risposta, lo scomunicò a gennaio del 1128. Troppo pericoloso un regno così grande alle porte di Roma!

I rapporti divennero tesissimi anche perché molte città pugliesi, si ribellarono al nuovo re normanno, che nei fatti non conoscevano per niente, e si schierarono dalla parte di Onorio II. Nonostante ogni tentativo di Ruggero per riappacificarsi con il Papa, quest’ultimo lo scomunicò altre due volte. Non solo, Onorio II convinse Roberto, principe di Capua, ad appoggiarlo nella sua personale guerra al normanno e convocò proprio a Capua un concilio dove lanciò per la terza volta l’anatema su Ruggero e dichiarò guerra contro il nuovo duca facendo leva sui baroni ribelli pugliesi concedendo loro l’indulgenza plenaria. Ma il Papa sapeva che l’esercito di Ruggero era più numeroso e valido tecnicamente. A conferma di ciò le città pugliesi, vedendo  l’esercito di Ruggero alle porte, si consegnarono senza resistenza alcuna. Tutte, nessuna esclusa.

Lo scontro finale vide come scenario le sponde del fiume Bradano: normanni da un lato e, dall’altro l’esercito “papale”, composto dai baroni di Avellino e Capua e dalle milizie di altri signori. Tutti questi assoldarono mercenari a proprie spese.

L’astuzia di Ruggero emerse qui in tutta la sua potenza. Vedendo l’esercito nemico decise di non attaccarlo. Attese la prima mossa del Principe di Capua che, nell’incertezza e temendo accerchiamenti, tentennò, ritardando la sua avanzata. Ruggero non voleva attaccare  per primo anche per non essere accusato di aver assalito le truppe papali e, sapendo che queste erano composte soprattutto da mercenari, pensò bene di attendere paziente e di aspettare l’attacco nemico su una collina, per controllare meglio la situazione. Col passare del tempo qualcosa sarebbe successo. Insomma i due schieramenti si guardavano a vista, nella pianura di Vado Petroso, come due cani che  abbaiano l’un contro l’altro. Inoltre Ruggero sapeva che i mercenari erano stati pagati per un periodo molto limitato e che le risorse a disposizione dei baroni erano davvero esigue da non potersi permettere  ulteriori “straordinari”. Il papa, dal suo canto, non aveva denari né tantomeno territori da promettere. Solo indulgenze e preghiere, “argomento” improponibile per i mercenari.

Quell’estate il caldo torrido arrivò prima del previsto e fu uno dei fattori che fecero pendere la bilancia dalla parte di Ruggero. L‘esercito del pontefice resistette quasi quaranta giorni nella pianura di Vado Petroso e la pazienza delle milizie iniziò a scricchiolare. Il mancato pagamento del dovuto, ed il crollo della fiducia per le promesse disattese per ulteriori futuri guadagni ebbero la meglio. Scoraggiati  dalla mancanza di una strategia militare precisa da parte dei baroni, ormai cotti sotto il sole di luglio e sapendo della superiorità del nemico, i mercenari assoldati iniziarono ad insorgere e alcuni abbandonarono la missione. Dopo un paio di giorni la situazione precipitò e l’esercito papale si disperse nei campi lucani prima ancora di iniziare una sola battaglia. Onorio ormai era “nudo”. Rimasto privo di protezione e alla mercé di Ruggero si rifugiò a Benevento e da qui partì la sua seconda, dolorosa e forzata fase: quella del perdono e della riconciliazione. Lo invitò pertanto nella città campana per investirlo del titolo di Duca di Puglia (agosto 1128). La strada era ormai tracciata e spianata. Soffocate le ultime resistenze a Troia, Ariano e Montefuscolo, con il favore dei baroni e del clero riunito a Salerno, Ruggero divenne sovrano di tutto il sud Italia, festeggiato a Palermo nella notte di Natale del 1130. Un regno che è durato poi, sostanzialmente e con diverse trasformazioni politiche, fino al 1861. Un regno forte, unito e grande nato sotto l’impronta di Ruggero II. Non sarà mica che Machiavelli avrà preso spunto anche da lui?

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