SCARPARI, MASTARI E FURNASCIARI: I “MASTRI” DEI SOTTANI

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LUCIO TUFANO 

La fondamentale economia della regione, dicevamo, è sempre stata l’agricoltura, anche se dopo l’emigrazione ed il conseguente abbandono delle terre hanno creato una crisi drammatica, per cui si è tentato disperatamente di dare una qualche soluzione atta a consentire di arginare l’esodo massiccio delle forze più giovani che, rassegnate e spinte dal bisogno, hanno, da anni ormai, cercato scampo nel nord o all’estero.

Un tempo, l’agricoltura, anche se con rapporti di lavoro arcaici e disumani tra padrone e bracciante, era l’attività produttiva per eccellenza. Gli artigiani, pertanto, erano fortemente impegnati nel lavoro per fare fronte alla pressante domanda di arnesi agricoli, tenendo ben presente che l’industria dislocata in zone lontane, incontrava grosse difficoltà per fare affluire i suoi più rifiniti prodotti nei nostri paesini.

Erano i mercati e le fiere di Basilicata quindi i posti o le occasioni d’incontro periodico tra gli artigiani e la gente di campagna che da questi acquistava ogni genere di prodotti di manifattura locale. Mentre le botteghe erano situate nei centri abitati come Potenza, assai modeste naturalmente «tutte con la trappa, cioè il vano di entrata, dal livello della strada sino ad un metro circa di altezza, murato per più della metà e con soglia ad orlo sporgente, servendo forse a mettervi su in mostra gli oggetti di vendita e dell’arte».

In queste botteghe, per la maggior parte sgabuzzini bui ed umidi, o stamberghe aggiustate alla meglio, lavoravano anche in due o tre artigiani, dal barbiere al calzolaio, per il poco denaro che si riusciva a guadagnare. Sarti, bastai, sediai, calzolai andavano in giro per tutto il paese a giornata, solamente per un piatto caldo e un po’ di soldi. Era questa una forma rudimentale di ambulantato.

Erano in gran prevalenza i fabbri che approntavano gli strumenti per i lavori di campagna e ferravano i muli, i cavalli, gli asini, le giumente. Costruivano arnesi in legno ed in ferro; ma non erano da meno i maestri d’ascia per la fabbricazione delle botti, dei tini e delle bocche d’opera per le case, i falegnami cioè, che su ordinazione dei contadini, mettevano fuori dei loro tuguri, spesso lavorando anche all’aperto, casse, cassoni ed armadi per le abitazioni, e andando in giro per gli abitati della città e per i paesi a vendere i propri manufatti.

Ma tutti, dice sempre Riviello, «scarpari, cuscirori, fabbriri, barbieri, scalpellini, mastari e furnasciari formavano meno di un quarto dell’intera popolazione di Potenza».

I furnasciari erano quelli che manifatturavano le terre cotte, pignate, orcioli e piatti grossi nei quali i contadini servivano la saporita minestra una sola volta al giorno, al ritorno dai campi, alla sera, quando tutti i componenti delle famiglie si sedevano con le forcine attorno alla rudimentale tavola. «Gli orciuoli grandi si dicevano càntere, ed i piatti larghi a bordo alto scafareje, che somigliavano davvero ad una scafa, e servivano per la vendita del vino».

I forgiari, i gualchieri, i ramai, gli orafi, gli argentieri, gli armaioli, i bastai, i carradori avevano modo di smerciare le loro cose grazie alla continua e pressante richiesta, partecipando ai mercati, altri, per la troppa miseria, spesso «mulinari, fornari e ferrari andavano per le case dei loro parrocchiani, o avventori, dando li bone feste, per vendere e buscare qualche regalo per li gaudi della Pasqua». Strana analogia presenta la cosa con quanto racconta Georges Duby nel suo libro “L’economia rurale nell’Europa medievale”: «Nelle ricorrenze festive i parrocchiani portavano al santuario pani ed uova, l’agnello pasquale e la cera per l’illuminazione, in offerte rigorosamente fissate, ed a poco a poco si formò l’abitudine di consacrare al servizio di Dio la decima parte dei raccolti».

Tutta questa produzione, in uno sforzo di spostamento e di trasporto non indifferente veniva fatta confluire da parte degli ambulanti e degli stessi artigiani nelle fiere dei paesi, dove compratori e venditori brulicavano chiassosi dando luogo ad un grosso fatto di costume più volte descritto: «nelle fiere erano presenti ramai, caurarai (calderai), mastai, sellai, pannicciari, telaiuoli, con le loro baracchelle per mandrie e per vetture; venditori di canniedde (cannelli) per botti e tini, di mascature (toppe), di ottonerie, di chiodi e di ferrareccia; venditori di vomeri, di scuri, di coltelli e di altri oggetti per lavori campestri, o per uso domestico e di cucina, e venditori di zòche (funi), di cretaglie, di libriciattoli e di storielle, di scagni e di sedie, altri generi d’industria nostrana; e tutti tenevano lo loro merce ammucchiata, o messa in mostra per terra».

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A Potenza il mercato si trovava in vico Lago o di Pilescia, ed in esso si sistemavano ai lati in fila gli scarpunari, o venditori di cuoi di rolla di Montemurro per le calzature dei contadini, quando questi non erano ancora presi dalla mania del gusto e dalla febbre dell’emigrazione: né vi era il bracciale che alla fiera non si comprasse na fascia per gli scarponi.

Montemurro, in provincia di Potenza, era importantissima per l’economia fiorente, che i suoi cittadini erano riusciti a crearvi. «Le industrie erano sviluppatissime ed un importante commercio affluiva da Napoli, il quale nel suo riflusso si espandeva a tutti gli altri luoghi della Basilicata. Molto rinomate erano le concerie delle pelli. Vi si esportavano cuoiami, tessuti, ferragalie ed altro.»

Ma nella notte del 16 dicembre 1857 un fortissimo terremoto distrusse tutte le sue industrie, tutti gli operatori, artigiani e commercianti videro stroncata la loro attività e vi furono quattromila morti e cinquecento feriti.

Più tardi ed intorno al 1845, il mercato di Potenza si spostò verso il Largo dell’Intendenza, chiamato così perché vi era il palazzo dell’Intendente borbonico, ed ogni domenica si riempiva di gente che comprava e che vendeva, paesani e forestieri venuti dalla provincia e le derrate, che inondavano la piazza, consistevano in cereali, polli, uova, sugna e «varii oggetti d’arte e d’industria per usi domestici, per comodi di vita e per la coltura delle terre».

Nel centro abitato poi non mancavano le botteghe di forgiaio, di gualchiera, di ramaio, quelle un po’ più pulite di orafo ed argentiere.

Bastai ed armaioli erano presso le porte di S. Giovanni e di S. Gerardo.

Tutti nei giorni di mercato e di fiere portavano a vendere la loro produzione.

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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