SARACHEDDA, MANCUSIEDD E SILVIO PROVOLONE: IL PODIO DELLE MASCHERE POTENTINE

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lucio Tufano

Tra i primati più importanti della nostra arte nazionale, ve n’è certo uno tutto farsa e buon umore, spirito e mordacità, il quale fu in modo incontestabile merito e vanto delle maschere: creature di fantasia e della realtà sociale, nate come zampilli vividi e originali dalle nostre contrade, dal nostro popolo, arguto, sarcastico e faceto, dalle più varie epoche di tirannia o di quieto vivere, quando nelle piazze e per le vie i personaggi graffianti o melensi, derivanti dalla risorsa del grottesco popolare, in vesti lacere o posticce, con le facce fregiate dalla sorte, o affatturate di biacche e di nero fumo, catoneggiavano incredibilmente e con sarcasmo, nell’ebbrezza del vino tracannato, contro i regimi oppressivi o contro i potenti ed i ricchi, conquistando la benevolenza del popolo … tutto questo caratterizzava buona parte della commedia sociale[1].

… schizzavano fuori dalle scure dimore dei vicoli, con la lunga bazza caparbia, nasi badiali, adunchi o a piffero, lividi per il freddo, o petanciani o fuligginosi, nappe rincagnate, cappe sopraossute o ciccione, brocche ingorde ed affamate, vecchiarde, gonfie, stivagnate, svergognate, smilzi e secchi da spaventapasseri o da torcimanni …”.

Non è al teatro, con la sua cornice da quadro, con il suo palcoscenico, i suoi tendaggi e le sue quinte, che bisogna pensare, per capire il fenomeno delle maschere, ma al trivio, alla taverna, al mercato, alla fiera, alle acrobazie dei “pizzaculi”, al buffonesco e megalomane sguscio turgido di facce e muscoli, ai loro scherzi, al loro ghigno, alle capriole che destavano l’ilarità della gente.

* * *

Strana città questa, strana provincia dove tutto ciò che si crea di originale viene ignorato o dimenticato e dove tutto è ancora da inventare. Si scrive, si produce, si dicono cose pregevoli e tutto viene divorato come una voragine e dalla indifferenza dei più. Di tanto in tanto però accade che qualcuno venga folgorato da una idea originale e, convinto di essere il primo e l’unico, la propaghi come una sua importante scoperta. Dà fiato alle trombe e si organizza per dare consistenza alla idea che, guarda caso, è già stata di altri.

È questa la nostra realtà ove i cosiddetti studiosi si affannano a tracciare i mille solchi di una storia della regione, ove i poeti sciupano il loro tempo a scrivere versi, i pittori a disegnare e dipingere senza garantirsi il diritto d’autore e preservarsi da eventuali plagi o invasioni.

E allora? Succede che finalmente c’è chi, dopo aver discettato sulla storia della stampa regionale, sul nome da attribuire alla regione, sulla sua identità, sulla valorizzazione e scoperta dei suoi beni ambientali e naturali, sullo sviluppo da imprimere nei piani poliennali e sulla loro attuazione, si accorge che vi è ben altro da scoprire e da valorizzare.

E che cosa potrebbe essere scoperto ancora?

Ebbene si! La maschera locale! Occorre andare alla ricerca della maschera, rovistare nel nostro passato di ragnatele e di vicoli, di osterie e di feste popolari, di fame e di sazietà, di città pervasa dalla campagna e dal contado, di contrade e di stalle, di racconti e di beffe, di confronti tra contadini e attrezzi rurali, di animali e vicende quotidiane, tra fatica e allegria …

Una grande scoperta dunque; il ritrovamento e la scoperta di una maschera potentina e regionale. E quale maschera?

Sarà una maschera di Carnevale o quella di alcuni uomini di potere? Quella del grottesco contadino o quella del goffo prete di campagna? Quella degli attori alla Zi Girard o quella del gendarme alla Mingrella? Quella di Tronc Tronc, mulattiere brontolone e fracassone o quella dello scugnizziello di rione? Quelle del Gran Turco o quella di Rubbagaddì dei primi del 900?

E ancora, in quale tradizione del teatro locale si può ritrovare una nostra maschera?

Un nostro Brighella o un nostro Arlecchino?

In quale archivio da grande burattinaio si potrà trovare il soggetto da eleggere a maschera lucana o potentina? Vi è ben poco e quel poco occorre citarlo e farne con rispetto ed intelligenza il punto da cui partire sia nel senso di una più approfondita ricerca, sia nel senso di una più approfondita e consona indagine antropologica ed intuitiva.

Ma perché non chiedere a chi da anni tenta di fare la medesima cosa? Invece di caricare tutto il peso di un probabile fallimento sulle proprie spalle?

Altri non sanno, o fanno finta di non sapere, che la commedia dell’arte non era una forma di teatro popolare ed improvvisato, bensì essa si avvaleva di copioni redatti da scrittori. Pubblicando una raccolta di Scenari inediti della Commedia dell’Arte, (Firenze 1880) Adolfo Bartoli aveva, infatti, avanzato l’ipotesi che «i comici dell’Arte dovessero possedere, si, impegno e disposizione naturale, ma anche cultura, quella cultura locale che solo chi nasce in un posto o ci vive da decenni può avere, la facoltà di scandagliare il fondale delle tradizioni e della mentalità, di capire il temperamento e di conoscere la storia di una città e di un popolo». Pirandello, infatti, scriveva negli anni trenta che i Comici dell’Arte non erano attori che sapessero scrivere, quanto scrittori che sapessero di teatro e di popolo.

Ed a ragione scrive Gianfranco Malipiero[2]: «Le maschere sono un’espressione dell’ambiente e del paese che rappresentano ed è per la varia loro prerogativa che esse poterono contribuire sia a creare il colore locale, che a sottolineare il grottesco dei personaggi.

Si può immaginare un Arlecchino non affamato? Un Pantalone che ragioni saggiamente sui soldi da spendere, anche se da vecchio innamorato?» E noi aggiungiamo: si può pensare a un Mancusiedd, non trascurabile instauratore d’iniziative e di espedienti per campare, a un Sarachedda non afflitto da freddo e fame, ma invece alla disperata ricerca di una fonte di calore e di ristoro? Ad un Silvio Provolone che non riesca a fare onore ad una buona fetta di caciocavallo da nascondere in qualche tasca mariuola per divorarla, lontano da sguardi indiscreti e ironici.

Ecco perciò incunabolo del dialetto e del teatro potentini è appunto il sottomondo urbano strettamente legato ancora alla campagna circostante: si è ormai negli anni in cui si è presa sufficiente coscienza che il dialetto e l’oralità del racconto fanno teatro e non più un fatto spontaneo, ma il risultato di una memoria, più un post che un prius, come dice Bronzini. Essi diventano strumenti morfologici e congeniali a quella gran parte dello spettacolo, specie a quella della farsa e della commedia locali, a quella sorta di cabaret, con capacità comunicative per certi aspetti più forti della lingua ufficiale ed in considerazione del potenziale ironico-satirico del loro gutturalismo da rutto e da vino e della fonetica nasale che in generale dispiega, nella sua versatile vis comica e nel suo vulgaris sproloquiare, tutta la linfa della commedia popolare.

È per tutto questo che ci siamo spesso posti la domanda, come mai un microcosmo, un’acropoli assediata, non abbia mai avuto nessuna voglia di farsi scrutare? Accadeva e accade che una sorta di conformismo abbia avviluppato la città, il suo sistema nervoso, il suo tessuto connettivo, le sue anguste arterie, le sue più oscure venature.

C’erano i rioni contadini e, lungo le sue membra articolate, gli artigiani ed i bottegai, le abitazioni a sottani, la commedia sociale all’aperto ed esposta alla furia degli elementi, la sua “corte dei miracoli”, il suo teatro colto, quello zotico e buffo ed infine le sue maschere.

Quasi una sincope tra ricordo ed immaginazione, il labirinto di “stretti” e “larghi”, campielli nostri, da vicinato confidente e familiare da dove vengono i fasti giallo-verdi di una minestra di rape o di legumi cotti, vecchie strutture casalinghe, recipienti in rame rossa e piatti in terracotta, “scafaree” e credenze da pasti frugali, pomeriggi di balli e di intrattenimento, per pavimenti a piastrelle, nei conversari degli ingressi e delle semioscure cucine, le stanze di abituri tra porte e gradini, striminziti e a pianterreno, le varianti di un linguaggio in metafonèsi con le parole strozzate e senza le stampelle delle finali. Sfumate consonanti sdrucciola a fine parola, surrogate nel cambio di genere e di numero.

Soggetti, figure, scene e voci cui siamo stati testimoni assorti e passivi e che avevamo quasi dimenticato, sulla base di una costante allucinazione obnubilante e leggera, per cui si era convinti, ancora oggi, di dover recuperare grazie al nostro assiduo archeologo o al nostro esploratore antropologo come un inventario delle cose più minute e dei tipi umani più trascurabili.

 “Il teatro popolare con le sue favolose figurazioni popolari ed infantili, espresse dal teatro, sono una vera congiura poetica contro l’alfabetismo letterario. Quando il popolo analfabeta racconta quello che si figura, che è quello che pensa e crede contemporaneamente, lo fa divinamente”.

Infatti una cosa si fa divinamente quando la sua perfezione corrisponde ad un ordine esclusivamente spirituale; cioè analfabetico.

[1] Tratto in sintesi da: “Le maschere italiane” di G. Mauro Castro. Le vie d’Italia. Rivista del Touring. Febbraio, n. 2. 1936.

[2] Gianfranco Malipiero, “Maschere della Commedia dell’Arte” – Ediz. Capitol Bologna – 1962.

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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