
PIETRO DELL’AQUILA
In una recente intervista, rilasciata al TG3 della Basilicata, Pasquale Salerno, Responsabile dell’Osservatorio Scolastico dell’Amministrazione Provinciale di Potenza, correttamente e dal punto di vista tecnico del suo ruolo, segnalava i rischi d’impoverimento sostanziale del sistema scolastico lucano anche in vista delle nuove disposizioni di razionalizzazione e contenimento della spesa collegati ai parametri medi della manovra di Bilancio appena approvata. Questi tagli finanziari e strutturali, correlandosi al vistoso calo demografico dell’utenza scolastica in atto da diversi anni e largamente anticipato da puntuali previsioni statistiche, prospettano un depauperamento significativo del tessuto dell’istruzione regionale appena compensato da un prevedibile e auspicato alleggerimento del rapporto allievi insegnanti che dovrebbe mitigare il calo del numero delle classi e di conseguenza agire limitatamente sull’esubero dei docenti.
Inutile rilevare che si tratta di un fenomeno sistemico che riguarda l’intero apparato scolastico lucano. Se i dati negativi, rispetto alla situazione nazionale, che si riferiscono agli asili nido si possono spiegare con il basso indice di occupazione femminile – da un lato dramma delle nostre donne e dall’altro causa della bassa richiesta del servizio – la contrazione demografica di alunni si riversa pesantemente sulla scuola primaria. La cancellazione e gli accorpamenti vanno a penalizzare ulteriormente i centri minori già affetti da spopolamento e deprivazione culturale.
A scivolo il fenomeno della diminuzione delle iscrizioni va a interessare le scuole secondarie superiori che, secondo le previsioni dell’Osservatorio Provinciale di Potenza dovrebbero determinare la chiusura di diversi istituti superiori. E’ nota, inoltre, la fuga dei giovani diplomati verso università esterne alla regione, fatto che esprime uno scarso apprezzamento per la struttura locale. I due poli universitari di Potenza e Matera finiscono con l’assorbire solo una quota minoritaria e residuale delle iscrizioni che restano riservate a studenti che non possono consentirsi, per ragioni economiche, diverse destinazioni. Ne risulta che l’ateneo lucano risulti attrattivo rispetto a realtà extra regionali contermini.
Se questo è il quadro d’insieme quantitativo più arduo si palesa quello qualitativo. E’ opinione comune ma suffragata dai fatti che la scuola lucana produca una buona qualità formativa in grado di garantire agevoli percorsi scolastici agli studenti nelle università extraregionali con esiti individuali non di rado lusinghieri. Anche il fenomeno degli “abbandoni scolastici”, indagato da una ricerca dell’APOFIL nel 2007 e confermato dai recenti dati dell’Osservatorio Provinciale di Potenza, risulta sostanzialmente irrilevante.
Ciò che sembra mancare è una visione d’insieme e un coordinamento programmatico che dovrebbero essere compiti precipui dell’ente regionale. Nella funzione specifica della Regione s’inscrive, infatti, anche come impegno statutario, il ruolo di programmazione e coordinamento dell’apparato formativo che non può risolversi nel mero recepimento delle indicazioni di dimensionamento delle strutture o nella determinazione annuale del calendario scolastico ma richiede un impegno più cogente di raccordo tra i vari soggetti preposti (a partire da una correlazione più stretta tra Università e Centro di Ricerca dell’ENEA) e uno stimolo alla sprovincializzazione complessiva del sistemAa nella determinazione annuale del calendario scolastico ma richiede un impegno più cogente di raccordo tra i vari soggetti preposti (a partire da una correlazione più stretta tra Università e Centro di Ricerca dell’ENEA) e uno stimolo alla sprovincializzazione complessiva del sistema.
Forse sarebbe il caso di riprendere iniziative come la Conferenza Regionale sulla Programmazione Scolastica fortemente voluta dall’Assessore Regionale Nicola Savino sul finire degli anni settanta e riproposta, sia pure con minor successo segno di uno scemato interesse e di un riflusso autonomistico, da Dino Collazzo nel dicembre del 2003. Potrebbero essere utili tavoli di lavoro permanenti sulle tematiche educative e didattiche di maggior rilievo cui far partecipare Dirigenti ed operatori scolastici impegnati nel miglioramento del servizio sul territorio.
Non sono mancate e non mancano riflessioni critiche e studi approfonditi dell’evoluzione e sviluppo del sistema dell’istruzione regionale. A partire dalla ricerca scotellariana sulla scuola in Basilicata dell’immediato dopoguerra pubblicata nei primi due numeri della rivista Nord e Sud e che spiace non aver ritrovato nell’ultima pubblicazione della Mondadori. Di seguito, tra gli anni Sessanta e Settanta, ha indagato in profondità i rapporti tra scuola e società Arturo Arcomanno, intellettuale e pedagogista lucano. Anche Tommaso Russo, in due pregevoli volumi editi dalla Franco Angeli, si è occupato delle condizioni della scuola lucana a partire dalla situazione ottocentesca e fino ai rapporti sociali degli inizi del Novecento. Più di recente Rocco Labriola ha prodotto un prezioso lavoro di ricerca, pubblicato dalle edizioni Ermes, sulla scuola tra il periodo fascista e gli anni Sessanta. Più modestamente anche l’estensore del presente articolo ha cercato di mettere in luce il travagliato percorso dall’analfabetismo alla scuola di massa nella nostra regione in un volumetto pubblicato dalla Etabeta di Lesmo.
Se si riflette sui vari aspetti, è evidente costatare che al momento mancano occasioni di confronto delle varie esperienze pedagogiche in atto nelle nostre scuole. Mancano riviste regionali dedicate al tema della didattica; sono venute meno le auspicate funzioni prima dell’IRRSAE e poi dell’IRRE che avrebbero dovuto occuparsi dell’aggiornamento degli insegnanti e del sostegno delle attività pedagogiche. Le nuove proposte “meritocratiche” ministeriali, che dovrebbero connotare la scuola del domani, rischiano di fagocitare le tensioni e le faticose sperimentazioni che pure si sono realizzate da parte di volenterosi operatori.
All’attivo va registrato l’impegno finanziario messo a disposizione per la Basilicata dal Piano “Scuola 4.0” (all’interno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) che assegna alle 112 scuole – tra istituti comprensivi e superiori – che ne hanno fatta richiesta presentando Progetti d’innovazione, anche con l’allestimento di appositi Laboratori Informatici, la somma complessiva di €.21.350.000. Per le 74 strutture della provincia di Potenza: 9.545.000 euro per i Progetti e 4.409.000 per i Laboratori; per le 38 di Matera: 4.972.000 euro per i Progetti e 2.307.000 per i Laboratori. Un fondo economico sicuramente significativo per garantire, dopo la meritoria operazione del “Computer in ogni casa” realizzata dal Presidente Filippo Bubbico nel 2000, alla scuola lucana di potersi connettere attivamente col sistema educativo nazionale e internazionale coniugando la tradizione dei saperi con lo sviluppo innovativo delle tecniche multimediali.
Volenti o nolenti dobbiamo prendere atto che siamo entrati in una nuova era dominata dall’internet delle cose (internet of things). Ormai la multimedialità ci ha fatto passare dalla condizione dell’Homo Sapiens a quella dell’Homo social e sarebbe antistorico oltre che inutile un atteggiamento di neo luddismo. Con il nuovo assetto culturale e sociale occorre fare i conti anche in ambito educativo. Dobbiamo agevolare le capacità critiche dei giovani in modo da metterli in grado di padroneggiare gli strumenti informatici anziché esserne soggiogati e imparare a utilizzarli per sperimentare nuove tecniche pedagogiche come il “gaming” che consente migliori modalità di apprendimento attraverso percorsi personalizzati ludici ed emozionali.
La questione della qualificazione dell’insegnamento non è un problema che possa essere risolto dall’alto né ridotto a mera questione economica che pure resta importante. Lo “status” dei docenti non è solo questione di stipendi più adeguati, operazione peraltro difficile da realizzare in momenti di restrizione economica come l’attuale. La problematica educativa, alla prova con nuovi strumenti e sistemi innovativi, può provare a cercare soluzioni solo a partire dal basso, nella ricerca e nella prassi quotidiana, di un impegno docente che riacquisti il senso e il valore della propria funzione nel rapporto con i figli del domani.
Sarà possibile? Solo il futuro resta il regno delle nostre possibilità e il risultato del nostro impegno