
Margherita Marzario
Salandra, “paese mio che stai sulla collina…”: dopo una lunga assenza “toccata e fuga” al paese di origine. Prima tappa nella campagna semiabbandonata del nonno materno e lambita dal bosco di querce: lucertoline guizzanti che ti fanno ricordare i tuoi fratelli che da piccoli si divertivano a inseguirle per catturarle, farfalline bianche svolazzanti (forse cavolaie) e qualcuna più grande maculata, frutti autunnali mangiucchiati dagli animali, erba secca che sembra dorata sotto i raggi del sole, tante pietre disseminate in quel terreno faticosamente dissodato dal nonno negli anni ’50 e, tra tutte, quelle di colore verde petrolio che da piccola raccoglievi perché attiravano il tuo sguardo in mezzo al marrone delle zolle, gracili ciclamini nel sottobosco, fruscii e ogni sorta di verso nella boscaglia, foglie di ogni colore che sembrano rappresentare il carnevale della natura, ti fermi per risentire in te i passi da contadino del nonno morto prematuramente… E, poi l’arrivo in paese, un arrivo mai scontato e ancora più nuovo in un periodo di emergenza sanitaria. Chi l’ha detto che l’autunno è una stagione grigia e mogia? È una stagione di suggestioni in cui l’anima va nel letargo della sua tana per trovarvi ristoro e risposte in attesa di tempi migliori.
Breve escursione a fine autunno nel bosco del paese d’origine: sottobosco brumoso; a terra pietre e foglie di ogni foggia che sembrano tanti disegni sparsi; frescura alle gambe che ricorda la sensazione dei piedi sul bagnasciuga di primo mattino; colori intensi, dal verde dell’asparagina al rosso delle bacche del pungitopo; versi di animali da allevamenti lontani; silenzio penetrante e rasserenante; paesaggio da pittori macchiaioli. Nel bosco non ci si perde ma ci si sperde in fitte emozioni, ci si ritrova con se stessi per poi tornare da dove si è venuti.
A Matera, osservando gli insetti in giro al tepore autunnale i bambini chiamano un ragnetto “figlio” e, poi, individuano mamma ragno e papà ragno. I bambini hanno un senso di famiglia che gli adulti (o pseudotali) ignorano o calpestano.
Domenica mattina, tempo tipicamente autunnale. Mentre i più possono stare in casa con la famiglia, alcune donne aspettano sotto l’ombrello davanti al cancello della casa circondariale il loro turno per la visita programmata mensilmente per l’ora e mezza limitata ai loro congiunti detenuti per aver commesso un errore più o meno grave a danno degli altri, per una caduta per la quale hanno bisogno di aiuto per rialzarsi, per una fragilità della caduca umanità, che si trovano al di là di muri, cancelli, finestre da cui si vede a malapena un lembo di cielo. Invece di parlare a vanvera e lamentarci delle restrizioni o prescrizioni governative, previste in tempo di pandemia, riflettiamo almeno un po’, giusto un po’!
Due coniugi anziani, di altri tempi, escono al primo fresco autunnale: l’uno più minuto dell’altro, l’uno più curvo dell’altro, camminano andando avanti di un passo alternandosi l’un l’altro. Coppia: sfidare i tempi, ogni tempo, con le proprie differenze, avvicinandosi e armonizzandosi ma senza annientarsi o appiattirsi.
In un pomeriggio autunnale un ragazzo, cosiddetto “di colore”, esce verso il centro della città vestito alla meno peggio e camminando in modo scoordinato perché calza ciabatte più piccole dei suoi piedi cercando di trattenerle con i piedi coperti da calzini. Empatia: mettersi nei panni e nelle scarpe altrui. Proviamo anche noi a camminare a lungo con ciabatte più piccole dei nostri piedi cercando di trattenerle con i piedi coperti da calzini e, poi, ne possiamo parlare!
“Estate di San Martino”, in città, in tempo di emergenza sanitaria: giro nel primo pomeriggio nel parco centrale della città, giro inconsueto rispetto a quello abituale nei famosi e turistici Sassi; tutti i colori della lussureggiante natura; tepore che va a scardinare e smuovere ogni fibra del corpo e dell’anima; incontri con qualche persona conoscente o amica di un tempo con cui ci si scambia ricordi ormai passati e preoccupazioni presenti e crescenti; sparute gazze ladre, bisbetiche ed eleganti con la loro livrea vellutata che beccano e svolazzano di qua e di là; cani portati al guinzaglio, tra cui due piccolini che si azzuffano e chissà cosa si comunicano, trattenuti dai loro proprietari; foglie variegate e brillantate dai raggi del sole, ancora attaccate ai rami e che sembrano farfalle pronte a prendere il volo e a volteggiare come i pensieri che frullano nella mente; qualche nuvoletta ovattata nel cielo che si va stemperando; cespugli di rosmarino e di alloro che sono senza tempo; fotografie di dettagli; varie forme di solitudine sulle panchine; preghiera per tutti i defunti sull’uscio del cimitero monumentale da cui si vede il cippo dedicato all’unico garibaldino materano Giambattista Pentasuglia; tramonto suggestivo tra gli alberi sempreverde del viale del cimitero e al di là dei palazzi moderni… La vita ha sempre qualcosa da dire e da dare se ci si mette lì ad aspettare e ascoltare, anche quando è scombussolata da un essere invisibile e sembra sospesa.
Ogni stagione ha le sue farfalle: in primavera tante, dalle belle vanesse alle meno belle falene; in estate pagliuzze e stoppie bruciate dai campi bruciati dopo la mietitura; in autunno le multicolori e multiformi foglie secche trasportate dal vento; in inverno fiocchi di neve… Ogni stagione dell’amore, poi, ha le sue farfalle nello stomaco!
“Non chiamate decadente quest’autunno / mi abbevero / alla festa dei colori / chiazze gialle / rossi accesi / sui brividi di cielo azzurro /tavolozza dell’inedito […]” (il poeta don Angelo Casati). Autunno: colori del tramonto, dell’iride, dell’anima, delle emozioni in un mondo che diventa sempre più fotocopiato in bianco e nero.
La lucanità è come la stagione autunnale, fatta di sfumature, di sapori e odori forti, come quello del mosto o quelli dei funghi.“Più che un patire, la pazienza è tenacia, costanza, precisione. Cercando di mantenere sempre accesi lo sguardo e la possibilità di sorridere di noi” (il giornalista Claudio Imprudente). Impariamo a pazientare come gli alberi in autunno. Amare è anche lasciare andare: come un albero che d’autunno vede andar via le foglie che non torneranno più o diventeranno altro nel ciclo della natura.
“E vi era un cullare, vi era un / respiro e trascorreva nelle chiome / degli alberi sì che le foglie si / piegavano, si rizzavano impetuose / e tremanti quando il vento dell’autunno / comprimeva i rami finché lentamente / il fremito si affievoliva e più leggero / fluttuava solo il bordo di un giardino”(da una poesia del tedescoMichael Donhauser). Basilicata: dolce cullare tra suoni soffusi, ricordi rifusi e stati d’animo confusi. Come la propria intimità più inabissata!
“La nostra responsabilità è quella di non fingere. Non possiamo essere qualcosa che non siamo” (Kurt D. Cobain, artista statunitense, 1967-1994). Essere se stessi: le foglie fanno le foglie fino alla fine, anche quando ormai secche e trasportate dal vento, allietano le giornate autunnali con i loro colori. Anche la foglia d’autunno caduta su un marciapiede non s’arrende, perché schiacciata dal piede di un passante scricchiola e fa sentire la sua presenza. L’autunno: la stagione in cui si torna tra i banchi di scuola, in cui tornare a scuola dalla vita. L’autunno è davvero la stagione della pausa, della riflessione, del ritrovarsi con se stessi. È la stagione dell’aut aut!