La sanità territoriale è stata sempre la parente povera del Servizio sanitario, sia nelle regioni dove il privato è scarsamente rappresentato, sia soprattutto in quelle dove gran parte delle cure nosocomiali sono state drenate da una imprenditoria che è stata capace di prendersi le cose più lucrative lasciando tutto il resto al pubblico. Nella nostra regione i distretti non sono mai decollati veramente. Funzionavano per la igiene pubblica, per la veterinaria quando sono stati istituiti, col travaso di personale dal centro alla periferia , ma non hanno mai preso in carico tutto il resto, dalla prevenzione alla riabilitazione. E poi ,nelle assunzioni sono state praticamente tagliati fuori, privilegiando la politica quelle negli ospedali , dove di più si appuntavano le richieste dei medici. Oggi si scopre che delle due gambe della sanità, l’una è così debole da non riuscire a contenere il peso di una emergenza pandemica, così che la corsa all’ospedale ha avuto caratteri di vero e proprio assalto. Rimettere in equilibrio la situazione ,non è solo una operazione intelligente. E’ una strategia fortemente detratta dall’OCSE, non in maniera teorica ma con obiettivi e strumenti precisi, il principale dei quali è la creazione di team multiprofessionali composti da medici, infermieri e assistenti sanitari, dotati di tecnologia digitale e integrati con servizi di assistenza specializzati. Ecco , non c’è bisogno di ridisegnare tutto l’architrave istituzionale del servizio sanitario regionale per realizzare queste cose, che sono urgenti e che, se fatte per tempo ci mettererebbero in condizione di arrivare prima tra le regioni a potenziare la prima linea della sanità: Si tratta di chiamare le associazioni dei medici dei pediatri, i coordinatori dei distretti, i direttori sanitari delle asl e degli ospedali per capire come bisogna muoversi, come organizzare i teams, come e quale diagnostica di prima necessità utilizzare, come svolgere l’assistenza domiciliare e quali e quante professionalità occorrono per mettere in piedi il servizio. Che poi questi distretti passino da sette a cinque diventa un gioco da ragazzi, ma l’essenziale è che non si è perso tempo nel rispondere alle lacune manifestate in occasione del primo assalto della pandemia. Questo anche perchè la rete dei medici di famiglia è in grado, insieme a quella della continuità assistenziale, di lavorare in questa direzione e anzi è già fortemente in attesa di questa riorganizzazione che consente loro di lavorare meglio, intercettando la domanda di salute, lì dove si può sostituire il più comodo domicilio familiare al più costoso ricovero in strutture. Servono con urgenza nuove professionalità nel coordinamento di queste attività livello distrettuale e nuovi infermieri per l’assistenza domiciliare, figure queste indispensabili ai teams. Il secondo step di questo lavoro è la collocazione baricentrica per distretto della diagnostica al servizio dei teams, da realizzare attraverso gli investimenti nazionali già promessi dal Ministro Speranza. Più che dotare singoli medici di attrezzature di prima necessità, si dovrebbe pensare ad organizzare dei centri diagnostici distrettuali in grado di supportare la diagnosi dei medici di famiglia o di quelli della continuità Assistenziale. E questo darebbe il senso di una organizzazione pensata per il territorio e a disposizione delle comunità locale. Il resto verrà gradualmente per la parte che riguarda la gestione della cronicità, la gestione dell’handicap e la gestione della riabilitazione. Ma mettersi a lavorare già per il primo traguardo sarebbe una operazione molto intelligente dal punto di vista politico e strategico, se solo ci fossero persone capaci di tenere lo sguardo lungo. Rocco Rosa
SANITA’ TERRITORIALE, L’ORECCHIO SORDO DELLA POLITICA
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