SALVINI E LA “SEGGIA DEL DIAVOLO”

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ANNA MARIA SCARNATO

La notizia che Salvini fosse in Basilicata  a Potenza, a Matera e avesse fatto un” salto”, come qui si dice indicando una  veloce e breve visita, o meglio un “ volo a Castelmezzano , non ha meravigliato più di tanto se si considera il comportamento usuale dei politici nel far visita ai territori in tempi in cui   vale l’antico adagio di  “battere il ferro quando è caldo”. E , in questo caso, cavalcando l’onda lunga del bisogno di una popolazione già sofferente di suo e ancor più in situazione di incertezza e paura per una pandemia che continua a preoccupare, , diventa   vantaggioso farsi vedere vicino alle comunità come segno  di condivisione di uno stato. E’ allora che si sprecano i sorrisi e  si annunciano ricette toccasana di un programma al di sopra delle capacità degli avversari politici, magari con slogan sempre uguali mescolati a complimenti per la bellezza dei paesaggi, per la disponibilità della gente, per il buon cibo. E’ stato certamente accolto bene dai suoi seguaci, con curiosità e indifferenza da altri.  Non è un caso se Matera è stata nominata capitale della cultura, titolo che non premia solo la ricchezza e la peculiarità paesaggistica  storica ma il contesto umano, capace di superare le difficoltà, gli ostacoli diversi,  il suo sapersi rialzare dignitosamente determinando un cambiamento straordinario in ogni campo. Caratteri facilmente ritrovabili in ogni comunità della regione  poiché la matrice identitaria è la  lucanità che custodisce un patrimonio di grande umanità.

Salvo poi ricorrere  all’ironia   che caratterizza  lo spirito del popolo della Basilicata sotto l’influsso della vicina Campania,   questo aspetto caratteriale che costituisce un netto  tratto distintivo  e che è ben manifesto in alcuni personaggi divenuti simbolo di arte scenica e comica, tra questi Papaleo, Dino Paradiso, solo per citarne alcuni famosi. E allora ci si potrebbe permettere una simpatica riflessione accompagnata da sornioni sorrisi  liberatori di cui abbisogniamo tutti  in questo periodo post…ma ancora carico di interrogativi. Allora diremmo che Salvini rappresenta il miglior esempio in natura di una metamorfosi che  non ha mai un compimento. Non era forse lui che vent’anni fa  condì il suo programma leghista   di insulti, allusioni, affermazioni fatte e poi  “aggiustate” nei riguardi del Sud di cui a Pontida così riferì: “senti che puzza, scappano anche i cani, arrivano i meridionali”? Poi, precisando che quest’ultimi erano distanti dalla loro cultura, dal loro stile di vita nordico, asseriva che nulla in comune vi era tra nord e sud. Non fu il suo amico di partito Borghezio nel 2011, in occasione del terremoto dell’Aquila, a dire che l’Abruzzo insieme a tutto il Sud costituiscono un peso morto per loro di sopra e Vito Comencini nel 2012 su Radio Padania  che il Sud doveva ancora capire a cosa serve la carta igienica? Ce ne sarebbero tante altre ancora di insinuazioni misantropiche e  merita , infine, far tornare alla memoria ciò che Salvini dichiarò, a proposito di riforma scolastica, chiedendo lo stop dell’esodo dei docenti precari meridionali al nord poiché ”rubavano” i posti in graduatoria agli altri con titoli presi con la complicità dei professori meridionali dei loro corsi di studio, e che poi proseguì ancora con lo slogan ”Carrozze metro solo per milanesi”. Ma erano altri tempi che necessitavano, secondo la Lega,  si costruisse il successo sulla distruzione e denigrazione degli altri , l’ulteriore ricchezza economica del nord sull’egoismo e “l’apartheid” funzionale agli obiettivi. Era la fase che doveva dimostrare la forza e la superiorità di regioni poste al nord della penisola italiana percepite lontane da quelle meridionali quasi assimilabili alle regioni africane.

 Si   comprende che sovente le parole più offensive, strumento di propaganda politica, verranno, poi, usate  al contrario, o meglio negate ; che  nel tempo  possono avvenire cambiamenti di percorso a segnare crescita di pensiero, o almeno si vuole far intendere. Ed è così che  Salvini si fa accompagnare , oggi,   da un Rosario bene in vista per testimoniare, a chi ancora è agnosta e deve essere stimolato, la sua crescita personale e politica che non è certo frutto di un cammino di Compostela, l’avrebbe comunicato su tutti i social, né di una fulminazione sulla strada di Medugorje come per i discepoli ad Emmaus. Ma ciò che  noi comuni mortali abbiamo colto, invece, è un Salvini che continua a predicare e a farsi applaudire dalla folla esibendosi sulle consolle al Papete beach di Milano Marittima dove in una cornice di civico degrado morale l’inno nazionale è stato fatto risuonare accompagnato dal ballo scatenato di gente “allegra”. Ma forse è proprio vera la diversità della sua dimensione umana e quella della gente del Sud! Nulla in comune se non figli diversi di una stessa Patria che la Lega ha dimostrato voler disunire. E se la sua evoluzione da “invasato” e stereotipato negli attacchi noiosi e da circo scadente avesse un fondamento spirituale come forse sembra credere qualche giornale di ispirazione religiosa e volesse esprimere una condizione di “liberato” che  mette da parte la simbologia della prima fase leghista Bossi- Salvini  con i suoi   riti indipendentisti e inneggianti alla dissacrazione della bandiera nostro simbolo nazionale;  che per il momento accantona il riferimento ad un ruolo  di   guida di una vera crociata per il bene superiore del nord, dove, noi non dimentichiamo, il Po diveniva luogo  del  rituale  dell’acqua riempita in un’ampolla per essere riversata sulla Riva degli Schiavoni a Venezia e il sole con le sei punte     rappresentava iconicamente le 6 lingue padane;  se Salvini, spogliato del nome evocativo “la bestia” ad indicare la capacità di catturare consensi su scala nazionale con una studiata propaganda, ora a noi lucani , visitati dal leader leghista, si presentasse qui soggetto  di una metamorfosi che non sia solo di facciata? Ebbene , deposta l’ironia  qualche ricorso all’arguzia e alla cautela ci potrebbe aiutare a scegliere politicamente nei momenti che verranno  chi ci assomiglia per cultura, tradizioni e condivisione della stessa aria che respiriamo, dell’acqua che beviamo, della bellezza dei paesaggi ancora incontaminati che ammiriamo. La Lucania non è più terra di conquista nè i lucani  si lasceranno  padroneggiare . I Celti appartengono al passato se noi meridionali li lasciamo nei ricordi esaltati di chi, credendosi discendente di quella appartenenza, in preda a visioni fuori tempo, vestono oggi i panni della fratellanza intorno ad una fede religiosa che si tradisce ogni volta che viene fuori l’anima profonda del fanatismo senza limiti.

La ragione, e non il cuore generoso che può tradirci, ci dice che siamo in presenza  di uno spirito contraddittorio persino con se stesso quando veste più panni senza pudore e che volutamente oggi perde in inclinazioni nordiste per riscoprirsi viaggiatore nel Sud che si deve vergognare di aver deriso e discriminato, tra la sua gente cordiale e intelligente che ha chiamato terrona e che orgogliosamente lavora la terra, è vero, e alleva gli animali tra verdi valli bagnate non dal Po ma dal Basento e Bradano, dall’Agri e il Sinni. Se solo avesse approfondito la storia del territorio lucano e compreso che la grande civiltà greca scelse le terre di costa metapontina per fondare città che splendettero per arte e scienze, Metaponto tra il Basento e il Bradano, Siris sulle rive del fiume Sinni , rendendo la Lucania crocevia di popoli e incontro tra culture diverse!  Orbene se l’ospitalità è sacra per i Lucani , Salvini può ritornare quando avrà voglia di conoscere meglio posti e persone. Da Ciceroni sentiamo di consigliarlo su percorsi più istruttivi e introspettivi. Prima di recarsi a Castelmezzano a rifare il “volo dell’angelo” per provare ebrezza ed emozioni nuove, sarebbe opportuno che passasse da Albano di Lucania a visitare l’inquietante e misterioso posto chiamato la “Rocca del cappello”, un alto  monolito con  tanti  simboli come cerchi, croci, fiori dedicati a divinità astrali in età preistorica. Una panchina scolpita nella roccia detta la “seggia del diavolo” che sembra rappresentare la figura di un demonio forse luogo per culti e riti pagani. Il ”diavolo” e ”l’angelo”, due fasi diverse di un percorso politico e umano, due aspetti di una personalità che usa un simbolismo costruito per farne bandiere da sventolare al vento più favorevole , riti “pagani”, che sembrano convivere   con sofferte croci in mano da mostrare. Ecco che qui potrebbe ritrovare i segni di rituali magici di un popolo di epoche remotissime e precristiane e riflettere sui tempi passati che più non possono tornare se illuminati da principi culturali, sociali e religiosi che abbiamo assunto, alla luce di un nuovo umanesimo ; ripensare a fasi di vita che non devono essere disconosciute ma servire ad un cambiamento per valorizzare ogni uomo di qualsiasi appartenenza. La “sedia del diavolo” prima dell’”esperienza del “volo dell’angelo” di Castelmezzano. Ritrovare se stessi e la verità sul proprio cambiamento. Dopo si possono ammirare le vallate e i panorami lucani dall’alto della visione umana, con occhi di ”Angelo” che ha ritrovato la sua dimensione. Dopo provare la gioia di essere tra le bellezze di una creazione che si vuole tutelare al pari di altre e senza differenze. Ma ancora è lontano da ciò che è a noi visibile. La sua idea di federalismo europeo, la condivisione della politica di Orban, il dichiararsi ogni giorno costruttore di un bene per il popolo e lavorare per dividere il popolo sono lontani dal poter spiccare il “volo” con le emozioni che desidera. Ora ancora preda di suggestioni , non può chiedere ai meridionali , ai lucani i consensi per un sovranismo che come idea e prospettiva non ci appartiene. Possibile che qualcuno ancora crede che la “seggia del diavolo” si sia trasformata in “volo dell’angelo”?

 Chi lo segue evidentemente ne condivide le contraddizioni o cerca i suoi simboli leghisti  per cucirsi un vestito che non l’appartiene ma che gli è conveniente per le sue pur legittime ambizioni. I lucani sono intelligenti e perspicaci, non dimenticano la storia per non scegliere mai di votare chi non è libero dai suoi stessi limiti,chi  è attaccato al potere istituzionale sempre più in alto poiché ne ha provato l’ebrezza, chi rinnegherebbe i valori della tradizione culturale lucana, i principi democratici fondati sull’uguaglianza dei popoli, sull’inclusione e il rispetto delle minoranze  per consegnarli nelle mani di rottamatori della loro stessa dignità.

 

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